Nel tuo percorso personale unisci una laurea in filosofia con una profonda passione e competenza per la musica country. Com’è nata l’idea di far dialogare questi due mondi apparentemente così distanti in Countrylosofia?
Sono nel mondo country da ormai oltre vent’anni e ho sempre cercato di capire quali fossero i possibili apparentamenti che legano gli appassionati a questo determinato mondo, che, certamente, è fatto di intrattenimento, ma che respira anche valori condivisi e senso di appartenenza. È incredibile come la country music, pur in un orizzonte temporale molto dilatato – parliamo infatti di oltre cento anni di storia – riesca ancora a mantenersi saldamente ancorata a un’originaria idea di sé, pur in un ovvio e continuo cambiamento formale, tecnologico e produttivo. Da par suo, la Filosofia è una disciplina sempre alla ricerca di sé stessa, anche in luoghi dove non si aspetterebbe di trovarsi. E, infine, l’esperienza dell’ascolto – cosa che, ovviamente, vale per qualsiasi genere musicale – ha anche una curvatura sia verso gli stati emotivi, sia verso il modo di sentire interiore, con tutta la molteplicità dei Saperi coinvolti, a prescindere dal livello di alfabetizzazione musicale pregresso. Pensa solo a tutte le volte che siamo “riuniti con noi stessi” a svolgere un’attività – l’ascoltare musica – che non prevede né storie, né immagini, né dialoghi, ma solo il suo realizzarsi. Non trovi che tutto ciò sia così potentemente “filosofico”?
Trovo, trovo… purtroppo, però, spesso, la musica country viene etichettata superficialmente come un genere semplice o puramente commerciale. In che modo l’analisi filosofica restituisce dignità intellettuale a queste canzoni?
La semplicità formale di una canzone country non coincide necessariamente con la povertà di pensiero: una strofa costruita su pochi accordi e recitata con melodie accessibili spesso custodisce un’originale gerarchia di valori, che, guarda caso, costituisce la base di una “filosofia del quotidiano”, che ho cercato di far emergere. L’analisi filosofica mostra che questi testi spesso lavorano anche con categorie impegnative, come colpa, tempo, memoria, appartenenza, e lo fanno il più delle volte con un linguaggio accessibile, pur non mancando delle astrazioni anche più impegnative. Il compito dello studioso è rendere potabili queste tematiche, senza quindi mai decidere in anticipo cosa “merita” di essere pensato. Prendi per esempio The River di Garth Brooks; è una potentissima trasposizione in musica della Mobilità dell’Essere, del suo continuo modificarsi, come un atto autentico del vivere. L’Uomo raramente può governare le incertezze del Fato – o del Caos – però può sempre scegliere come reagire a esse: “Never knowing what’s in store, makes each day a constant battle” [2].
Nel libro metti in relazione i testi dei brani country anche con il pensiero di filosofi antichi come Aristotele, Epicuro e gli Stoici. Qual è il punto di contatto più sorprendente che hai trovato tra il “senso del limite” dello stoicismo o la ricerca della felicità di Epicuro e la vita raccontata nelle canzoni country?
Mi ha sempre conquistato il constatare la parentela tra l’autarchia temperante epicurea e tutta l’etica delle piccole cose; quest’ultimo è infatti un tema molto ricorrente nel repertorio di genere country. Il portico, la compagnia del proprio cane, il pick-up, una cena condivisa, un tramonto che ci rapisce: Epicuro li chiamerebbe piaceri naturali e necessari, e la Felicità come desiderio ben misurato è proprio ciò che queste canzoni celebrano. Sul versante stoico, la distinzione tra ciò che dipende da noi e ciò che avviene a prescindere dalle nostre volontà, riaffiora frequentemente: tuttavia, questo limite inevitabile non è quasi mai considerato come un’offesa; al contrario, è la condizione in cui la dignità si manifesta. Dolly Parton, recentemente scomparsa, ha cantato questi temi in uno dei suoi capolavori, Coat of Many Colors, e in un’unica frase sono cristallizzati proprio tutti questi ambiti, con una semplicità disarmante: “Now I know we had no money, but I was rich as I could be” [3].
