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“Venuto da un altro pianeta” – Il jazz al cinema (seconda parte)

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“VENUTO DA UN ALTRO PIANETA”

Il jazz al cinema

(seconda parte)

 

“Jazz-film”: è la critica cinematografica francese degli anni ’80 del secolo scorso a battezzare questo termine. Con esso non si intende un particolare genere cinematografico, ma un fenomeno entro cui convergono tutti i documentari e le fiction che abbiano per tema i musicisti o gli ambienti jazz o nei quali si sperimenti la reciproca influenza tra il linguaggio jazzistico e quello cinematografico. Oppure, infine, quegli audiovisivi che uniscano i due aspetti precedenti. La filmografia del jazz-film è sterminata. Si pensi solamente ad un certo cinema americano tra gli anni ’30 e ’50, in cui improbabili personaggi offrivano un’ancor più improbabile e stereotipata visione del jazz, dei suoi protagonisti e, soprattutto, della cultura e della società afroamericane. O, ancora, agli innumerevoli documentari che raccontano stili e figure del jazz e che hanno trovato larga diffusione con l’avvento dell’home video e dei canali televisivi tematici. Non esamineremo tutti quei film. Ci soffermeremo, invece ed esclusivamente, su alcune pellicole americane e francesi nate da un felice connubio tra registi e musicisti, sia che questi ultimi ne firmino le colonne sonore, sia che vestano i panni dei protagonisti. E per quanto riguarda altre cinematografie, quella italiana innanzitutto, in futuro torneremo sull’argomento.

Tra i primi cineasti a compiere passi interessanti in questa direzione c’è Otto Preminger.Il jazz al cinema (seconda parte - Otto Preminger) Nato nel 1905 nell’Impero Austro-Ungarico, dopo aver dato alcune buone prove di sé come attore e come regista in Germania, nel 1934 viene invitato a Hollywood da Joseph Schenck, presidente della 20th Century Fox. Preminger non rifugge dalla commedia e dal musical, ma è evidente la sua propensione ad indagare la psiche umana e le ferite inflitte all’uomo dalle inquietudini del proprio tempo. Il jazz ben rimarca la complessità insita nei suoi film drammatici, a cominciare da Carmen Jones (1954), una rivisitazione in chiave afroamericana e moderna della Carmen di Bizet. Carmen Jones è un’operaia che lavora in una fabbrica di materiali bellici. Arrestata per aver danneggiato un paracadute, sfugge al carcere circuendo il caporale addetto al suo trasferimento. Il militare finisce in seri guai ma, tempo dopo, i due s’incontrano nuovamente e tra loro sembra scoccare l’amore. La ragazza, però, presto, perde la testa per un famoso pugile e sarà uccisa dal graduato abbandonato. Gli attori protagonisti sono tutti jazz singer afroamericani: Harry Belafonte, Dorothy Dandridge e Pearl Bailey, ma doppiati da cantanti lirici.Il jazz al cinema (seconda parte - Carmen Jones) Nel 1959, Preminger chiama gli stessi attori/cantanti – oltre a Sammy Davis Jr. – ad interpretare la trasposizione filmica di Porgy and Bess di George Gershwin. A Preminger si deve anche il primo ruolo drammatico di Frank Sinatra sul grande schermo. Il film è L’uomo dal braccio d’oro (The Man with the Golden Arm, 1955) e narra le vicende di Frankie Machine, un giocatore professionista di poker, morfinomane, tornato nella sua città dopo aver scontato alcuni anni in prigione. Lì si è disintossicato, ha imparato a suonare la batteria e ha deciso di cambiare vita. Ben presto, però, i suoi vecchi «amici» lo faranno precipitare nuovamente nel tunnel.Il jazz al cinema (seconda parte - Frank Sinatra) Accanto a Sinatra, tanti esponenti del cool jazz californiano come il gruppo di Shorty Rogers, con Shelly Manne, che doppia il protagonista alla batteria. Preminger non si limita a prediligere il jazz, né a mostrare una particolare attenzione nella scelta degli autori delle musiche dei suoi film. Il regista austro-americano ha un approccio del tutto singolare all’allestimento della colonna sonora: “Controllo la musica molto attentamente. Adotto un sistema diverso rispetto agli altri registi. Naturalmente si assume il compositore quando il film è già terminato e quest’ultimo scrive la partitura in un mese. Il mio sistema è invece quello di assumere il compositore prima di cominciare il film e di farlo partecipare alle riprese sul set, con me. Ha così la possibilità di studiare per mesi il mio lavoro e di immergersi nell’atmosfera del film. Impara certe cose sull’interpretazione degli attori, capisce come dirigo le scene e generalmente la sua musica risulta un successo”[1]. Come dichiara lo stesso Preminger, si tratta di un metodo del tutto atipico. Il compositore, infatti, di solito, è chiamato ad intervenire sul film già montato e completo di dialoghi e di rumori. La musica, in tali casi, si limita, semplicemente, a far risaltare, con una certa enfasi, alcuni suoi passaggi. Inoltre, a volte, il musicista è scelto dal produttore del film o dall’editore musicale, che relegano il regista in secondo piano: “Questo è un grave segno di degenerazione professionale di un rapporto” scrive a questo proposito Ennio Morricone “perché il regista, essendo il responsabile artistico del film, dovrebbe essere il solo ad avere il diritto di scegliere i propri collaboratori. Quindi l’intervento del produttore o dell’editore musicale – che è quello che finanzia la colonna sonora – presuppongono una debolezza contrattuale del regista o l’assenza di una precisa opinione in merito agli aspetti musicali del film”[2].

