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A Letter Home: il nuovo disco del cantautore canadese Neil Young

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A letter homeA Letter Home è il titolo del nuovo disco di Neil Young, uscito pochi mesi fa e prodotto dalla Third Man Records di Nashville. L’album presenta almeno due elementi sui quali mi piace soffermarmi. Il primo è il modo in cui è stato registrato. Il secondo è il contenuto. Iniziamo da quest’ultimo. Il cantautore canadese, molto attivo sia sul piano della produzione discografica che dell’innovazione musicale – recentemente ha lanciato sul mercato Pono, un lettore portatile di file musicali in alta definizione -, ha voluto probabilmente chiudere un cerchio che aveva iniziato a percorrere nel 2010, anno in cui ha pubblicato “Le Noise”. L’album, prodotto da Daniel Lanois – il quale nella sua lunga carriera ha lavorato, tra gli altri, con Bob Dylan, Peter Gabriel, U2, Robbie Robertson e Emmylou Harris – è molto curato dal punto di vista della produzione (è stato registrato da Mark Howard, ingegnere che ha lavorato con Tom Waits, Lucinda Williams, Willie Nelson, Marianne Faithfull, Emmylou Harris, R.E.M.). Ma è composto da otto brani cantati e suonati alla chitarra dal solo Young. A Letter Home ricalca la stessa formula, ma si attesta su un’atmosfera dichiaratamente “roots” e “rough”. Innanzitutto perché – a differenza dell’altro, che ci ha colpito soprattutto per la chitarra elettrica e possente che sorregge la voce – è suonato con la sola chitarra acustica (fanno eccezione “On the road again” e “I wonder if I care as much”, nelle quali Jack White suona il piano), la quale accompagna la cantilena sognante e acida di Neil Young in una successione di tredici tracce. Poi perché gli undici brani (due sono “talking” di Young) sono cover di cantautori della scena rock-folk internazionale: Bob Dylan, Bert Jansch, Gordon Lightfoot, Willie Nelson, Tim Hardin, Gordon Lightfoot, Ivory Joe Hunter, Bruce Springsteen, gli Everly Brothers e Phil Ochs. Infine perché – e qui tocchiamo l’altro punto di cui sopra – A Letter Home è stato registrato dentro una cabina di registrazione per i dischi in vinile. Si tratta di un cabina vera e propria, presente nella Third Man Records del visionario Jack White, grazie alla quale è possibile registrare e stampare il proprio vinile. Va da sé che il risultato assume la connotazione di prodotto “grezzo” ma, proprio in virtù di questo, si configura come la “fotografia” di una performance, il cui valore simbolico e artistico risiede probabilmente nell’assenza della produzione tradizionale e, quindi, dell’aggiunta di elementi migliorativi. Il risultato è sicuramente convincente: Young ha una voce che può ammaliare anche i più scettici e, anche quando scorre su una base così scarna e ruvida, il suo calore e il suo fascino rimangono intatti.

 

Autore: Daniele Cestellini

Daniele Cestellini ha scritto 752 articoli.

Questo post è disponibile anche in: Inglese



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