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Una colomba di nome Sarah

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Jazz e fumetto tra seduzione, tradizione e rivoluzione

(seconda parte)

 

Bruxelles, 1950. A La Rose Noire, locale famoso per la musica dal vivo che vi si suona ogni sera, il sassofonista e flautista belga Bobby Jaspar esegue Panama Rag, un jazz standard di William H. Tyers. È una sequenza de I maestri dell’orzo, una storia a fumetti di Jean Van Hamme e Francis Vallès[1], ma il locale esiste davvero, il musicista – e il brano che suona – altrettanto e la situazione è verosimile. I due maestri della linea chiara, lo stile franco-belga del fumetto inaugurato da Hergé, il papà di Tintin, nel narrare la storia belga attraverso la saga dei birrai Steenfort non trascurano di fermare la propria attenzione sul fenomeno della diffusione del jazz in Europa dopo la liberazione.

Se il club è il luogo di ritrovo per eccellenza dei jazzofili, il piccolo negozio indipendente di dischi non è da meno. 02 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Stereo clubBisognerebbe usare il passato remoto per descrivere quegli spazi, visto che sono ormai tutti estinti o in via d’estinzione. A rievocarne l’atmosfera poetica e la sapienza ineguagliabile dei venditori di un tempo ci pensano Hervé Bourhis e Rudy Spiessert. Il negozio di dischi attorno al quale si svolgono le loro storie a fumetti si chiama “Le Stéréo Club”, si trova a Parigi e lo gestisce un inguaribile romantico di nome Jacky (con l’accento sulla y). La serie umoristica mette in scena una galleria di personaggi in cui tutti gli appassionati di musica – soprattutto di jazz – possono riconoscersi, con le loro passioni sfrenate, ma anche le loro manie e le idiosincrasie altrettanto incontrollabili. Sebbene sia costruita come una sit com televisiva, con la serie ideata da Bourhis e Spiessert siamo assai prossimi ai territori battuti dalle culture underground nelle quali, in USA, il jazz fa la propria comparsa fin dagli anni ’60 e ’70: Dizzy Ratstein, di Robert Armstrong, è un ratto antropomorfo, suona la tromba ed è un “integralista” del be bop che, come i protagonisti di altre serie derivate dalla cultura beatnik e da quella hippie, manifesta, per mezzo di una satira graffiante, tutta la propria avversità alla “american way of life”[2]. Le sue storie compaiono sul periodico Mickey Rat: ogni riferimento – dissacrante – a Mickey Mouse non è affatto casuale.03 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Dizzi Ratsein

Anche a Mickey Mouse, l’unico, inimitabile, originale Mickey Mouse, piace il jazz. Se nei comics è più dedito ad avventure sorprendenti, nei cartoon Topolino conduce prevalentemente una vita sedentaria, circondato dagli amici di sempre, da Pluto e dall’inseparabile Minnie. Sono proprio loro, in Mickey’s Birthday Party, un cortometraggio del 1942, a regalargli un organo elettrico per il suo compleanno. Nel corso della festa a sorpresa che gli hanno riservato, mentre Pippo tenta di preparare una torta a dispetto degli innumerevoli, esilaranti quanto improbabili imprevisti, Topolino si lancia in una sfrenatissima danza afro-cuban-jazz eseguita all’organo da Minnie.04 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Micket birthday party Topolino non è nuovo a performance di questo tipo. Ai suoi esordi cinematografici non è raro vederlo – ed ascoltarlo – eseguire brani di jazz e di ragtime. In Steamboat Willie (1928) il suo primo cartoon, il nostro eroe è alla guida di un battello a vapore e fischietta il motivetto che dà il titolo al cortometraggio. Sprovvisto di veri strumenti musicali, Topolino inizia a suonare gli animali e gli oggetti, tra i quali una washboard, la tavola per strofinare il bucato che fu trai primi strumenti usati dagli schiavi afroamericani per accompagnare i canti di lavoro e di riposo. Impressionato da The Jazz Singer (Alan Crosland, 1927), con Al Jolson, primo lungometraggio sonoro, Walt Disney aveva deciso di rimaneggiare Steamboat Willie, originariamente muto, per adattarlo a questa novità. Dell’anno successivo (1929) è Jazz Fool: Topolino e Orazio (ancora non del tutto antropomorfizzato) si esibiscono pubblicamente in una serie di numeri musicali dal sapore vagamente jazzistico che prevedono, tra l’altro, che Mickey suoni il piano prendendolo a pugni.05 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Jazz fool

