È un territorio, il loro, con una storia molto particolare, divisa tra Italia e Svizzera, e l’impegno che mettono nella valorizzazione del suo patrimonio musicale è stato riconosciuto meritatamente con un premio da parte dell’Ufficio Federale della Cultura.
Ringrazio infinitamente Mauro Garbani e tutti i Vent Negru per avermi concesso questa intervista.
Buona lettura.
Prima di tutto, perché il nome Vent Negru?
Si tratta di un’espressione usata nella bassa Valle Onsernone, fino alla fine degli anni Ottanta, e indica una situazione meteorologica particolare che descrive quel fenomeno tipico in cui il cielo coperto ritorna limpido grazie a questo vento in alta quota che toglie lentamente le nubi, come togliere un telo. Effettivamente, il nome è insolito, ma quando lo avevo scelto, alcuni anziani, ora scomparsi, conoscevano benissimo questa espressione.
Tu, Mauro, sei un testimone diretto della cultura contadina e popolare che raccontate con la vostra musica. Qual è stata la scintilla che ha acceso la volontà di divulgarla?
Sì, sono nato e cresciuto in una famiglia contadina e i primi suoni appresi sono stati quelli delle attività agricole quotidiane. Poi, ho toccato con mano anche i comportamenti, le relazioni familiari e la promiscuità della vita in un minuscolo villaggio di montagna. Per spiegarmi meglio, un ambiente che oggi si può vedere in film come L’albero degli zoccoli o Novecento, oppure nel famoso libro di Gavino Ledda.
La scintilla? In questo ambiente, e durante lavori che lo permettevano, ascoltavamo la radio, che, quando trasmetteva musica popolare, diffondeva canzoncine narranti di belle ragazzine saltellanti nei prati a raccogliere fiorellini, senza un nesso concreto con la nostra realtà. A livello di canzoni avevo imparato, e praticavamo, ben altro: se da un lato ora posso capire la volontà di creare consenso, già allora avevo intuito, però, il pericolo incipiente di assuefarsi a una certa ipocrisia.
Lì ho sentito che era necessario fare qualcosa. Nel contempo, però, erano arrivate fino alle nostre latitudini le rimembranze dello spettacolo Bella Ciao al Festival dei Due Mondi di Spoleto nel 1964, che creò un enorme dibattito trasversale. Uno degli ideatori di quello spettacolo, il compianto Roberto Leydi, fu assunto qualche anno dopo dalla radio ticinese con la sua fortunatissima trasmissione Sentite buona gente. Grazie a quella trasmissione i rari operatori del settore, tra cui il sottoscritto, si sentirono meno soli. Poi, via di seguito, i suoni della NCCP, la Ciapa Rusa del compianto Maurizio Martinotti, il Gruppo Emiliano, Riccardo Tesi con il suo Ballo della lepre e molti altri.
Così, nel 1989, ho abbandonato il mestiere di falegname e ho intrapreso quest’avventura nella divulgazione della cultura musicale popolare a 360 gradi, con ricerche sul campo presso anziani della regione, l’insegnamento, i concerti, le registrazioni e l’innesto delle musiche popolari nell’attività teatrale. Con questo vissuto, oggi faccio tesoro di quanto imparato e ciò mi permette di avere molte risposte a portata di mano. Un vero lusso.
Siete tre polistrumentisti, il che rende i vostri brani molto ricchi dal punto di vista sonoro. Ognuno di voi, però, ha a che fare con il mantice, tra organetti e fisarmoniche: che ruoli hanno nella vostra musica e come si intersecano?
Organetto e fisarmonica sono dei nostri punti fermi. Ognuno di noi si è avvicinato a proprio modo a questi strumenti, mosso da motivazioni personali. Esther, nel 1989, spinta dalla necessità di eseguire la musica in uno spettacolo teatrale che le permettesse di suonare in movimento, lasciò da parte il piano per abbracciare la fisarmonica. Mattia, una decina di anni fa, incuriosito dagli strumenti della tradizione iniziò il proprio percorso con l’organetto con ottimi risultati, all’altezza del suo talento. Io, invece, feci i primi passi sull’organetto da ragazzo provando, saltuariamente e di nascosto, a far uscire qualche suono e approfondendo il suo studio più tardi, dalla pratica musicale fino alla riparazione e accordatura.
I mantici sono onnipresenti nel nostro repertorio: in coppia di organetti, ma anche in coppia, o in trio, con la fisarmonica, in veste solistica, di accompagnamento, in sostegno al canto (talvolta uno stesso musicista suona una seconda voce in contemporanea con il canto) e anche come effettistica armonica o ritmica, approfittando della grande versatilità e del potenziale sonoro di questi strumenti, senza l’ausilio di pedali o effetti elettronici. In conclusione, sono gli strumenti che più soddisfano le nostre “velleità” artistiche.
