La concezione dell’arte fuori da classificazioni omologanti

Nel pensiero del fisarmonicista Davide Rocco Fiorenza, la musica deve essere vissuta come una necessità, distante da un’estetica ben precisa

Fisarmonicista, compositore e arrangiatore ardimentoso, particolarmente creativo e per molti aspetti visionario, Davide Rocco Fiorenza è un musicista totale che, fra numerose esperienze, si è formato sul piano artistico ma soprattutto umano. Oggi è sempre più concentrato su una commistione singolare, ovvero l’incontro fra suono, corpo e immagine. Così, l’artista di Bolzano si mette umanamente e artisticamente a nudo descrivendosi con autenticità e generosità.

Partendo dalla tua formazione, ci sono stati due incontri fondamentali che hanno segnato il tuo percorso musicale: quello con Natalino Marchetti, fisarmonicista di caratura nazionale, e con una vera e propria icona sacra della fisarmonica mondiale come Richard Galliano. Quali sono stati i segreti più preziosi che hai carpito da entrambi?

Con Natalino Marchetti ho affrontato un percorso di studio profondo e strutturante, determinante per la mia crescita. La sua qualità più rara è stata quella di “leggere” davvero l’allievo: comprenderne il carattere, la testa musicale e le potenzialità, lavorando per valorizzarle senza imporre un modello unico. Nel mio caso ha saputo dare struttura a un’indole naturalmente irrequieta, canalizzando l’energia creativa attraverso studio, costanza e rigore. Questo mi ha portato a una libertà più autentica, cioè quella di poter scegliere. Per questo nutro nei suoi confronti una profonda stima e gratitudine. Il mio rapporto con la fisarmonica è in continua trasformazione, cresce insieme a me e continua a interrogarmi. L’incontro con Richard Galliano è stato altrettanto decisivo. Oltre alla sua grandezza musicale, mi ha colpito l’equilibrio umano. Da quell’esperienza ho tratto una maggiore consapevolezza nell’ascolto, nella scelta delle note, nel rapporto tra mano destra e sinistra, fra melodia e respiro. È stato anche un riconoscimento importante, che ha confermato la direzione intrapresa. Entrambi hanno rafforzato in me l’idea della musica come una ricerca infinita: un orizzonte che non si raggiunge mai del tutto, ma che vale la pena continuare a esplorare con onestà.

Dopo gli studi hai iniziato una lunga e proficua attività concertistica che, da venticinque anni a questa parte, ti vede protagonista in Italia e all’estero, soprattutto in ambito ethno jazz e world music. Dal 2000 circa a oggi, quali sono state le esperienze dal vivo che ti hanno maggiormente colpito sul piano artistico e umano?

Il mio percorso è avvenuto nell’unico modo possibile: vivendo. Porto con me un bagaglio ampio di esperienze, attraversate con passione ma anche con fatica. Viaggi, incontri, soste e ripartenze hanno costruito una formazione più umana che stilistica. Nel tempo ho conosciuto musicisti e artisti provenienti da mondi diversi: attori, poeti, performer, circensi. Molte di queste esperienze sono nate grazie a lunghi viaggi in Europa, dal Portogallo alla Scandinavia, fino ai Paesi dell’Est, vissuti a bordo del mio camion camperizzato, il mio Rolling Home autocostruito come spazio di vita, arte e famiglia. Oggi mi dedico al concerto e alla fisarmonica, ma porto avanti parallelamente una ricerca che unisce musica, live art, immagini e azione performativa. Progetti come BizzAccord nascono proprio da questa stratificazione di esperienze. Non mi considero un sognatore astratto, vivo il mio sogno attraverso il lavoro quotidiano e a un continuo processo di trasformazione. Sto vivendo questo cambiamento con consapevolezza, senza nasconderne le crisi, ma con la certezza di avere ancora molto da esplorare e da dire attraverso l’arte.

Sei un ardimentoso sperimentatore, sia come fisarmonicista che in qualità di compositore e arrangiatore. Ma non solo: infatti sei noto per aver effettuato una profonda ricerca incardinata su una peculiare commistione di musica dal vivo, corpo e immagine. Proprio l’utilizzo del corpo, nella tua visione dell’arte, assume un aspetto decisamente anticonformistico e financo provocatorio?