Un capitolo centrale del tuo saggio affronta i meccanismi di legittimazione estetica e il problema dell’autenticità. Come riesce la country music a rimanere fedele alle proprie radici identitarie pur essendo immersa nelle logiche del mercato globale contemporaneo?
La ricerca dell’Autenticità è l’idea di partenza di ogni genere musicale a forte “trazione identitaria” – hip hop, metal e, ovviamente, country – e riguarda principalmente la sua credibilità, la sua “onestà” nel rappresentare il “vivente”. Il rischio è però quello di intendere la propria Autenticità come un mero deposito di scatoloni da custodire, e nulla più. Quando scambiamo una pratica viva per una formula ingessata e monolitica, stiamo commettendo un banale errore filosofico: confondere il “processo” per un “oggetto”. Al contrario, deve essere una pratica che viene rinegoziata di continuo: non sottraendosi al Mercato ma continuando a mantenere una forma di vita riconoscibile, pur tra i flutti della Contemporaneità.
C’è un brano specifico che consideri il perfetto manifesto della “Countrylosofia”? E se sì, perché?
Direi due tra tutti: il primo potrebbe essere Three Wooden Crosses di Randy Travis. In pochi minuti la canzone mette in scena quattro vite e pone la domanda decisiva: cosa resta di un’esistenza, dopo che essa è svanita? La risposta tralascia ciò che si accumula, per focalizzarsi su ciò che si lascia agli altri. Dentro c’è tutto: il sacro, la colpa, la redenzione, la dimensione di una comunità coesa e uno stile del raccontare, che fa della semplicità il suo strumento di profondità. Spostando lo sguardo verso la Natura e le sue allegorie, la necessità della sua preservazione, le aporie tra i suoi ritmi e le aritmie frenetiche della vita dell’Uomo, ovviamente esplode morbida e profonda in Take Me Home, Country Roads di John Denver, il centro di gravità emotivo di un po’ tutto lo sterminato repertorio di musica country, incardinato nella frase “Country roads, take me home, to the place I belong” [4].
Nel dibattito estetico contemporaneo, la distinzione tra “arte colta” e “cultura di massa” è spesso polarizzata. Nel tuo saggio, come decostruisci il pregiudizio che riduce la country music a mero fenomeno commerciale, elevandola, invece, a oggetto di indagine filosofica?
Il sottotraccia di pensiero che trasversalmente si inerpica nelle menti di noi appassionati è quello che alcuni definiscono come “La sindrome della sala vuota”, che corrisponde a quello strano pregiudizio pseudoelitario in base al quale un’opera di qualità non dovrebbe in alcun modo attirare una qualsiasi forma di consenso da parte del pubblico, come se in quest’ultimo ci debba essere sempre qualcosa di sbagliato. La Cultura “bassa” non può essere sempre indistintamente equiparata alla “bassa” Cultura: certo, spesso con ragione, siamo portati a pensare proprio secondo questo pregiudizio, chi può negarlo… Tuttavia, e per fortuna, la semplicità non sempre fa rima con banalità.
Possiamo considerare la country music come la traduzione in chiave pop dell’autofiducia (Self-Reliance) e del ritorno alla natura teorizzati nel XIX secolo americano (Emerson e Thoreau)?
Sì, in parte potrebbe anche esserci una sorta di filiazione diretta, ma bisogna distinguere da un approccio filosofico che invita espressamente al non conformismo e al vivere una condizione di almeno parziale isolamento, rispetto a un concentrato di valori con una forte centratura anche sugli ambiti di relazione e di comunitarismo. Ma è certamente vero che una delle immagini più ricorrenti nel repertorio di country music è quella di un Uomo con radici profonde nelle relazioni e nelle parentele, pur nella consapevolezza delle possibili precarietà di esse, legate al Fato e alla necessità di scelte autonome, a volte anche dolorose. Pertanto, più che di “traduzione”, parlerei di un’eredità comune che si sviluppa un po’ “a elastico” tra la possibile autarchia, da un lato, e una direzione più relazionale, dall’altro.