Se il jazz ha stimolato tante imprese cinematografiche dei personaggi di cartone, è vero anche il contrario. Molti «colleghi» di Topolino hanno ispirato e dato il titolo a composizioni jazzistiche. Heebies Jeebies è un pezzo di Louis Armstrong del 1926 e richiama un modo di dire di Barney Google, protagonista di un fumetto apparso sui quotidiani americani a partire dal 1919. Bix Beiderbecke suona Krazy Kat (il personaggio più noto di George Herriman, lo stesso autore di Musical Mose da cui è iniziata questa rassegna) mentre Michel Petrucciani scrive ed esegue un memorabile Charlie Brown. Cecyl Payne interpreta musicalmente Arcibaldo e Petronilla di Geo Mc Manus, Wayne Shorter suona Kryptonite, dal nome dell’unica sostanza che può uccidere Superman e Chick Korea firma, ed esegue con Stan Getz, Captain Marvel.06 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Barney google Mário Delgado, chitarrista portoghese, ha inciso un album in cui ciascuno dei nove brani è dedicato ad un personaggio dei fumetti: Lucky Luke di Morris & Goscinny, Blake & Mortimer di Jacobs, Tintin, Corto Maltese di Pratt, Fritz il Gatto di Crumb, Freak Brothers di Shelton tra gli altri. E, nel 1966, Sun Ra incide un arrangiamento del tema (di Neal Hefti) della serie tv allora dedicata a Batman. Sono solamente pochi esempi di “derivati” musicali del fumetto che, per la loro consistenza, meriterebbero una trattazione a parte.

Il fumetto d’autore è senz’altro più sensibile al jazz di quello popolare, ma anche in quest’area non è impossibile incontrare qualche eroe appassionato della musica afroamericana. Se, per ragioni anagrafiche, sono oggettivamente esclusi dalla possibilità di conoscere ed amare il jazz personaggi come Tex Willer, Zagor, Magico Vento, che vivono nel XIX secolo; se Dylan Dog preferisce eseguire al clarinetto Il trillo del diavolo di Giuseppe Tartini;07 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Dylan Dog con il clarinetto se Nathan Never, che vive nel XXII secolo, ama ancora Bob Dylan (soprattutto Time passes slowly) e lo ascolta solamente in vinile, Mister No, altro personaggio – prematuramente scomparso – dell’universo bonelliano, predilige decisamente il jazz. Mister No è il soprannome di Jerry Drake, un pilota nord-americano che vive le sue avventure in Amazzonia negli anni ’50. È un “eroe controvoglia”, onesto e coraggioso, sempre pronto a schierarsi dalla parte dei più deboli. È la sua abitudine a dire “no” a ciò che non gli piace (la disciplina militare ottusa, la violenza della guerra, l’ipocrisia e il conformismo, le prepotenze dei forti contro i deboli) a procurargli il soprannome col quale è noto[3]. Sergio Bonelli, editore, ideatore e sceneggiatore (con lo pseudonimo di Guido Nolitta) delle storie di Mister No, è un grande cultore di jazz e riversa sul personaggio la propria passione per Billie Holiday e per il jazz classico. Spesso, alla fine di un’avventura, Mister No canticchia When the Saints Go Marchin’in, con cui Louis Armstrong chiudeva tutti i propri concerti.08 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Mister No - When the saints Un’altra canzone che Mister No ama in modo particolare è Basin Street Blues, un inno a New Orleans, cavallo di battaglia di Jack Teagarden. Accanto a Mister No appare spesso Dana Winter, pianista nero suo amico, che evoca la figura di Sam di Casablanca (Michael Curtiz, 1942) quello della celebre battuta di Humphrey Bogart: “Suonala ancora, Sam” (“Play it again, Sam”). Dana accompagna i momenti di relax del nostro eroe con canzoni come Every Time We Say Goodbye, The Way You Look Tonight, You Go to My Head, There Will Never Be Another You, I Only Have Eyes for You, My Funny Valentine. [4]09 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Mister No con Dana Winter

