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“Isteria e sortilegio” – 2° parte

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“ISTERIA E SORTILEGIO”

Antonin Artaud, Pierre Boulez e la «musica della crudeltà»

(seconda parte)

 

Nel 1966, alla ricerca di fonti d’ispirazione per le proprie composizioni, Pierre Boulez s’interessa al poema Tutuguri, il rito del sole nero di Artaud, esito anch’esso del viaggio in Messico. 02 Isteria e sortilegio - II parte (Pierre Boulez)Il musicista non dà seguito al proposito, ma, due anni dopo, un’altra opera di Artaud compare tra i suoi progetti: Eliogabalo. È un testo dedicato al giovanissimo (204-222) imperatore romano di origini siriache, sacerdote del dio Elagabal, da cui derivò il soprannome e del quale introdusse il culto a Roma. Circondatosi di personaggi avidi e viziosi, l’imperatore fu ucciso dai suoi stessi pretoriani. 03 Isteria e sortilegio - II parte (Eliogabalo interpretato da Edouard De Max)Elagabal era una divinità solare siriaca e lo scritto di Artaud testimonia l’interesse ricorrente dell’autore per i rituali. Nel 1968, Jean Vilar, il creatore del Festival di Avignone, scrive a Boulez due lettere nelle quali fa riferimento a questo testo: “Tra le migliaia di cose delle quali abbiamo discusso, ho dimenticato di mettervi al corrente della domanda di Béjart al momento del nostro ultimo incontro. Egli mi ha pregato di ricordarvi il progetto “Eliogabalo” secondo l’opera di Antonin Artaud […]”. Probabilmente si trattava di un balletto, se il coreografo Maurice Béjart ne caldeggiava la realizzazione. Boulez non tenterà più l’approccio con un’opera di Artaud, ma tornerà su un concetto molto caro a quest’ultimo: il rituale. L’impatto di Artaud su Boulez trascende la diretta trasposizione musicale di un’opera del primo da parte del secondo, ma si manifesta nella spirito della creazione. Questa presenza artaudiana si ritrova, dunque, allo stadio “poietico” dell’opera di Boulez, senza trasparire a livello estetico[1]. 04 Isteria e sortilegio - II parte (Maurice Bejart)

Boulez mostra uno spiccato interesse per i rituali presenti nelle culture africane e sud-americane. 05 Isteria e sortilegio - II parte (Macumba)Nel 1954, in Brasile, assiste a dei riti di “macumba”. È da questa esperienza che nasce, tra il 1974 e il 1975, l’opera Rituel, in memoriam Bruno Maderna. Nella sua versione definitiva, Rituel è, probabilmente, una delle composizioni più rigorose del suo autore: interamente fondata sul numero 7 e su delle permutazioni a sette valori, alle quali sono sottomessi tutti i parametri[2]. In due lettere non datate, inviate da Londra e da New York al musicologo Pierre Souvtchinsky, Boulez spiega il senso della propria opera e il riferimento alla magia del numero 7. Le due lettere, perché assumano un senso, devono essere lette simultaneamente:

“Caro Pierre, […].

1.     Da Londra a New York                                                             1.     e da New York a Londra

2.     il mio pensiero                                                                          2.     non dimentica

3.     l’amico di sempre.                                                                    3.     La circostanza

4.     eccezionale                                                                              4.     me lo fa sottolineare.

5.     Queste interiezioni                                                                   5.     sono sette

6.     cifre in principio magico.                                                          6.     Questa magia

7.     la auguro propizia                                                                    7.     per voi

caro Pierre”[3].

06 Isteria e sortilegio - II parte (Tarahumara)Pure Artaud fa continuamente riferimento alla magia dei numeri, anche in relazione alla musica. Per esempio, in Al paese dei Tarahumara scrive: “Vi è nella Cabala una musica dei Numeri, e questa musica che riduce il caos materiale ai suoi princìpi, attraverso una sorta di grandiosa matematica, spiega come la Natura si ordini e diriga la nascita delle forme che estrae dal caos. E tutto quel che vidi, mi parve ubbidire a una cifra”[4]. In Tutuguri, rito del sole nero, è il 7 il numero dominante:

 

 

“E in basso, come in fondo al declivio amaro,

crudelmente disperato del cuore,

si apre il cerchio delle sei croci,

molto in basso,

come incastrato nella madre terra

[…]

Il rito è che il nuovo sole passi per sette

punti prima di esplodere nell’orifizio della terra.

