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Graziano Solinas: nel segno di una multiformità compositiva

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Graziano SolinasFisarmonicista, pianista, compositore e arrangiatore, Graziano Solinas è un artista sardo particolarmente sensibile, che ama spaziare a 360 gradi tra un’infinità di generi musicali, con il preclaro e nobile intento di declinare il suo frutto compositivo attraverso una definita identità, originalità e riconoscibilità comunicativa. Con questa ricca e interessante chiacchierata ricalca le tappe più importanti della sua vita.

Durante il tuo percorso di formazione artistica, tra gli svariati docenti con i quali ti sei interfacciato, hai stretto un legame molto intenso con Bruno Tommaso, colonna portante del jazz nazionale. Puoi spiegare, nel dettaglio, gli aspetti del tuo rapporto umano e professionale con questo illustre contrabbassista jazz?

Conobbi Bruno Tommaso nel 1992, a uno dei seminari jazz di Nuoro. Nell’occasione, oltre al corso di musica d’insieme con Tino Tracanna, partecipai ai suoi corsi molto illuminanti di orchestrazione. Ricordo che disse più o meno queste cose: «È importante lo sbaglio, perché attraverso di esso si cresce e si impara a non farlo più». Con questo capii, attraverso un mio errore nella trascrizione, il problema dei registri degli strumenti traspositori. Chi suona gli strumenti in DO, a volte, non comprende le convenzioni, le prassi della scrittura orchestrale. All’epoca non suonavo la fisarmonica, strumento che iniziai a studiare qualche anno dopo.

A proposito di studio, ti sei dedicato, da autodidatta, al pianoforte e proprio alla fisarmonica. Perché la scelta è ricaduta su questi due strumenti?

Ho iniziato a 6 anni con l’organo Bontempi, un giocattolo di due ottave su cui, dall’età di 9 anni, suonai continuativamente improvvisando per gioco, che successivamente divenne una vera passione. Poi, terminata la scuola Media, sostenni l’esame di ammissione per pianoforte. Non sapevo leggere, avevo imparato da solo e non avevo mai suonato un piano “vero”, così provai direttamente all’audizione e, non sapendo cosa fare, improvvisai delle piccole melodie. La commissione rimase molto impressionata, tanto da prendermi per il corso di Composizione.  Allora non sapevo che sarebbe stata la scelta giusta per me, poiché volevo fare solo il pianista. Amavo Tony Banks, lui era un mio punto di riferimento pianistico. In realtà, per quanto riguarda la fisarmonica, non era uno strumento che amavo. Fu per caso, in Piemonte (a Bergolo), per “Cant e Magg”, che la imbracciai per provare con il gruppo “Calic” prima del concerto. Uno dei membri della band mi disse: «Cavolo, ma è il tuo strumento!!!» Da lì incominciò lo studio di questo infernale e bellissimo strumento, dal quale continuo ad imparare le possibilità espressive e tecniche.

Dal 1989 al 1993 sei stato membro, appunto, della formazione di musica popolare “Calic”, nella quale hai ricoperto il ruolo di compositore e arrangiatore. Puoi tracciare un breve bilancio di questa esperienza?

È stata una formazione fondamentale per me. Ricordo quando a Sassari, nel locale dell’epoca chiamato “Buendia”, i “Calic” facevano le prove e io, in alcune occasioni, assistevo. Ricordo che pensai di voler essere veramente parte integrante di questo fantastico gruppo. Ho imparato molto da Claudio Gabriel Sanna, Mariano Piras e Antonio Luiu. Il fatto di praticare musica etnica è stato per me una fonte inesauribile dal punto di vista compositivo. In verità la mia vera collaborazione è legata più al ruolo di strumentista che di arrangiatore. Solo successivamente, negli ultimi anni, ebbi questo incarico per un’opera, che ci fu commissionata a Calvì (in Corsica), dal titolo “Textures” (La forma e il colore del suono). Si trattava di una performance in cui un pittore corso  di nome Chisa fece un’estemporanea di pittura sulla musica scritta da me e dai Calic. Lo stesso spettacolo fu replicato in Catalogna (a Manresa) col pittore Muma Soler e in altri festival con l’artista Mariano Chelo. Sono dei bellissimi ricordi.

Nel 1992, invece, hai formato un trio, coadiuvato dal contrabbassista Lorenzo Sabattini e dal batterista Luca Piana, con il quale hai tenuto diversi concerti che hanno riscosso un buon successo di pubblico e critica. Quali sono i tratti distintivi di questo gruppo?

Direi l’originalità delle composizioni. Le diverse esperienze musicali di ognuno di noi hanno fatto sì che il prodotto finale (purtroppo mai pubblicato) si chiamasse “Tormentone”, titolo tratto da un brano omonimo di Lorenzo Sabattini. Non era certo classificabile come puro jazz e non so ancora come definirlo, sempre che abbia senso farlo. I brani più interessanti, di certo, non erano i miei, ma quelli di Sabattini e di Gian Piero Carta. C’era habanera, musica bandistica, swing, ballad, samba. Non eravamo certamente dei puristi del jazz, con tutto il rispetto dovuto. Facevamo quello che ci sentivamo. E funzionava. Ora, riascoltando quel lavoro, ne sono ancora più convinto.

Sei molto attivo anche in ambito teatrale-musicale attraverso la produzione di alcuni lavori sul tema dell’invito al “piacere della lettura”: Tangomarea, Pranzi Romanzi, Le Canzoni Del Maggio (ispirata alle musiche di Fabrizio De Andrè) e La Buona Novella di De Andrè. Qual è la genesi di questa collaborazione?