A proposito di questo, uno dei tuoi obiettivi, Mauro, è la riscoperta e la reintroduzione dell’organetto in Ticino. Questa necessità è direttamente proporzionale al bisogno di divulgazione della tradizione popolare?
Le prime volte (più di quarant’anni fa) che imbracciavo timidamente il mio primo strumento (un vecchio e sgangherato Hohner in pearloid rosso) qui in valle ero guardato come un marziano, eppure la memoria della diatonica era ancora viva tra i vari suonatori anziani, soprattutto fisarmonicisti. Infatti, ricordo che loro erano piuttosto favorevoli nei miei confronti.
Siccome nella nostra musica popolare la fisarmonica cromatica regna sovrana, è stato del tutto naturale che iniziassi questo percorso di divulgazione con lo strumento che avevo già a portata di mano, anche se diatonico.
Anche da noi l’organetto, come confermato dalla sua storia, precedette la cromatica con la presenza, in passato, di alcuni suonatori qui in valle, purtroppo mai registrati prima della loro scomparsa. Cosciente del fatto che questo strumento, se trattato in modo coerente e convincente, avrebbe potuto diventare un ottimo veicolo di divulgazione della nostra cultura musicale popolare, ho intrapreso un lungo percorso, come ho già spiegato prima. Come nell’ambito teatrale, uno strumento musicale, un oggetto o qualsiasi requisito possono diventare validissimi appigli per trasmettere al meglio un messaggio.
Che rapporto hanno, quindi, i ticinesi con questo tipo di musica e di strumenti?
Qui è necessaria una piccola premessa: il Canton Ticino divenne tale, e svizzero, con l’Atto di Mediazione decretato da Napoleone Bonaparte nel 1803. Insieme al Ticino vennero incluse la Valtellina, con alcune zone limitrofe, e l’attuale provincia Verbania-Cusio-Ossola (la zona più a ridosso delle Alpi): regioni che poi ritrattarono, “stornandosi” definitivamente all’Italia.
In Ticino gli sforzi per la salvaguardia della lingua e della cultura italiana nella Costituzione svizzera (la sua stesura durò quarantacinque anni) furono ragguardevoli, spesso ostacolati, ma finalmente, e fortunatamente, si riuscì a far riconoscere il Ticino “cantone svizzero di lingua italiana”.
Nel periodo del Romanticismo, seguito da quello che in Svizzera venne chiamato della “difesa spirituale del Paese” all’inizio del Novecento, con lo sforzo di creare coesione nazionale in contrapposizione al pericolo incipiente dei totalitarismi, venne incoraggiata, anche grazie al più capillare potere delle neonate radio, la stesura di nuovi testi letterari, nuove musiche e canzoni di stampo patriottico e nuove canzoni di ispirazione popolare, che giunsero al proprio apice con brani come la Verzaschina di Vittorio Castelnuovo, e altri, nella metà del secolo scorso.
Se da un lato si creò una certa coesione, dall’altro, però, si produsse una sorta di “amnesia” collettiva nei confronti delle nostre tradizioni di italica memoria, non solo musicali. Quando intraprendemmo il percorso di ricerche etnomusicologiche, all’inizio degli anni Ottanta, dovemmo confrontarci con i risultati di questo processo. Da lì operammo parafrasando Edoardo Bennato: “salviamo il salvabile”.
Oggi, in Ticino, viviamo una sorta di ambiguità con la quale andiamo a braccetto da più di duecento anni, pagando un doppio tributo: a sud, dimenticando troppo spesso di essere figli biologici di mamma Italia e a nord, dove a fatica conviviamo con i rigorosi dettami di mamma adottiva Svizzera. Il ticinese di oggi conosce male la propria storia, vive in una situazione opaca e in un costante dilemma, soprattutto nell’ambito delle tradizioni musicali popolari di memoria orale e collettiva: esiste una vera musica popolare ticinese? Oggi, in Ticino, se qualcuno vuole addentrarsi a comprendere appieno il significato del senso di appartenenza riguardo a una cultura musicale popolare, lo può fare frequentando gli appuntamenti di comunità formate da immigrati portoghesi, curdi, dell’ex Jugoslavia o altre.
La situazione non è facile, e la proposta di Vent Negru rimane di “nicchia”. Ciò non toglie che, talvolta, qualcuno nelle alte sfere se ne accorga, e così, a forza di battere il chiodo, arrivano riconoscimenti, come quello più recente del Premio Svizzero di Musica.
Nel 2025, infatti, il vostro impegno per la valorizzazione del patrimonio musicale ticinese è stato riconosciuto con il premio da parte dell’Ufficio Federale della Cultura…
Sì, e ci teniamo a spiegarne la motivazione, come scritto nei comunicati stampa di quell’Ufficio: “[…] i Vent Negru hanno contribuito in modo significativo alla conservazione e alla valorizzazione del patrimonio musicale ticinese. Con le loro ricerche, interpretazioni ed esibizioni mantengono viva la musica popolare ticinese rendendola accessibile a un vasto pubblico[…]”.