Non mi interessa aderire a un’estetica riconoscibile o a un genere definito. Ogni progetto nasce da una necessità, non da un formato. Ho sempre lavorato fuori dai percorsi standard, perché è lì che sento di poter essere onesto. La mia ricerca è improntata su un punto d’incontro tra suono, corpo e immagine. Musica, corde, presenza fisica e visione surrealista non sono elementi separati, ma parti di un unico gesto. Nella performance dal vivo questo gesto si sviluppa nel tempo dell’ascolto, nelle fotografie, nelle registrazioni rimane come traccia, come memoria fissata di un momento irripetibile. Ciò che cerco è catturare un istante di verità, in cui suono e visione coincidono.

Come già accennato in precedenza, sei ideatore dei progetti BizzAccord e Private Square, in cui la performance diventa un’esperienza immersiva. Specialmente In BizzAccord, realizzato insieme all’artista visiva Laura Brida, musica, kinbaku art, immagini e azione performativa si fondono in un unico quadro narrativo. Esattamente, nello specifico, in cosa consistono questi progetti così particolari?

All’interno di BizzAccord il dialogo tra suono, corpo e visione assume forme diverse, ma nasce sempre dalla stessa necessità. In alcuni contesti la musica incontra direttamente la performance, mentre in altri il concerto dialoga con immagini e opere visive nate dalla stessa ricerca. Con Laura Brida questo dialogo diventa un lavoro condiviso: in scena la performance nasce dall’ascolto reciproco, quando l’azione non è presente dal vivo, poi continua nelle immagini e nelle fotografie, che non sono documentazione ma prosecuzione della stessa ricerca. Al pubblico non voglio offrire intrattenimento, ma un istante vero: una sospensione dal tempo ordinario, in cui l’ascolto torna centrale. Per me l’arte nasce dal rischio di essere sinceri, quando la tecnica smette di proteggerti e apre uno spazio di verità, anche fragile.

Venendo al tuo strumento, quale modello di fisarmonica utilizzi in studio di registrazione e nei concerti?

Attualmente suono una fisarmonica Castagnari degli anni Settanta, con doppio cassotto e accordatura a 440 Hz. L’ho scelta per la profondità del suono e la qualità delle voci. È uno strumento fisico, che respira con il corpo e reagisce al minimo gesto. Nella mia ricerca può essere voce, spazio, rumore o silenzio. Non la uso per definire uno stile, ma come estensione dell’ascolto. È uno strumento che non protegge: se sei presente dice la verità, se non lo sei ti smaschera. Ecco perché è centrale nel mio lavoro.

Per quanto concerne l’attività discografica, hai in mente di realizzare nuovi lavori nell’immediato futuro?

Da un lato c’è DRONE-A, un progetto di ricerca in cui la fisarmonica resta rigorosamente acustica, mentre i droni sonori sono elettronici, generati e modellati digitalmente. Non si tratta di effetti, ma di due livelli sonori distinti che convivono: il respiro fisico dello strumento e una materia elettronica continua, che lavora su tempo, sospensione e percezione. Il progetto più ampio è BizzAccord – The Album, un vinile di fisarmonica solista pensato come opera unica, in cui convivono scrittura e improvvisazione, attraversando jazz e musica di ricerca senza aderire a un’etichetta precisa. L’album include otto fotografie surrealiste, stampate in edizione limitata ed estraibili, concepite come parte integrante proprio dell’opera. Ogni brano è legato a un’immagine, in un dialogo diretto tra suono e visione. Nasce da una ricerca maturata nel tempo, anche attraverso molti anni di studio rigoroso dell’arte giapponese del kinbaku, affrontata come disciplina di ascolto e relazione, nel percorso con il maestro Osada Steve. Da lì si è aperto uno spazio espressivo in cui corde, immaginario surrealista e musica dialogano in modo naturale, senza mai spostare il centro dalla fisarmonica. In questo contesto, la collaborazione con Laura Brida è fondamentale. In scena e come costumista contribuisce a costruire un universo coerente in cui suono, corpo e visione appartengono alla stessa sfera espressiva.

Da qui al termine dell’anno, cosa auguri a te stesso dal punto di vista artistico?

Mi auguro di non scambiare mai l’abitudine per stile e di avere sempre il coraggio di smontare ciò che ho costruito quando diventa troppo comodo. Senza demonizzare la stabilità, ma continuando a mettermi in discussione: è lì che, per me, vive la ricerca. E se c’è un altro augurio, è quello di lasciare un seme: nella musica, nel modo di stare sul palco, e forse anche in mia figlia Jenna, che si avvicina alla fisarmonica e al teatro con una curiosità tutta sua. Non per essere seguita, ma per essere libera di trovare la propria voce.

 

(Foto in evidenza by Karlheinz Sollbauer)

 

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