Onnivorismo stilistico e grande curiosità artistica

Il fisarmonicista Nadio Marenco, guidato dal suo eclettismo, si è arricchito musicalmente esibendosi in tutto il mondo

Fisarmonicista assai poliedrico, brillante nello spaziare dalla musica colta al jazz, dal pop alla musica mediterranea, Nadio Marenco spicca per la sua luminosa musicalità, per la spigliatezza del fraseggio, per la spontaneità delle sue linee melodiche improvvisate. Stimato in ambito nazionale e internazionale, Marenco ha tenuto concerti a tutte le latitudini, esperienze molto importanti attraverso cui lui è cresciuto notevolmente soprattutto dal punto di vista artistico. Dagli albori fino ad arrivare ai giorni nostri, Nadio Marenco si racconta con generosità e profondità.

Ti sei formato attraverso un ricco e gratificante percorso di studi accademici, per poi intraprendere una brillante carriera nazionale e internazionale da solista, in ensemble e in orchestra. In quale di questi tre ambiti senti di esprimere al meglio le tue qualità artistiche?

La mia formazione musicale, in realtà, è iniziata molto presto: avevo sei anni quando ho cominciato a studiare la fisarmonica. Ricordo che, nel mio immaginario di bambino, con quello strumento era quasi come avere tra le mani un’intera orchestra. Lo studio era soprattutto un gioco, una scoperta continua dei suoni e delle possibilità espressive della fisarmonica. Più tardi è arrivato il percorso accademico: ho studiato in conservatorio a Milano, dove mi sono diplomato con il massimo dei voti e lode. Allo stesso tempo, però, ho sempre provato una grande curiosità per tutto ciò che nello spartito non è scritto: l’improvvisazione, la creazione estemporanea, la possibilità di muovermi tra generi e linguaggi diversi. In fondo mi sento un musicista piuttosto onnivoro, attratto da molte forme di espressione musicale. Proprio questa curiosità mi ha portato, negli anni, a suonare in contesti molto diversi e anche a viaggiare molto. Grazie all’attività concertistica ho avuto la fortuna di esibirmi e lavorare in ventisei Paesi, un’esperienza che ha arricchito profondamente il mio modo di ascoltare e di fare musica. Per questo faccio fatica a scegliere un solo ambito tra il lavoro solistico, la musica d’insieme e l’orchestra. Suonare da solista significa assumersi tutta la responsabilità del discorso musicale e stabilire un rapporto molto diretto con il pubblico. Nella musica d’insieme, invece, la dimensione del dialogo e dell’ascolto reciproco diventa centrale ed è spesso fonte di grande stimolo artistico. L’orchestra, infine, offre un’esperienza sonora e umana molto intensa, in cui il singolo contribuisce a costruire qualcosa di più grande. Proprio per questo, se devo essere sincero, scelgo di non scegliere. Sono tre prospettive diverse della stessa passione. Tutte continuano ad arricchire il mio percorso musicale.

Hai calcato il palco e condiviso lo studio di registrazione con svariati artisti di levatura nazionale e internazionale quali Mika, Noa, Francesco Guccini, Cochi e Renato, Enzo Jannacci, Antonella Ruggiero, Pacifico, Alessandro Haber, Memo Remigi, Iva Zanicchi, Gianni Coscia, Giovanni Falzone e molti altri ancora. Sul piano umano e musicale, che tipo di rapporto hai instaurato con loro?