Dal Brasile immaginario degli immaginari anni ’50 di Mister No e di Sergio Bonelli, ai veri Stati Uniti dei veri anni ’60 di Fritz il Gatto e di Robert Crumb. Crumb si avvicina al mondo delle culture underground dal 1964: sperimenta LSD, collabora alla rivista radical newyorkese East Village Other, fonda (San Francisco, 1967) Zap Comix, una rivista su cui pubblica le avventure dei suoi personaggi. È proprio per una di queste storie, ritenuta oscena, che nel 1969 viene arrestato. Sotto il petto (grafico) anticonformista ed irriverente di Crumb, però, batte un cuore (musicale) nostalgico. Siamo nella metà degli anni ’70 e, mentre per l’America e l’Europa impazzano i Led Zeppelin, i Pink Floyd e i Deep Purple, lui fonda una band di musica americana tradizionale, la “R. Crumb & His Chip Suit Serenaders”, con la quale soddisfa la passione per il blues, il country e il jazz della primissima metà del Novecento. A questa stessa musica, Crumb dedica anche straordinari disegni e racconti, raccolti nel libro Robert Crumb’s Heroes of Blues, Jazz, & Country[5].10 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Robert Crumb’s heroes of blues, jazz & Country (2) Questa passione si trasforma addirittura in livore contro qualsiasi espressione musicale “moderna” e contro chiunque la produca o la consumi. A domande del tipo: “Ma anche tu da giovane ascoltavi il rock rumoroso e psichedelico che piaceva a noi giovani”, Crumb risponde: “Sì, è vero, ma all’epoca mi facevo di LSD: ero rincoglionito, quindi non conta. E comunque andate a fan…”[6]. Il tutto accompagnato da vignette altrettanto astiose quanto eloquenti.

Notoriamente irriverente, ma con più garbo, è anche Francesco Tullio Altan, papà di Cipputi e della Pimpa, la cagnolina a pois. Assieme a Guido Crepax è, senza alcun dubbio, l’autore italiano di fumetti più impegnato sul fronte del jazz.11 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Rava string band Dopo aver realizzato, nel 1979, la copertina di String Band di Enrico Rava, nel 1997 scrive e disegna Rava Noir, una storia lunga 43 tavole di cui è protagonista il trombettista italiano. È, manco a dirlo, visto il titolo, un noir notturno e metropolitano in cui Altan immagina uno scambio di persona tra Rava, in preda ad amnesia totale, ed un suo sosia. Tra omicidi e traffico di stupefacenti, l’equivoco si scioglie come neve al sole quando l’avvenente procuratrice legale Jessica Tatum, ex sigaraia al Duc De Lombards, cuore parigino del jazz, bacia lo smemorato e ne deduce l’identità dal callo sulle labbra che non può mancare ad un trombettista che si rispetti. Rava, quello in carne, ossa e tromba, legge il racconto dell’amico Altan, se ne innamora (del racconto, non di Altan), e decide di metterlo in musica con un procedimento simile a quello adottato nel cinema per la composizione delle colonne sonore originali: i brani che compongono l’album, infatti, seguono scrupolosamente l’azione e i personaggi della storia[7].12 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Rava noir

