Maestro, quella di Giuseppe Tartini è una figura che l’accompagna fin da giovanissimo. Vuole raccontarci perché?
Come spiego nell’introduzione del libro, Tartini entrò subito nella mia vita molto prima degli studi musicali. Ci convivevo fin da bambino, dato che nella casa di famiglia di Pirano d’Istria, paese natale di Tartini, trascorrevo almeno tre mesi all’anno d’estate. Quei luoghi, i suoi cimeli, la sua statua, gli eventi a lui dedicati mi hanno da sempre accompagnato e incuriosito. Quando iniziai a studiare pianoforte, mio padre, a cui è dedicato il libro, mi regalò uno dei miei primi LP, una selezione di concerti di Tartini eseguiti da Franco Gulli e Claudio Abbado. In seguito mi sono appassionato sempre di più alla musica del Settecento, periodo purtroppo un po’ “oscuro” per chi ha avuto una formazione pianistica.
Nel suo libro approfondisce delle aree finora poco esplorate della musica e della personalità di Tartini. Quali?
Quello che fino a ora si è in parte conosciuto e diffuso su Tartini è stato disseminato nei decenni in studi e notizie sparse: mancava prima di tutto una visione organica che legasse la biografia di Tartini alla storia della musica e alla storia contemporanea. Da un lato è stato quindi fondamentale ricostruire ambienti e contesti entro cui si muoveva Tartini (compreso il significato dei viaggi per l’epoca), scoprendo motivazioni più e meno plausibili per determinate scelte, oppure rivedendo fatti cristallizzati in visioni parziali o leggendarie, come la rilettura del sogno della celeberrima sonata Trillo del diavolo, o il significato dell’Accademia veneziana per Augusto III in cui Tartini ascoltò Veracini, ma anche il ruolo dei musicisti italiani nell’Europa di allora. Dall’altro si trattava di raccogliere e collezionare tutte le notizie disponibili su Tartini (persino Casanova lo cita nelle sue Memorie, un dato mai considerato) e di concatenarle, discutendole in modo critico, ovvero confrontando le varie fonti. Indispensabile era fornire un testo che commentasse in modo approfondito anche la produzione trattatistica di cui è difficilissimo reperire un’analisi o una discussione: dedico per esempio ampio spazio alle Regole per suonare il violino e un intero capitolo al Trattato di musica. Infine, il lavoro di ricostruzione ha portato a individuare testimonianze ed eventi mai indagati prima d’ora. Per la prima volta, per esempio, racconto quanto riferiva su Tartini il contemporaneo patrizio veneziano decaduto Francesco Zorzi Muazzo nel suo imponente dizionario in dialetto veneto, l’incontro col principe Friedrich Christian di Sassonia figlio di Augusto III, le implicazioni e i possibili significati della permanenza a Praga, inclusa la ricostruzione delle celebrazioni per l’incoronazione di Carlo VI durante le quali Tartini incontrò Quantz, l’identificazione più plausibile dell’opera che Tartini ascoltò ad Ancona nel 1714 descritta nel suo Trattato di musica, la malattia che sviluppò al braccio e che ne limitò l’attività concertistica, la posizione di Leopold Mozart nei riguardi della sua scuola violinistica, il confronto con la concezione musicale dell’amico intellettuale Gian Rinaldo Carli. Il volume non è un testo sull’interpretazione della musica di Tartini (né tanto meno sulla discografia), ma tratta ampiamente tutta la sua produzione musicale (numerosi sono gli esempi riportati), rapportandola all’evoluzione della storia della musica e al ruolo che essa poteva assumere nel percorso biografico e artistico di Tartini. Ricollocare tutti questi eventi in una dimensione prospettica ha contribuito inoltre a comprendere nel libro l’effettivo peso europeo della figura di Tartini, ovvero come egli venisse considerato dagli altri intellettuali e musicisti almeno fino a Ottocento inoltrato, divenuto una figura paradigmatica che univa il grande violinista al didatta e al compositore.
Come mi ha appena detto, Tartini fu autore di un importantissimo metodo violinistico. Quali furono le novità che introdusse nella tecnica dello strumento?