Se le musiche di L’uomo dal braccio d’oro sono di Elmer Bernstein e in scena campeggia il gruppo di Shorty Rogers, a comporre la colonna sonora di Anatomia di un omicidio (Anatomy of a Murder, 1959) Preminger chiama Duke Ellington.Il jazz al cinema (seconda parte - Anatomia di un omicidio) Anatomia di un omicidio è un dramma giudiziario o, come diremmo oggi, un legal thriller. In una piccola città del Michigan, un tenente dell’esercito (Ben Gazzarra), reduce dalla guerra di Corea, è accusato di omicidio. La moglie (Lee Remick) chiede all’avvocato Paul Biegler (James Stewart) di difenderlo dalle accuse della polizia e del procuratore (George C. Scott).Il jazz al cinema (seconda parte - Lee Remick e James Stewart) La donna sostiene che suo marito ha sì ucciso il gestore di un bar, ma solamente perché questo l’aveva violentata. L’avvocato accetta il mandato e imposta la strategia di difesa sulle condizioni mentali dell’omicida nel momento del delitto. Il dibattimento in tribunale sarà particolarmente serrato e servirà a Preminger per scavare tra le pieghe più profonde della psiche dei vari personaggi, che si riveleranno assai ambigui.

L’avvocato Paul Biegler (James Stewart) è un appassionato di swing e suona il piano per diletto.Il jazz al cinema (seconda parte - James Stewart e Duke Ellington) Ed è così che “la musica, quale estensione della personalità, pervade l’intera storia anche grazie allo score dell’orchestra di Ellington, il quale compare due volte come suonatore nel localino, quasi a sottolineare il gioco sottile tra immagine e musica «in» e «out»”[3]. Preminger torna, in qualche misura, al jazz otto anni dopo Anatomia di un omicidio, e lo fa, ancora una volta, con un dramma psicologico, che è anche dramma familiare e sociale: E venne la notte (Hurry Sundown, 1967). Il film racconta di Henry Warren (Michael Caine), che vuole acquistare, ad ogni costo e con ogni mezzo, due piccole fattorie in Georgia, una di suo cugino Rad McDowell (John Phillip Law), l’altra del nero Reeve Scott (Robert Hooks). I proprietari, però, non vogliono rinunciare alla propria terra e uniscono le forze per resistere. Warren convince sua moglie Julie (Jane Fonda) ad aiutarlo a dimostrare che Scott possiede la terra illegalmente. Dalla sua parte c’è anche Charles, il figlio maggiore di Rad, che ammira lo zio Warren ed è accecato dall’odio razziale. Warren, nel corso dei suoi intrighi, provoca prima un grave incidente a suo figlio Colie, poi la morte di Charles. La tragedia allontana Julie dal marito e unisce ancora di più Rad e Scott che, fraternamente, provvederanno insieme all’avvenire delle proprie famiglie.Il jazz al cinema (seconda parte - E venne la notte) Il jazz appare qui nella figura di Warren, appassionato del genere e sassofonista dilettante, “un fallito, capace solo di imbracciare il sassofono per ribadire l’inseparabilità della musica dal personaggio”[4]. Il sax sarà anche al centro di una scena molto sensuale tra Michael Caine e Jane Fonda: semplicemente allusiva, ma sufficientemente «bollente» per gli standard dell’epoca.