Da un punto di vista strettamente esegetico, i testi country sembrano oscillare tra un forte individualismo radicale e un profondo senso della comunità e della tradizione. Come si conciliano queste due tensioni etico-politiche all’interno della “visione del mondo” (Weltanschauung) che hai battezzato “Countrylosofia”?
Questa domanda si ricollega a quanto mi chiedevi poc’anzi: il tentativo di conciliare una forma diffusa di individualismo più o meno radicale, con un forte senso della comunità di appartenenza, ho tentato di attuarlo proprio attraverso una rilettura filosofica di tutta la coreutica country & western, di tutta la sua ritualità, laddove l’individualità del gesto si armonizza con il resto del gruppo in movimento, cosicché l’individuo non si perda nel gruppo ma, al contrario, si realizzi in esso. Questo aspetto del ballo comunitario – e qui, più che l’analista di Filosofia, sta parlando il dj… – mi ha sempre affascinato.
La teologia e la dimensione del sacro (la redenzione, il peccato, il giudizio) permeano questo genere. Quale chiave di lettura filosofica adotti per analizzare il rapporto tra il determinismo religioso (spesso calvinista o battista) e il libero arbitrio rivendicato dai protagonisti delle canzoni?
La tensione è antica e sovrastante sulle vite dei protagonisti dei repertori country di riferimento: ho ripreso Agostino, per il quale la Grazia precede, ma è la Volontà di ciascuno che viene poi chiamata a rispondere, a volte con l’angoscia che la libertà di scelta porta necessariamente con sé. In uno dei brani che analizzo, come The Man Comes Around di Johnny Cash, il giudizio è annunciato e incombente, eppure è la scelta del personaggio a deciderne l’esito finale, garantendo la centralità della decisione personale.
La “Countrylosofia” può essere interpretata come una filosofia pragmatica applicata alla quotidianità della working class?
A patto però di non ridurla a questo! C’è un’affinità evidente con il Pragmatismo, del quale peraltro faccio ampia menzione, secondo cui il valore di un’idea si misura dalle conseguenze che ha nella vita. È un sapere pratico, che nasce dal lavoro, dalla fatica, dal corpo che si muove nel mondo, ma la Countrylosofia non parla solo alla working class né tantomeno solo di essa: usa quel mondo come possibile punto d’accesso a domande comunque universali. È una filosofia radicata nei luoghi di un’umanità certo concreta, ma che arriva a porsi anche questioni con un alto profilo di astrazione, non calata dall’alto nei testi e nelle musiche, ma portata in superficie partendo dalle intenzioni profonde di un’artista. È una filosofia, sicuramente implicita, sicuramente custodita nel linguaggio e nel senso comune, ma non per questo meno degna di uno sguardo attento. Ogni protagonista, ogni verso, ogni singola canzone, possono diventare, a un occhio attento, figure e metafore in cui chiunque può riconoscere il proprio rapporto con il limite, con il tempo, con il dolore, con l’amore per l’altro. E tutto ciò, ribadisco, è molto “filosofico”.
Stefano “Steve” Frapolli è figlio di un violinista e professore di Educazione Musicale e ha studiato violino e pianoforte, oltre a suonare anche la chitarra e la batteria. Ha iniziato giovanissimo anche a fare il dj, mettendo musica disco alle feste nei garage e nelle cantine, alla fine degli anni Settanta. Attualmente, è insegnante di Scuola Primaria, ma ha lavorato in passato, per dieci anni, nella catena Ricordi come direttore di negozio. Si è laureato in Filosofia nel 1991 con una tesi sull’estetica musicale di Nietzsche e Wagner. Ha così cercato di combinare tutte queste sue esperienze di vita nello studio della musica country, della sua estetica e dei suoi artisti.
Stefano Frapolli, Countrylosofia
Editore: Beatween
Anno di edizione: 2026
Pagine: 141, brossura, € 13,00
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[1] Cfr. qui, Il country come metafora dell’esistenza.
[2] “Non sapere cosa ci riserva il futuro, rende ogni giorno una lotta instancabile”.
[3] “Ora mi rendo conto che non avevamo denaro, ma ero ricca più di quanto non si potesse essere”.
[4] “Strade di campagne, riportatemi a casa, al luogo a cui appartengo”.