Si tratta delle Regole per arrivare a saper bene suonare il violino, rivolte suggestivamente non solo ai “suonatori” ma anche ai cantanti, un riferimento che cerco di spiegare in modo approfondito in merito alla posizione di Tartini nei riguardi della musica vocale. Nelle numerose considerazioni su come articolare l’esecuzione, Tartini specifica in primis la necessità di saper distinguere il “sonabile” (eseguire le note ben separate) dal “cantabile” (eseguire le note legate), specificando però che anche nel “cantabile” era necessario separare un po’ i suoni. Anche la curiosa storia del famoso aforisma attribuito a Tartini “Per ben suonare bisogna ben cantare” viene descritta per la prima volta nel libro. Scriveva, inoltre, il compositore Charles-Henri de Blainville che “tale mi appare la musica di Tartini […] vero linguaggio dei suoni, frasi musicali fondate sulla melodia più pura e sull’arte di far cantare il violino”.
Non dimentichiamo la famosa lettera all’allieva Maddalena Lombardini, che riporta ulteriori preziose indicazioni e che discuto confrontandola sia con le Regole che col famoso trattato di Quantz. La lettera, così come alcune note incidentali di Tartini desumibili dal suo epistolario, pone l’accento sull’importanza della tecnica dell’arco, di cui Tartini era maestro ineguagliato.
A Tartini va attribuito un debito nei confronti di Antonio Vivaldi, che era nato quattordici anni prima di lui e morto quasi quarant’anni prima?
Direi di no. Come racconta il politico francese Charles de Brosses (dedico molto spazio alla discussione e contestualizzazione dei numerosi incontri di Tartini con intellettuali contemporanei) che ascolta Tartini poco dopo aver incontrato Vivaldi, quest’ultimo era una figura ormai al tramonto. Nella New History of Music del celebre musicologo e musicista contemporaneo Charles Burney – grande ammiratore di Tartini e della sua scuola – la prima enciclopedia sulla storia della musica, vengono dedicate ben sei pagine a Tartini rispetto a poche righe per Vivaldi. L’approccio compositivo di Tartini era ben diverso da quello di Vivaldi, che scriveva soprattutto seguendo moduli e formule che poteva interscambiare e citare più volte, in una sorta di repertorio intertestuale dalle infinite combinazioni. Tartini introduce invece il principio dell’elaborazione motivica, ossia desumere da un’unica cellula tematica più possibilità elaborative, principii che culmineranno nel classicismo estendendosi alla variazione fino a Brahms e Schönberg. Riordina, infine, la forma del concerto solistico, strutturandolo e organizzandolo, svincolandola da aspetti più estemporanei e cerca di liberarsi progressivamente dal basso continuo. Le cosiddette “piccole sonate” per violino solo sono un esempio paradigmatico della preminenza della linea su quella del basso.
Quali musicisti esercitarono una maggiore influenza sul Tartini violinista e sul compositore?
Uno dei grandi misteri su Tartini è chi siano stati i suoi maestri. Ricominciare da zero, senza alcuna risorsa, quando abbandona Padova a diciotto anni per recarsi ad Assisi, ha alimentato la leggenda del genio autodidatta, ma secondo la definizione dell’epoca di Rousseau per cui “il genio crea ma il gusto sceglie”, ossia che è solo attraverso la perseveranza, lo studio e l’applicazione continua che il genio può esprimersi. Tartini rimane un innovatore, come testimonia del resto Quantz, che scrive infatti che a differenza di altri, fu “produttore di un gusto, il quale avrà origine da lui solo”, e che “la sua maniera di suonare ha avuto una forma nuova”. Un aspetto poco considerato prima d’ora è che la formazione musicale di Tartini non si sviluppò in ambito strumentale bensì vocale, avendo avviato la sua vita artistica per quasi un decennio suonando nelle orchestre dei teatri delle Marche. Un’influenza, che, forse, ha contribuito alla sua predilezione per le grandi melodie cantabili nei movimenti centrali dei concerti, di stampo vocale. Tuttavia, due musicisti hanno sicuramente influenzato Tartini: Corelli, a cui Tartini stesso raccomanda di riferirsi nello studio, e Veracini, il grande virtuoso abilissimo nella tecnica dell’arco, la cui esibizione, ascoltato a Venezia, avrebbe giocato un importante ruolo di stimolo per implementare la propria tecnica. Ma la carriera di Veracini tramontò nell’oblio.
