Così comincia la vita di Amy Marcy Cheney, la cui carriera fu seguita con passione dal pubblico dell’epoca, che in lei vide un’eroina: una paladina dei valori più elevati e progressisti dell’emancipazione femminile, una donna capace di esprimere appieno il proprio potenziale creativo e di raggiungere un traguardo eccezionale: quello di essere la prima musicista americana capace di penetrare in modo decisivo nel dominio più esclusivo degli uomini, quello della composizione.
Quando Amy poté cominciare lo studio dello strumento, a sei anni, intraprese quello che per tutta la vita rimase un percorso rigorosamente privato, protetto dal mondo esterno e da ogni tentativo di sfruttamento pubblico. Ignorate le raccomandazioni di portare l’enfant prodige a studiare in Europa – consuetudine tra i musicisti di livello – i genitori scelsero nel 1875 di trasferirsi da Henniker, nel New Hampshire, al cuore del New England: Boston, sede dell’élite intellettuale e culturale americana[1] che vantava un primato indiscusso quanto a vita musicale. Avamposto della tradizione tedesca negli States, ospitava dal 1815 la “Haendel and Haydn Society”, e, dallo stesso 1875, uno dei primi corsi accademici di musica in America presso l’Università di Harvard[2]. I concertisti nativi americani erano allora quasi inesistenti, e la famiglia scelse dapprima Ernest Perabo, formatosi in Germania con Moscheles, e dal 1882 Carl Baermann, allievo di Liszt e già professore al Conservatorio di Monaco, entrambi eredi di una gloriosa tradizione pianistica.
Raccolti tutti i libri che poté su materie musicali, li radunò in una collezione allora rara in America e “si insegnò” teoria, armonia, contrappunto, fuga e orchestrazione, traducendo il manuale di Berlioz, annotandone passaggi sui quaderni e imparandone a memoria interi capitoli. Prese a seguire tutti i concerti della Boston Symphony, studiando e memorizzando le partiture, arrivando addirittura a riscriverle. I suoi quaderni di appunti, redatti per anni, riportano annotazioni ritmiche, osservazioni sui registri strumentali, descrizioni delle potenzialità sonore di ogni strumento. Compagni di questa impresa titanica erano i suoi “dieci comandamenti”, un personale breviario di autodidatta, con cui si esortava a perfezionare le piccole forme per arrivare alle grandi, a raffinare la tecnica per trasmettere emozioni.
Il matrimonio nel 1885 con Henry Harris Aubrey Beach – vedovo, di venticinque anni più anziano, celebre chirurgo dell’élite medica e sociale di Boston dotato di un’ottima formazione musicale – offrì ad Amy un ambiente protetto, schiudendole le porte dell’alta borghesia bostoniana, ma al prezzo delle regole che essa imponeva: divieto di insegnare, non esibirsi in più di uno o due concerti all’anno, e solo a scopo benefico. Paradossalmente, queste restrizioni alimentarono la sua vocazione compositiva. Henry, affascinato dai talenti della giovane, ne divenne il più vivo sostenitore e un interlocutore artistico privilegiato; gli anni della loro unione – da cui non nacquero figli – furono tra i più felici della vita della ragazza, che con il marito realizzò un ideale connubio affettivo e artistico, ricevendone sostegno e una sconfinata fiducia nel proprio talento compositivo.
Il momento storico nel quale Amy Beach fece la sua comparsa coincideva infatti con anni in cui la questione dei diritti femminili permeava il dibattito pubblico. La pubblicazione, nel 1880, del libro di George Upton Woman in Music, che sosteneva la subalternità del ruolo femminile a quello maschile, aveva influenzato in modo incisivo la società americana, radicalizzando una visione conservatrice e puritana. Sia Anton Rubinstein che Antonín Dvořák, da poco arrivato a New York per dirigere il Conservatorio di Musica, avevano manifestato ampie riserve sulle capacità delle donne; Amy, assurta allo status di “prima compositrice americana”, divenne una voce autorevole nel dibattito sulla questione femminile. Portatrice di istanze progressiste, le affidò a dichiarazioni, articoli e interviste che per molti anni trovarono spazio sull’influente rivista musicale “The Etude”. Celebre è la risposta che diede a Dvořák, il quale, poco dopo il suo arrivo, aveva dichiarato: “Qui tutte le signore suonano. Va bene; è gradevole. Ma temo che non possano aiutarci molto. Non hanno potere creativo”. Amy replicò dieci giorni dopo: “Dall’anno 1675 al 1885 le donne hanno composto 153 lavori: 55 opere serie, 6 cantate, 53 opere comiche, 17 operette, 6 Singspiele, 4 balletti, 4 vaudevilles, 2 oratori, masques… ecc.” citando dozzine di compositrici europee, tra cui Chaminade e Holmès. E incluse nel novero, con un certo orgoglio, anche sé stessa, fresca di una commissione importante da parte di Berta Honoré Palmer: un lavoro originale per la tanto attesa World’s Columbian Exposition di Chicago, programmata per l’anno successivo, il 1893[4].