Sebbene nel suo curriculum ci sia anche una voce sull’attività di crooner nei New Orleans Boys e nei New Dixieland Stompers, Hugo Pratt non dedica al jazz un lavoro organico, ma solo alcune incursioni per mezzo di vignette disseminate qui e là. Ma che vignette! Il creatore di Corto Maltese e del Sergente Kirk è uno che di jazz se ne intende e lo dimostra con un paio di battute nell’avventura intitolata Koïnsky racconta: “Le piace My Ideal di Coleman Hawkins?” – chiede il maggiore Allen tenendo in mano e mostrando un disco – “Preferisco il suo Body and Soul” risponde Bill Fogg in contropiano[8].13 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Pratt Koinsky racconta Nel 1946, invece, in Le tombe dei Mogol, terzo episodio della serie “Asso di picche”, un perfido ballerino di tip tap manda via radio messaggi in codice ai suoi complici. Ad accompagnare le sue piroette criptate ci pensa la grande orchestra di Green Miller (evidente riferimento a Glenn Miller)[9]. Nel 1964, un’altra citazione jazzistica fa capolino in un una storia di Pratt.14 Una colomba di nome Sarah (seconda parte) Crumb odia il rock L’Ombra, un personaggio a metà tra Phantom e 007, torna a casa dopo aver sgominato una pericolosa banda di malviventi tecnologici e trova il suo maggiordomo cinese intento a maneggiare un LP di Lee Konitz[10]. Peccato che, in una vignetta successiva, lo stesso personaggio si balocchi con un 45 giri di… Rita Pavone! Chissà che cosa ne avrà pensato quell’intransigente, integralista, magnifico Robert Crumb…

Grazie a Paolo Macedone (strepitoso collezionista di fumetti, nonché mio fratello) per i preziosi consigli.

 

NOTE

[1] Jean Van Hamme e Francis Vallès, I maestri dell’orzo, Novara, RW Linea Chiara, 2013
[2] Flavio Massarutto, Assoli di china. Tra jazz e fumetto, Viterbo, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2011.
[3] Il mio nome è Mister No, in http://www.sergiobonelli.it/sezioni/399/il-mio-nome-e-mister-no.
[4] http://www.sergiobonelli.it/sezioni/2367/la-sua-musica.
[5] Trad. it.: Robert Crumb racconta il Blues, (prefazione di Ferruccio Alessandri e postfazione di Vinicio Capossela), Modena, I grandi libri di Comix, 1993.
[6] http://www.guylumbardot.com/robert-crumb-disegna-il-blues-e-manda-a-fanculo-tutto-il-resto/.
[7] Daniel Soutif, “ Crepax, Pratt e altri solisti”, in Musica Jazz, anno LXVI, n. 7 (716) – luglio 2010, pp. 46-49.
[8] Idem.
[9] Flavio Massarutto, Assoli di china. Tra jazz e fumetto, Viterbo, Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, 2011.
[10] Hugo Pratt, L’Ombra contro il Generale, Roma, Lizard Edizioni, 2003.

 

PER APPROFONDIRE

BIBLIOGRAFIA

ARDONCEAU, Pierre-Henry, “Le jazz par band”, in Atlantiques, n. 3, 1997.

RAVA, Enrico, Incontri con musicisti straordinari. La storia del mio jazz, Milano, Feltrinelli, 2011.

RAVA, Enrico e SCACCIA, Andrea, “Parla Francesco Tullio Altan. Caro Rava, i miei fumetti nascono dal jazz”, in Musica Jazz, anno LXVI, n. 7 (716) – luglio 2010, pp. 42-44.

RESTAINO, Franco, Storia del fumetto. Da Yellow Kid ai manga, Torino, UTET Università, 2004.

SHIPTON, Alyn. Nuova storia del jazz, Torino, Einaudi, 2014.

SOUTIF, Daniel (a cura di), Il secolo del jazz. Arte, cinema, musica e fotografia da Picasso a Basquiat. Catalogo della mostra al MART di Trento e Rovereto, Milano, Skira, 2008.

 

LINK AUDIOVISIVI

Autore: Sergio Macedone

Sergio Macedone ha scritto 60 articoli.



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