E chi, in seguito, fu maggiormente ispirato da lui?
L’influenza diretta di Tartini sui contemporanei è legata principalmente alla sua tecnica violinistica: ci si è soffermati troppo sulla suggestione delle decine e decine di allievi che giungevano da tutta Europa alla sua scuola di violino a Padova, molto meno sull’influenza che essi hanno invece esercitato nel condizionare con gli insegnamenti di Tartini, riconosciuto come “Maestro delle Nazioni”, il modo di suonare delle orchestre europee, dove spesso occupavano persino il posto di primo violino. Nel libro discuto, per esempio, il ruolo che le “Piccole sonate” potevano aver concretamente assunto, inviate al re Federico II di Prussia (che non suonava il violino) ma la cui orchestra di corte aveva Johann Gottlieb Graunn come primo violino, allievo di Tartini. La stessa scuola di violino creata a Padova era antesignana delle accademie orchestrali e dei conservatori di oggi.
Tartini influenzò indubbiamente Leopold Mozart, che ammirava i suoi allievi, e che ne copia in modo piratesco nella propria Violinschule una parte delle Regole (che non erano state pubblicate ma rappresentavano materiale di scuola), in uno dei più importanti trattati dell’epoca, lasciando così intuire anche un’influenza indiretta di Tartini sulla formazione iniziale del giovane Wolfgang Amadeus.
Lei scrive, che, studiandolo, si è reso conto che Tartini è stato un compositore dimenticato nonostante il riconoscimento della sua genialità. Perché?
Da un lato si sono date per scontate, tramandate e senza ulteriori indagini notizie decontestualizzate divenute aneddotiche senza contribuire ad approfondire il ruolo svolto da Tartini nell’evoluzione del panorama musicale, dall’altro le centinaia di sonate e concerti composti hanno posto problematiche tecnico-esecutive non facilmente risolvibili da tutti, inclusi aspetti di virtuosismo quasi paganiniano. Tartini ribadiva, inoltre, l’importanza delle funzioni armoniche di cui non si può non tenere conto per l’esecuzione e l’interpretazione, così come riuscire a delineare la migliore cantabilità era una conditio si ne qua non. La mancanza di tutti questi aspetti da combinare secondo la propria attitudine creativa e inventiva, anche improvvisativa, impoverisce drasticamente l’esecuzione. Come scrive Andrea Marcon nella prefazione del libro, “Tartini ci ha lasciato pagine profondamente ispirate, troppo spesso prese con leggerezza e senza la necessaria consapevolezza stilistica”. La scuola violinistica di Joachim nell’Ottocento lodava per esempio la difficoltà di sapere eseguire correttamente un adagio di Tartini.
È stata soprattutto la sonata Il trillo dl diavolo a mantenere la celebrità di Tartini e a offuscare invece la restante produzione (la eseguivano anche Joachim e Brahms), anche se fino all’inizio del Novecento erano state pubblicate alcune raccolte di sonate che ne testimoniano quindi l’appartenenza al repertorio in modo abbastanza regolare.
Un po’ come lei, che è medico oltre che musicista, Tartini fu anche studioso di scienza. In questo campo quali temi furono oggetto dei suoi interessi?
Uno dei punti fondamentali per inquadrare la figura di Tartini è evitare di scindere la dimensione artistico-musicale da quella di trattatista, un errore protratto per anni e anni. Eppure, Tartini è vissuto per decenni alla ricerca di una visione omnicomprensiva, che, attraverso lo studio dell’acustica (il “terzo suono”) e la fisica riuscisse a legare la musica all’universo secondo i principi che egli definiva “scienza armonica”. Al di là del suo interesse anche verso l’accordatura e i temperamenti, Tartini aveva una visione neopitagorica e neoplatonica dei fenomeni fisici, in netta contrapposizione a quella empirico-materialista degli illuministi francesi, un contrasto molto dibattuto all’epoca (ma che non offuscò minimamente la sua fama, anzi contribuì a consolidarla), e che non va travisato, necessitando di una lettura a un livello superiore. La ricerca di principi unificanti è infatti ancora molto attuale. La musica stessa – ed è per me il messaggio più importante che ci lascia Tartini – ha principi assoluti, che sopravvivono al di là del tempo, delle mode, del gusto e delle prassi, legate invece ad aspetti contingenti. Tartini approfondirà questa ricerca nell’ultimo decennio di vita, in particolare nell’imponente manoscritto della Scienza platonica fondata sul cerchio, una sorta di testamento spirituale, fra scritti fluviali immersi in paradigmi, infiniti calcoli, oscurità dei contenuti.