La lista delle collaborazioni, in effetti, sarebbe piuttosto lunga. Con alcuni artisti, come spesso accade soprattutto nei lavori in studio, il rapporto è stato molto rapido o quasi inesistente. Talvolta si registra la propria parte senza neppure incontrarsi. Con altri, invece, si è creato un rapporto più umano e duraturo, fatto di incontri, concerti, chiacchierate e qualche cena condivisa. Lo studio di registrazione, a dire il vero, è un luogo a cui sono particolarmente affezionato e nel quale sento di esprimermi molto bene. Mi piace quel particolare equilibrio tra creatività personale e la visione dell’arrangiatore o del direttore musicale. Quando dall’altra parte c’è fiducia e una certa apertura, si crea una complicità molto stimolante. Di solito registro la parte così come è richiesta, ma mi piace sempre proporre anche due o tre alternative nate dalla mia sensibilità. Spesso, anche se dipende naturalmente dall’elasticità dell’arrangiatore, queste idee vengono accolte con interesse e a volte finiscono per essere scelte nella versione definitiva del brano. In quei momenti ho la sensazione di aver dato un contributo davvero personale al progetto. Ricordo, ad esempio, l’esperienza con Mika, con la direzione musicale di Valeriano Chiaravalle per un’esibizione al Festival di Sanremo. Ci siamo incontrati inizialmente a Milano per una prima prova con gli altri musicisti, il direttore ci ha dato alcune indicazioni di base e poi, con grande fiducia, ci ha lasciato spazio per sviluppare le parti. Durante le prove a Sanremo, Mika ha dimostrato di essere molto gentile e capace di creare subito un clima familiare. Ricordo un momento semplice ma significativo, quando ha condiviso con noi dei biscotti preparati da sua madre. Quel gesto ha creato immediatamente un senso di amicizia e di gruppo, e quella energia, almeno per quanto mi riguarda, si è sentita chiaramente anche sul palco.

Fra le tante collaborazioni spicca quella quasi ventennale con il Rhapsòdija Trio, formazione con cui ti sei esibito in svariati eventi mondiali. Dal punto di vista stilistico e comunicativo, quali sono i tratti distintivi di questo gruppo?

Il Rhapsòdija Trio è un progetto a cui sono molto legato, anche perché si tratta di una formazione con una storia ormai importante: il gruppo ha più di trent’anni di vita e io ne faccio parte da circa diciotto. In tutto​ questo tempo si è creato non solo un forte affiatamento musicale, ma anche un rapporto umano molto solido, che credo sia uno degli elementi fondamentali della nostra identità. Il trio è stato fondato dal violinista Maurizio Dehò, purtroppo scomparso un mese fa, che per molti anni ne è stato una figura centrale. Attualmente il gruppo è composto da me alla fisarmonica, da Luigi Maione alla chitarra e da Adalberto Ferrari ai clarinetti e agli strumenti a fiato. Dal punto di vista stilistico il trio si è sempre mosso con grande libertà, attraversando tradizioni e linguaggi diversi: dalla musica dell’Europa orientale al klezmer, dalla sensibilità mediterranea a momenti più vicini al jazz e all’improvvisazione. Però, più che una fusione di generi, ci interessa creare uno spazio di dialogo tra queste culture musicali, lasciando che ciascuna mantenga la propria voce. Essendo un trio, tutto si basa molto sull’ascolto reciproco e sull’interazione tra gli strumenti: non esiste una gerarchia rigida, ma una sorta di conversazione musicale che si sviluppa di volta in volta. Anche per questo, ogni concerto ha sempre una componente di imprevedibilità e di freschezza. Un esempio recente di questo percorso è il nostro nuovo lavoro discografico, Di Visioni Musicali, che in qualche modo riassume e allo stesso tempo rilancia la nostra idea di musica: un viaggio attraverso suggestioni, tradizioni e immaginazioni sonore diverse, sempre guidato dal desiderio di raccontare storie proprio attraverso il suono.

Oltre alla tua prolifica attività concertistica in ambito teatrale, e non solo, hai suonato in diverse colonne sonore per vari programmi e spot televisivi, fra cui il telefilm Donne e lo spot Grano Armando. Questo genere di esperienza professionale ha arricchito notevolmente il tuo bagaglio musicale?

Ho avuto la fortuna di partecipare alla realizzazione di diverse colonne sonore per programmi televisivi e spot pubblicitari, esperienze che certamente hanno arricchito il mio percorso musicale. In questi contesti la musica entra in dialogo con le immagini e con la narrazione, per cui questo richiede un’attenzione e una sensibilità un po’ diverse rispetto al lavoro concertistico. Affiancare il mio nome al telefilm Donne, nato dai testi di Andrea Camilleri e con le musiche di Matteo Curallo, è stato per me particolarmente emozionante. Allo stesso modo ricordo con molto piacere lo spot per Grano Armando, diretto da Luca Miniero. Più che uno spot era quasi un piccolo cortometraggio con una storia da raccontare, quindi partecipare a quel progetto è stato davvero divertente e molto appagante. Sono esperienze che mi divertono tanto, perché permettono alla “tua” musica di contribuire a costruire un racconto.