Un mio amico, Angelo Vargiu, fondatore dell’associazione musicale “Laborintus”, mi chiese di partecipare come fisarmonicista e compositore al progetto “Tangomarea”, un recital molto bello che abbiamo portato in scena svariate volte nelle biblioteche e nelle scuole. Da lì, la mia collaborazione come musicista e, in alcuni casi, come autore di qualche brano per altri spettacoli che sono giunti in seguito. Il teatro è stato importantissimo per la mia formazione artistica: capire i tempi teatrali, che sono molto diversi dal semplice fatto di suonare, esserci ma non essere troppo presente, sostenere la scena, suggerire e fare solo lo stretto necessario per far funzionare un’azione teatrale. Di sicuro ho imparato come si sta in scena, a rispettare il pubblico e a non assumere atteggiamenti di sufficienza e distrazione sul palco.

Dal 1999 al 2002 sei stato protagonista, in veste di esecutore e compositore, con Graziano Solinas Quartet, quartetto completato da Gian Piero Carta al sax, Alessandro Zolo al basso e Carlo Sezzi alla batteria. Che genere di repertorio hai proposto con questa formazione?

Avevo diversi brani per i quali attendevo solo l’occasione di poterli suonare con un gruppo. Il repertorio era sicuramente più jazz  rispetto ad altre situazioni precedenti. I musicisti, che hanno avuto la pazienza di lavorare con me sulle composizioni, hanno sempre dato un contributo enorme, permettendomi di allargare le mie conoscenze musicali. In questa band Gian Piero Carta e io eravamo gli autori dei pezzi.

Graziano SolinasNel febbraio del 2002 hai preso parte al Festival Italiano di Grand Junction, negli Stati Uniti, eseguendo composizioni di tua penna. Quali sono le peculiarità predominanti dei tuoi brani originali?

È difficile dare una connotazione alla mia musica. I musicisti americani erano molto divertiti dalle composizioni che avevo proposto. È chiaro che la mia formazione sia jazz. Come detto in precedenza, l’amore per il rock progressive, i “Genesis” su tutti, mi ha avvicinato sempre più agli studi classici che ripresi quando ero un “uomo grande”, come diciamo da noi a Sassari. Avevo 36 anni, così ebbi la fortuna di potermi iscrivere in Composizione, diplomandomi a Genova nel 2011. Quindi, sintetizzando: amo una ricerca del suono molto simile agli autori francesi del Novecento (Debussy per esempio). Mi hanno influenzato, non poco, Charles Mingus e Thelonious Monk nel tipo di scrittura, solo per citarne alcuni.

Nel novembre del 2008, come fisarmonicista solista, hai suonato nell’opera composta da Bruno Tommaso intitolata L’Eccezione È La Regola. Cosa rappresenta questo lavoro concepito dal noto jazzista?

Un bellissimo lavoro. È stato un onore essere scelto fra i solisti, un grande banco di prova. Le musiche erano di ampio respiro, con influenze che passavano dalla musica da film alla fuga, a mille altre diavolerie interessanti. Devo essere sincero: le mie capacità musicali sono state portate al limite e forse non è stata la mia performance migliore. Ma sono contento di essere stato lì con loro, con l’Orchestra Jazz della Sardegna, a suonare bella musica.

AlmaCanta è un tuo nuovo progetto, un sestetto composto da Zaira Zingone (voce), Gian Piero Carta (clarinetto e sax), Antonio Pitzoi (chitarra), Lorenzo Sabattini (contrabbasso e basso) e Andrea Lubino (batteria). Qui sei alle prese con il piano. Qual è il messaggio artistico che intendi trasferire all’ascoltatore con questa formazione?

Non so se sia giusto pensare di mandare un messaggio a qualcuno. Credo che questo progetto musicale sia molto onesto. Vengono fuori tutte le mie passioni per la scrittura strumentale e vocale e vorrei inoltre sottolineare la grande collaborazione dei musicisti che, con i loro suggerimenti, rendono possibile questo feeling in AlmaCanta. Penso sia il lavoro migliore che abbia fatto in questi anni. Ne sono molto fiero e continuo a crederci grazie alla voce e ai testi di Zaira Zingone, mia moglie.

Proprio per quanto concerne AlmaCanta è stato pubblicato un nuovo album dal titolo Revive. Puoi descrivere la gestazione e i contenuti più significativi di questo disco?

La gestazione, tra composizioni e arrangiamenti, è durata circa sette mesi. Alcuni brani sono pezzi precedenti a cui Zaira ha aggiunto sapientemente i testi. In genere scrivo prima la musica, la faccio ascoltare e descrivo quello che sento in quel particolare brano, quindi l’atmosfera, la visione e le suggestioni relative alla composizione. Non forzo mai la scrittura, ma cerco sempre di capire il senso del pezzo. Parto orientativamente da un’idea, che poi magari viene soppiantata da un’altra più convincente, susseguentemente sviluppata e portata a termine. Per quanto riguarda i contenuti posso dire che le influenze musicali sono molteplici. Vi sono brani come “In Mood” che è marcatamente swing anni ’40, oppure “Fiore Del Mattino” che è costruito su un tempo di 12/8 e risente di influenze sarde, spagnole e balcaniche. La tracklist comprende anche “Emil”, uno spiritual dedicato a un mio caro amico, oppure la ballad “Revive” che dà il titolo al disco. Ogni brano ha una sua storia legata alla vita e alla morte non in modo triste, senza alcun rimpianto. Affrontiamo questi temi dal nostro punto di vista, che fa risaltare la rinascita e la forza dei legami che trascendono lo spazio e il tempo. I testi sono scritti in tre lingue: inglese, italiano e portoghese, proprio perché, oltre alla musica, cerchiamo anche la sonorità linguistica.

Autore: Stefano Dentice

Stefano Dentice ha scritto 164 articoli.



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