Concludiamo con una nota di leggerezza. In una nostra conversazione, che ha preceduto questa intervista, mi ha detto che la vita di Giuseppe Tartini, tra amori, fughe e conflitti familiari, fu tutt’altro che monotona e che, anzi, sarebbe degna di essere raccontata in un film. Ci racconti qualcosa della sua vita privata…
Si potrebbe dire che una volta messi in fila tutti gli elementi disponibili sulla vita di Tartini sono emersi più di prima imprevisti e punti di svolta tipicamente cinematografici, quelli che in gergo vengono definiti “turning point”: il trasferimento a Padova e all’università; il matrimonio e la rottura con la famiglia; il lavoro nei teatri; l’incarico di primo violino a Padova; la permanenza a Praga; la malattia al braccio; la scuola di violino; il trattato di musica. Alcuni di questi eventi sono infatti stati da sempre considerati come meri accadimenti, senza considerare invece il loro effettivo ruolo nello sviluppo della vita e della personalità di Tartini negli anni. La novità del soggetto si presta particolarmente a una sceneggiatura, con una vita turbinosa, tormentata, precipizio e risalita superando tutto e tutti, raggiungendo le vette della celebrità artistica, fra concerti, amori, viaggi, incontri e contatti con personalità illustri, studi frenetici musicali e scientifici, sfide nell’Italia e nell’Europa della prima metà del Settecento, tra l’Istria e la sua Pirano, Padova – con la sua antica università e la Basilica di Sant’Antonio – Venezia, il convento francescano di Assisi, i teatri delle Marche, Praga, e con relazioni verso Francia, Germania e Olanda. Offre sicuramente uno stimolo importante per il lavoro di un regista e per promuovere la cultura. Del resto, il libro cerca anche di rispondere per la prima volta a numerose domande su Tartini solo apparentemente elementari: perché studiò violino? Perché eccelleva nella scherma? Perché fu trasferito a Padova? Perché decise di sposarsi a diciotto anni? Perché rimase per ben tre anni a Praga, città periferica senza una corte? Senza una ricollocazione di ogni elemento all’interno di un percorso articolato e prospettico, non sarebbe stato possibile offrire una descrizione e un’analisi di una delle personalità più complesse ed enigmatiche, ma ancora estremamente attuali, del Settecento.
Mirko Schipilliti si è laureato in direzione d’orchestra e in pianoforte col massimo dei voti e lode presso il Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, dove ha inoltre seguito gli studi in composizione. Perfezionatosi in direzione d’orchestra con Giancarlo Andretta e Isaac Karabtchevsky, ha ottenuto master e diplomi di alto perfezionamento sotto la guida di Neeme Järvi, Jorma Panula, Kurt Masur, Jesús López-Cobos e ha frequentato i seminari di Riccardo Muti e Gustav Kuhn. Ha diretto numerose orchestre in Italia e all’estero e ha suonato in formazioni cameristiche. Critico musicale per MUSICA e per la rivista francese «Opéra Magazine», membro dell’Associazione Nazionale Critici Musicali, ha collaborato dal 1999 con i quotidiani “Il Mattino di Padova”, “La Nuova Venezia”, “La Tribuna di Treviso”. Appassionato studioso, si dedica a saggi musicologici per i programmi di sala di importanti istituzioni. Nel 2015 ha pubblicato il saggio Zanetto. Mascagni tra verismo e stile liberty (ed. La Caravella). Dirigente medico di Pronto Soccorso, si è laureto in Medicina e Chirurgia e specializzato in Medicina interna presso l’Università di Padova.
Mirko Schipilliti, Giuseppe Tartini. Genio dell’arco. Una biografia critica
Editore: Zecchini, Varese
Anno di edizione: 2025
Pagine: 512, brossura, € 43,00
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