E ci sono sei uomini,

uno per ogni sole,

e un settimo uomo

che è il sole completamente

crudo

coperto di nero e di carne rossa”.[5]

Artaud collega tra loro oggetti del pensiero quali la magia del numero 7 e il segno della croce e li colloca nello spazio; Boulez, dal canto suo, associa questa magia alla collocazione nello spazio scenico dei diversi gruppi strumentali. È molto probabile che il compositore si sia ricordato del proprio interesse (1966) per il testo di Artaud[6]. Ma un altro passaggio di Tutuguri merita attenzione nell’accostamento a Rituel:

“Sullo strazio di un tamburo e di una tromba

lunga,

strana,

i sei uomini

che erano accucciati,

arrotolati a terra,

successivamente sorgono come girasoli,

non come soli

ma suoli che girano,

loti d’acqua,

e a ogni sollevarsi

corrisponde il gong sempre più cupo

e trattenuto

del tamburo

fino a che tutto d’un tratto si vede arrivare a gran

trotto, con una velocità vertiginosa,

l’ultimo sole

il primo uomo

il cavallo nero con un

uomo nudo,

assolutamente nudo

e vergine

sopra lui”[7].

Difficile non notare analogie con le prime sezioni di Rituel, in cui è presente “lo sgorgare crescente e regolare dei gruppi strumentali”. Così come “lo strazio di un tamburo e di una tromba lunga” del poema di Artaud evoca l’assolo dell’oboe accompagnato dal suono della tābla[8] della II sezione; o, ancora, i tam tam di Boulez annuncianti le interiezioni dei gruppi nelle sezioni dispari richiamano i gong punteggianti lo sgorgare dei sei uomini in Artaud[9]. 07 Isteria e sortilegio - II parte (Boulez dirige)Si tratta di associazioni tra strumenti musicali e rituali frequenti nello scrittore: “Al momento dell’apparizione del dio, del dio ebbro che fa barcollare le sue guardie, il tempio vibra, in armonia con i vortici stratificati dei sottosuoli, conosciuti e localizzati dalla più remota antichità. Nelle camere dei riti, e sino a parecchie centinaia di metri al di sotto del livello del suolo, coloro che vegliano si passano la voce, lanciano richiami, battono gong, fanno gemere trombe di cui le volte ripercuotono gli echi”[10].

08 Isteria e sortilegio - II parte (Acquelin Breton con André)A novembre del 1936, Artaud viene estradato dal Messico e si trasferisce in Belgio dove tiene un ciclo di conferenze in uno stato di confusione estrema e persistente, che gli vale l’espulsione dal paese. Il 14 agosto 1937 parte per l’Irlanda. Qui, a poco più di un mese dallo sbarco, si perdono le sue tracce. Da una lettera inviata a Jacqueline Breton, moglie del poeta André, sappiamo che si spinge fino alle isole Aran. Poi un lungo silenzio, rotto dalla notizia del suo arresto e dell’ennesimo rimpatrio forzato. Ma è a bordo della nave che lo sta riportando in Francia che la situazione precipita: Artaud, in preda ad una delle sue crisi, cerca di gettarsi in mare ed ingaggia una colluttazione con i marinai che tentano di impedirglielo. L’artista è immobilizzato e, all’arrivo, internato in manicomio. Lì lo aspettano la camicia di forza e l’inizio di un nuovo calvario che durerà nove anni. 09 Isteria e sortilegio - II parte (Artaud con il Dr. Ferdiere)Appena ricoverato, Artaud non riconosce la madre, né gli amici e smette di scrivere; in seguito invierà disperate richieste di aiuto ai Breton, denunciando il trattamento durissimo cui è sottoposto. Sono anni che coincidono, per buona parte, con la Seconda Guerra Mondiale 10 Isteria e sortilegio - II parte (Francia occupata)e con l’invasione della Francia da parte dei nazisti, durante i quali i degenti psichiatrici sono per lo più abbandonati a se stessi. Nel 1943, Paul Eluard, poeta surrealista, si interessa al caso e riesce a far affidare il suo vecchio amico al dottor Gaston Ferdière, alla clinica di Rodez. È qui che, finalmente, Artaud riprende a scrivere. I testi che partorisce, come il suo corpo ormai devastato, sono intrisi dell’esperienza della «follia».