Nel 1961, Duke Ellington torna tra i titoli di testa di un film come compositore della colonna sonora. Il film è Paris Blues, il regista è Martin Ritt e gli attori protagonisti sono Paul Newman e Sidney Poitier, che interpretano due jazzisti americani, rispettivamente il trombonista Ram Bowen ed il sassofonista Eddie Cook, trasferitisi a Parigi in cerca di successo.Il jazz al cinema (seconda parte - Sidney Potier e Paul Newman) Qui conoscono, e si innamorano, di due connazionali (Joanne Woodward e Diahann Carroll) in viaggio di piacere e le vite dissolute e caotiche dei due musicisti dovranno confrontarsi con l’aspirazione a “mettere la testa a posto”. Martin Ritt è un regista particolarmente sensibile alle tematiche sociali, prima fra tutte quella del razzismo. Proprio sul razzismo esordisce al cinema con Nel fango della periferia (Edge of the City, 1957). Tutto il suo cinema è aspramente critico verso la società americana e mette in risalto il ribellismo esistenziale, le aspirazioni e le scelte di vita delle nuove generazioni, che contestano i falsi valori sbandierati dai propri genitori.Il jazz al cinema (seconda parte - Amstrong-Newman-Ellington) Anche Paris Blues è un film piuttosto coraggioso per il 1961: far suonare nello stesso gruppo musicisti bianchi e neri, raccontare due storie di amicizia “miste” – quella maschile e quella femminile – non è davvero così scontato in quell’America di cui John Kennedy è sì il Presidente, ma nella quale persiste ancora un razzismo diffuso. Dal punto di vista musicale, il film raggiunge il proprio apice con l’ingresso di Louis Armstrong e della sua orchestra nel piccolo, fumoso locale parigino in cui si esibiscono i due protagonisti. È subito jam session. Sulle note di Battle Royal di Duke Ellington, si apre la «sfida» tra il grande trombettista e Newman/Bowen, Poitier/Cook, accompagnati dall’allora esordiente Serge Reggiani, che interpreta il chitarrista del gruppo. Sei spettacolari minuti di jazz travolgente ed esplosivo, quale sarà difficile ritrovare nei jazz-film che seguiranno.

 

NOTE

[1] Cit. in Giulia Carluccio, Linda Cena, Otto Preminger, Firenze, La Nuova Italia (Il castoro cinema), 1991, p. 8.
[2] Ennio Morricone, Sergio Miceli, Comporre per il cinema, Venezia, Marsilio, 2001, p. 14.
[3] Guido Michelone, Il jazz-film, Roma, Lit Edizioni (Arcana Jazz), 2016, pp. 19-20. Per il riferimento alla musica «in» e «out» si veda la prima parte di questo articolo in http://www.strumentiemusica.com/notizie/venuto-da-un-altro-pianeta-il-jazz-al-cinema-prima-parte/
[4] Guido Michelone, op. cit. p. 20.

 

PER APPROFONDIRE

BIBLIOGRAFIA

CALABRETTO, Roberto, Lo schermo sonoro. La musica per film, Venezia, Marsilio, 2016.

CANO, Cristina, CREMONINI, Giorgio, Cinema e musica. Il racconto per sovrapposizioni, Firenze, Vallecchi, 1995.

CARLUCCIO, Giulia (a cura di), Otto Preminger, regista. Generi, stili, storie, Torino, Kaplan, 2009.

COMUZIO, Ermanno, Colonna sonora. Dizionario ragionato dei musicisti cinematografici, Roma, Ente dello Spettacolo, 1992.

ELLINGTON, Duke, La musica è la mia signora. L’autobiografia, Roma, Minimum Fax, 2007

MOUËLLIC, Gilles, La musica al cinema, Torino, Lindau, 2005.

 

LINK AUDIOVISIVI

Autore: Sergio Macedone

Sergio Macedone ha scritto 50 articoli.

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