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Cantare la cronaca. Ovvero il Cantacronache e “la rivolta in musica”

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(2008) È uscito per Lindau “La rivolta in musica. Michele L. Straniero e il Cantacronache nella storia della musica italiana” di Giovanni Straniero e Mauro Barletta. Il libro è dedicato a Michele L. Straniero, intellettuale e musicista, animatore del Cantacronache e protagonista di una nuova corrente politica e artistica che ha animato il nostro paese nel dopoguerra. Vorrei cogliere questa occasione per presentare in breve l’esperienza del Cantacronache, a mio avviso centrale nella ricostruzione di un quadro più completo della varietà e complessità musicale italiana.

Che cos’è, cos’è stato? Gli autori del libro lo definiscono un «gruppo di lavoro», cui hanno dato vita «artisti, intellettuali e letterati», i quali, animati da una tensione di critica al sistema, «cominciarono a comporre canzoni alternative». Il sistema è rappresentato anche dal mondo della cosiddetta canzonetta, la quale, ancora alla fine degli anni Cinquanta, deteneva il monopolio della musica d’ascolto in Italia. «Animatori dell’iniziativa furono Sergio Liberovici e Michele L. Straniero, musicista il primo, brillante studente il secondo». All’esperienza di Cantacronache hanno partecipato, collaborando ai testi, anche intellettuali come Umberto Eco e Italo Calvino. Oltre al progetto di critica alla musica leggera corrente, forse nella linea di questo, il gruppo ha organizzato diverse iniziative che ad oggi possono considerarsi pionieristiche, in Italia, nel campo della ricerca mirata alla riproposizione decontestualizzata delle espressioni popolari. Difatti Cantacronache effettua le prime ricerche sul campo relative al canto sociale, «dei cui risultati dà conto in dischi che affianca a quelli delle “nuove canzoni”». Inoltre, «riscopre o fissa documenti sonori di eventi significativi nella storia e nel costume; innova la produzione musicale rivolta ai bambini con tre dischi di “cantafavole”; pubblica due dischi di Manifesti di poesia; apre pure una collana di canti provenienti da paesi che avevano lottato o lottavano per la propria indipendenza e libertà dall’oppressione colonialista o fascista, tra cui quelli di Spagna e Algeria (1960-1961) sono basati su ricerche sul campo del gruppo rese possibili dai rapporti intessuti con dirigenti e militari dell’opposizione dentro e fuori di Spagna e del Fronte di liberazione nazionale algerino. Questa produzione, dalla valenza dichiaratamente politica, fu possibile anche per l’appoggio della casa editrice musicale del gruppo che – ha ricordato Emilio Jona – «si chiamava Italia Canta ed era un contenitore vuoto sul piano discografico, si occupava di organizzare concerti prevalentemente alle feste de l’Unità». In tal modo, come sottolinea Cesare Bermani, tra il 1958 e il 1962 «Cantacronache riesce a fare più di un centinaio di concerti, pubblica migliaia di copie della sua rivista e 28 dischi».

Il Cantacronache di Torino ha posto delle nette differenze tra ciò che, fino almeno alla fine degli anni Cinquanta del Novecento, era considerata in Italia la canzone, o canzonetta, e ciò che, grazie ad intellettuali e artisti come Michele L. Straniero, iniziò ad essere percepito nei termini di qualcosa di realmente alternativo alla cosiddetta «melodiosità cantabile» delle arie sanremesi. Nell’esperienza di Cantacronache rimaneva centrale non solo la necessità di disabituarsi al disimpegno sociale nelle canzoni, e di abbattere i modelli melodici fino ad allora imperanti. Nelle intenzioni degli intellettuali e musicisti che animarono il progetto, c’era innanzitutto la volontà di presentare una sorta di soluzione artistica, da un lato, alla rappresentanza intellettuale di un alto numero di soggetti, dall’altro alla rottura di un’egemonia che agiva soprattutto sui moduli comunicativi, determinando gusti e aspettative. Per questo gli interventi di Cantacronache sulle strutture metriche conosciute, sulla lingua, sulle arie musicali, furono di forte impatto, perché erano votati alla rottura di un ordine innanzitutto politico, prima ancora che estetico. L’estetica nuova, poi, la canzone di protesta, la canzone di cronaca, è la soluzione di una flessione verso il riconoscimento di un nuovo ordine concettuale, attraverso il quale si regolava il flusso delle conoscenze. Come i libri o le produzioni letterarie in generale, anzi ancora meglio e seguendo metodi comunicativi certamente più diretti ancorché sintetici, la canzone diviene, sulla scia di una importante e avviata tradizione cantautoriale francese e di alcune esperienze avanguardistiche tedesche , il risultato di una profonda collaborazione politico-intellettuale, mezzo primo di diffusione di conoscenze, di cronaca cantata, di critica sociale. Una nuova prassi si va formando in quegli anni, contrapponendosi alla cultura melodica nazionale e al monopolio del mercato musicale, volta finalmente ad affermare una nuova lirica ed una nuova estetica, di pari passo con nuove fondamentali operazioni di intervento sistematico sui contenuti.

Autore: Daniele Cestellini

Daniele Cestellini ha scritto 752 articoli.

Questo post è disponibile anche in: Inglese



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