Il 19 marzo 1946, a guerra ormai conclusa, Artaud lascia Rodez per una clinica di Ivry. 11 Isteria e sortilegio - II parte (Artaud)Non ha ancora compiuto cinquant’anni, ma Georges Bataille, che lo incontra proprio allora, lo descrive come un uomo scarno, misterioso, in uno spaventoso stato di deperimento. A Ivry, Artaud gode di una discreta libertà e può raggiungere Parigi, dove riprende a frequentare gli amici di un tempo: artisti, attori, poeti, che progettano convegni per rilanciare le sue idee e raccogliere contributi per aiutarlo. Sono anni di nuova, intensa produzione letteraria per Artaud, che scrive Van Gogh il suicidato della società, Artaud-le-Momo, Ci-Gìt (1947), Succubi e supplizi (pubblicato postumo nel 1978). All’inizio del 1948 è pronto anche il progetto per la trasmissione radiofonica di Per farla finita col giudizio di Dio, fatto di esclamazioni, urla e rumori. È il primo vero spettacolo del Teatro della crudeltà, dopo I Cenci, che Artaud può, finalmente, mettere in scena. Ma il direttore della radio, Wladimir Porché, ritenendo blasfemo il testo, ne vieta la messa in onda. Nonostante le proteste degli intellettuali e della stampa, la trasmissione è sostituita da un’audizione privata per inviti. La delusione di Artaud è profonda. Ormai esausto, semiparalizzato, provato dal dolore per un tumore incurabile, viene trovato morto la mattina del 4 marzo 1948 a Ivry, seduto ai piedi del proprio letto.

 

NOTE

[1] Brice Tissier, “Pierre Boulez et le Théâtre de la Cruauté d’Antonin Artaud. De Pelléas à Rituel, in memoriam Bruno Maderna”, in Intersections. Canadian Journal of Music/Intersections. Revue canadienne de musique, vol. 28, n° 2, 2008, p. 31-50.
[2] Idem.
[3] Ibidem, p. 46.
[4] Antonin Artaud, Al paese dei Tarahumara e altri scritti, Milano, Adelphi, 1979, p. 72.
[5] A. Artaud, Per farla finita col giudizio di Dio, Viterbo, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2001, p. 25.
[6] B. Tissier, op. cit.
[7] A. Artaud, Per farla finita col giudizio di Dio, op. cit., pp. 25-26.
[8] La tābla è un tamburo dell’India del Nord.
[9] B. Tissier, op. cit.
[10] A. Artaud, Eliogabalo, Milano, Adelphi, 1969, p. 29.

 

PER APPROFONDIRE

BIBLIOGRAFIA

ARTAUD, Antonin, Artaud le Mômo Ci-Gît e altre poesie, Torino, Einaudi, 2003.

ARTAUD, Antonin, Succubi e supplizi, Milano, Adelphi, 2004.

ARTAUD, Antonin, Van Gogh il suicidato della società, Milano, Adelphi, 1988.

BARALDI, Michele, “La Quabbalà e Antonin Artaud”, in Teatro e Storia, a. VI, n.1, aprile 1991, pp. 125-153.

BOULEZ Pierre, Il paese fertile. Paul Klee e la musica, Milano, Abscondita, 2004.

BOULEZ P., Pensare la musica oggi, Torino, Einaudi, 1979.

BOULEZ P., CAGE J., Corrispondenza e documenti, Milano, Archinto, 2006.

BRETON, André, Entretiens, Roma, Lucarini, 1989.

 

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Autore: Sergio Macedone

Sergio Macedone ha scritto 61 articoli.



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