L’esecuzione del Festival Jubilate op. 17 in una vetrina tanto prestigiosa la presentò al pubblico internazionale. Ma la consacrazione doveva ancora avvenire, e giunse con il traguardo successivo: la Sinfonia Gaelica, eseguita dalla Boston Symphony Orchestra nel 1896, che suscitò grandissima attenzione tra recensioni, encomi e inevitabili critiche, ricevendo naturalmente l’appassionato sostegno delle donne che ne scrissero sul “Woman’s Journal”. Considerata da alcuni la prima grande sinfonia americana, il brano segnò un punto di svolta per Amy, perché rappresentò l’investitura ufficiale da parte del circolo dei compositori della cosiddetta Second Boston School – John Knowles Paine, Arthur Foote, George Chadwick, Edward MacDowell e Horatio Parker – che la accolsero nel loro gruppo, da allora ricordato come quello dei “Boston Six”.
Tra il 1895 e il 1907 Amy compose opere che contribuirono ad arricchire il linguaggio cameristico americano e nelle quali riappare la sua tenace ricerca di un linguaggio idiomatico nazionale. Del 1895 è la Sonata op. 34 per violino e pianoforte, un brano di enorme successo, eseguito anche in Europa da interpreti del calibro di Eugène Ysaye e Raoul Pugno; le Variations on Balkan Themes op. 60 per pianoforte – ispirate da una conferenza sull’indipendenza macedone dal dominio ottomano – risalgono al 1904; del 1907 sono poi Eskimos op. 64, vignette pianistiche nate dall’ascolto di antiche melodie inuit, e il Quintetto op. 67, uno dei lavori tuttora più eseguiti di Amy e considerato un capolavoro del repertorio cameristico statunitense.
Ma il punto focale di questa feconda stagione compositiva, e ulteriore conferma di un percorso segnato da audacia e potere visionario, è il Concerto op. 45 per pianoforte e orchestra, il primo mai scritto da una compositrice americana. Preparato nell’arco di due anni ed eseguito nel 1900, con l’autrice al pianoforte e la Boston Symphony Orchestra diretta dall’antico e mentore Gericke, il concerto rappresenta la volontà di misurarsi con i grandi modelli europei affermando una propria, precisa, identità. La studiosa Adrienne Fried Block[7] lo definisce “un’autobiografia musicale”, e vede nella sua grandiosità e impeto drammatico il riscatto di un’artista decisa a infrangere con potenza le anguste regole imposte alle donne da una società restrittiva.
La vena creativa di Amy subì un arresto traumatico nel 1910, con la morte di Henry, seguita appena un anno dopo dalla scomparsa della madre. A quarant’anni, determinata, decise allora di intraprendere il tanto atteso viaggio in Europa: non più come studentessa, ma come compositrice ormai affermata a livello nazionale e internazionale, desiderosa di riaffermarsi anche come pianista. In quell’occasione volle riappropriarsi di un’identità finalmente libera dall’ombra del marito. Nei suoi ininterrotti spostamenti tra Berlino, Roma, Monaco e Lipsia – dove le esecuzioni delle sue opere ottennero ampi consensi – non fu più, come in America, Mrs. H. H. A. Beach, ma divenne, per la prima volta, semplicemente Amy Beach.
Purtroppo, lo scoppio della Prima guerra mondiale la costrinse a un ritorno precoce, prima a New York, poi a Boston, dove fu accolta trionfalmente e dove si stabilì nuovamente, riprendendo – per ragioni di riconoscibilità – il nome con cui il pubblico la ricordava.
La fase matura della sua vita fu segnata da un’instancabile attività concertistica nel Paese e da frequenti cambi di dimora: da New York a San Francisco e per dieci anni da alcuni parenti a Hillsborough. In quegli anni la sua attività compositiva si rivolse soprattutto alle songs, che lei considerava una ricreazione per lo spirito. Nel 1920 ne aveva già composte settantatré, su testi di Browning, Tennyson, Shelley, Goethe, Heine, esprimendovi il suo amore per la natura, il mare, gli uccelli[8], e i fiori (The Rose of Avon-Town, Songs of the Sea, The Sea Fairies). E se il mondo naturale riaccese in lei un sentimento di religiosità unito alla ricerca di una spiritualità contemplativa, il proprio retaggio culturale e la rigorosa educazione puritana le instillarono un senso di responsabilità morale che la spinse a dedicarsi con convinzione ad attività educative e sociali.