Il Premio, per noi, è stato certamente una graditissima sorpresa: in trentacinque anni di intensa e abnegata attività non abbiamo mai operato pensando di essere ricompensati in modo così importante, quindi la soddisfazione è ancora più grande. Questo riconoscimento ci ha confermato che stavamo remando nella giusta direzione.
Il vostro repertorio è fatto, sì, di canti, brani da ballo o ninne nanne reinterpretate, ma anche di nuove composizioni sempre ispirate alla tradizione. Di cosa dovete necessariamente tener conto in questo caso?
Il purismo nella musica popolare non è mai esistito. Ogni brano o canzone si sono nutriti di suggestioni e umori dettati dall’epoca in cui venivano tramandati e diffusi. Molti brani strumentali da ballo, che oggi suoniamo come “popolari”, sono stati composti all’inizio del Novecento. (per esempio, da Giacomo Sartori, tanto per citare un nome).
Per quanto ci riguarda, Esther e io siamo figli della radio degli anni Settanta, con i Beatles, i Rolling Stones, Francesco Guccini e Fabrizio de André, Joan Baez, Woody Guthrie. Mattia è rimasto affascinato dalla storia del rock e dalla musica in generale trasmessagli da un appassionato e motivatissimo docente durante la scuola elementare, creando così una certa vicinanza con i due “dinosauri”.
Poi, ci sono le indimenticabili serate (e nottate) passate a far baldoria con anziani suonatori locali, dei veri e propri “bluesman”, e i preziosi momenti durante le “ricerche sul campo”.
Ci siamo nutriti di numerose suggestioni e stimoli, possiamo ritenerci fortunati: sono tutti elementi che hanno alimentato le nostre “velleità” artistiche, che continuiamo a soddisfare con arrangiamenti sempre e comunque molto mirati, dove i testi e le melodie sono sacrosanti, ma con il bagaglio acquisito e una buona dose di fantasia ed estro creativo vengono valorizzati.
I nostri arrangiamenti e composizioni vengono creati “di pancia” anche nella scelta della strumentazione più adatta. Solamente nelle canzoni a cappella provenienti dal repertorio del “canto spontaneo” rimaniamo molto rigorosi. Ci affidiamo alla nostra sensibilità, al livello delle nostre possibilità, alle esperienze dei nostri percorsi, così diversi, ma sempre nel grande rispetto condiviso da tutti e tre per tutto ciò che riguarda le nostre tradizioni musicali popolari.
In occasione dei trentacinque anni di Vent Negru, è da poco uscito (2026) A la levàda . Raccontateci il disco.
Si tratta della nostra decima produzione discografica. L’idea di base iniziale prende spunto dalla celebrazione, in un lontano passato, del sool in cadredja (il sole sulla sedia): fenomeno astronomico e naturale osservabile dalla cima della montagna che sovrasta il paese di Auressio, in Onsernone, al levar del sole a ridosso del solstizio d’estate. La narrazione che descrive il fenomeno è in dialetto rigorosamente locale, diviso in tre piccole parti.
Poi, un omaggio al “canto spontaneo” con alcune canzoni a cappella praticate da noi fin verso la metà degli anni Ottanta e conosciute anche in altre località a Sud dell’arco alpino. Sono presenti anche alcuni brani inediti e brani strumentali, anche di composizione.
Una particolare attenzione è stata data al recentemente restaurato organo Bianchini nella Chiesa di Berzona, sempre qui in valle Onsernone. Costruito dall’ex emigrante Carlo Bianchini all’inizio del Novecento con materiali di recupero e tecniche inusuali, e perfettamente funzionante, è considerato dagli esperti un vero e proprio unicum della storia organara della nostra regione. Suonato da Esther, appare nel CD in accompagnamento ai racconti succitati e in un brano strumentale di tradizione.
Come sempre nella nostra storia, fra tradizione e innovazione, continuiamo sul cammino intrapreso e, come scrisse una persona a noi particolarmente vicina, ma prematuramente scomparsa: “Come i contadini, i Vent Negru conoscono le radici, coltivano giorno per giorno la loro arte, presentano sulla piazza i loro frutti migliori. Al pubblico non resta che assaporarli”.
DISCOGRAFIA:
Al Cioss (autoprodotto, 1993)
Piferada Vègia (autoprodotto, 1995)
Vent Negru (autoprodotto, 1999)
Leva su ca canta u gall (autoprodotto, 2003)
Eternità d’Amur (RTSI, 2004)
Viaggio a Betlemme (autoprodotto, 2008)
U sool u nèss tutt i déi (autoprodotto, 2011)
Resumada (autoprodotto, 2016)
Serenada (autoprodotto, 2021)
A la levàda (autoprodotto, 2026)