Negli altri mesi dell’anno Amy continuò a essere una figura centrale della vita musicale americana, componendo, viaggiando e sostenendo giovani musicisti: nel 1922 fondò il primo di una serie di Beach Clubs, scuole di musica per bambini che lei stessa ascoltava e incoraggiava in occasione delle frequenti visite. Nel 1925 fu eletta presidente della Society of Women Composers, associazione che, tra New York e a Washington, rimase attiva per sei anni, fino alla chiusura imposta nel 1932 dalla Grande Depressione. Non mancarono nuovi tour europei, nel 1926 e nel 1928, durante i quali trascorse lunghi periodi in Italia, soprattutto a Roma, entrando in contatto con la società musicale cittadina frequentata da Respighi e Malipiero, trovando ulteriori occasioni di scambi artistici.
Dal 1930 Amy stabilì la sua base a New York, lasciandola solo per i rituali soggiorni alla Colony. In questi anni non mancarono momenti di grande rilievo: nel 1936 suonò alla Casa Bianca per Eleanor Roosevelt, pubblicò nello stesso anno il saggio A Plea for Mercy[9] e, nel 1938, compose due lavori di particolare importanza, l’opera Cabildo, op. 149, e il Trio, op. 150.
Circondata da amici, generosa e amorevolmente assistita da tutti, fu celebrata per i suoi settant’anni a Washington; poco dopo, però, la salute cominciò a declinare. Amy Beach si spense nel novembre del 1944. Lasciò i suoi numerosi gioielli ad amici e alla chiesa di St. Bartholomew a New York, affinché fossero intarsiati in un calice, e destinò tutte le royalty delle sue opere alla MacDowell Colony, dove venne istituito un Amy Beach Fund.
Dimenticata per decenni, la sua straordinaria figura è tornata alla luce soltanto alla fine degli anni Settanta, quando una nuova generazione di studiosi e interpreti ha iniziato a riconoscere la profondità e l’originalità della sua voce.
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[1] I notabili della città venivano chiamati Boston Brahmins: termine coniato nel 1860, designava tanto le famiglie di provenienza aristocratica, discendenti da nobiltà inglese lì insediatasi, quanto borghesi ricchi che si univano con i primi per attribuirsi un riconoscimento quasi aristocratico, distinguendosi così dai ceti borghesi di livello sociale inferiore. Coltivavano costumi adeguati al loro rango, si impegnavano in opere di beneficenza, praticavano le arti, andavano nelle stesse scuole e chiese congregazionaliste o metodiste, e ricoprivano ruoli cruciali nelle Corti e nelle Università. Ma il ruolo della donna ‘bramina’ era quello di una creatura chiusa nel proprio cerchio domestico, conforme e modesta, osservante un puritanesimo stretto, dedita alla beneficenza e alle riforme sociali, altamente morale e casta.
[2] Lo Harvard Department of Music, diretto da John Knowles Paine, fu uno dei primi negli Stati Uniti a dare alla musica un’impostazione accademica e non solo pratica.
[3] Tutte pubblicate dall’editore Arthur P. Schmidt: tedesco immigrato, si dedicò con convinzione alla pubblicazione di lavori di americani supportando i compositori nativi. Pubblicò per 25 anni ogni lavoro scritto da Amy, che poi prese accordi anche con la casa editrice Schirmer.
[4] Sulla World’s Columbian Exposition vedi, della scrivente, l’articolo 1° maggio 1893: il Woman’s Buildins alla World’s Columbian Exposition di Chicago, “Strumenti & Musica Magazine”, 26 maggio 2025.
[5] In un articolo sullo “Harper’s New Monthly Magazine” del febbraio1895, Music in America, Dvořák rafforzò ulteriormente le proprie convinzioni, si veda https://tagg.org/others/dvorak1895.html.
[6] “Boston Herald”, 28 maggio 1895.
[7] Il suo Amy Beach. Passionate Victorian del 1998 (Oxford University Press), è la più autorevole monografia sulla compositrice americana.
[8] Amy aveva da giovane trascorso un lungo periodo a San Francisco dagli zii, dove aveva cominciato ad appassionarsi al canto degli uccelli, collezionandoli per molti anni ed evocandoli in numerose composizioni.
[9] Nel saggio lamenta l’uso del pianoforte come strumento meramente percussivo, difendendo la necessità di non ferire l’orecchio, ma anzi di procurare armonie appaganti, sostenendo che l’eccesso di dissonanza sia disastroso. In realtà lei stessa sperimentò in questa direzione e attraversò una fase espressionista, in cui usò cromatismi destabilizzanti per la tonalità.