Sei anche direttore artistico per la RSI (Radiotelevisione svizzera di lingua italiana) nella fiaba musicale Animals, liberamente tratta dalla Fattoria degli Animali di George Orwell e nel radiodocumentario Pinocchium – C’era una Volta un Disco di Cartone. Com’è nata questa opportunità?

Questa opportunità è nata grazie all’incontro con lo Studio Barlumen, in particolare con Gaetano Cappa e Marco Drago. Molti anni fa mi chiamarono per registrare alcune parti di fisarmonica in un disco del gruppo brasiliano Selton, che stava reinterpretando in portoghese alcuni brani di Enzo Jannacci e del duo Cochi e Renato, presenti anche loro nel progetto. Ricordo un episodio curioso: durante le prove del brano Silvano partì improvvisamente un allarme antifurto nel palazzo dove si trovava lo studio. Il suono, inevitabilmente, finì dentro ai microfoni. A quel punto Jannacci, con il suo spirito geniale e ironico, disse: “Perfetto, allora cambiamo tonalità”. Così, in qualche modo, quell’allarme diventò parte dell’arrangiamento. Da quelle registrazioni nacquero poi altre collaborazioni: prima la sonorizzazione della trasmissione radiofonica Fabbrica di Polli  su Rai Radio 3, quindi altri progetti tra radio e televisione, tra cui una trasmissione italo-francese condotta da Fabio Volo. Oltre che come musicista, credo di essere piaciuto a Gaetano Cappa sul piano umano, che nel tempo mi ha coinvolto sempre di più nei lavori del suo studio. Così, gradualmente, sono arrivato a ricoprire il ruolo di direttore artistico per due produzioni importanti della Radiotelevisione svizzera di lingua italiana: Animals, una fiaba musicale liberamente ispirata al libro La fattoria degli Animali di George Orwell e il radiodocumentario Pinocchium – C’era una Volta un Disco di Cartone. Entrambi erano progetti piuttosto articolati, sviluppati in dieci puntate su Rete Due. Poi, da lì, sono nate nel tempo diverse altre collaborazioni con la RSI, sia in radio sia in televisione.

Soffermandosi invece sul tuo strumento, quale modello di fisarmonica utilizzi per i concerti e in studio di registrazione?

Per la maggior parte dei concerti e delle registrazioni utilizzo una fisarmonica Beltrami Accordions modello CP5 4-2c (16-8-8-4) con bassi sciolti a due voci (8-4), intonata senza battimenti. In realtà quella che uso è una sorta di prototipo, potremmo dire un “modello zero”, nato dal lavoro e dall’esperienza condivisa negli anni con Claudio Beltrami, straordinario accordatore di fisarmoniche e anima della maestria Beltrami. È diventato un po’ il mio strumento di riferimento, perché riesce a coniugare precisione, equilibrio timbrico e una grande flessibilità nei diversi contesti musicali. Su questa fisarmonica utilizzo anche un sistema di microfonazione Harmonik Instrument Microphone AC5001FX progettato dal brasiliano Jonathan Dalmonte. È un sistema che mi permette di ottenere un suono molto naturale dal vivo, con la possibilità di gestire digitalmente alcuni aspetti come la riduzione degli effetti Larsen, l’inserimento di un leggero vibrato sulle voci della mano destra o, all’occorrenza, un octaver sui bassi. In studio di registrazione uso naturalmente microfoni dedicati, ma a volte affianco anche questo sistema, che può rivelarsi utile per integrare il suono con una prospettiva diversa. Nel mio parco strumenti ci sono poi anche due fisarmoniche più datate, ma con caratteristiche sonore molto diverse tra loro: una Lucchini 3-1c (16-8-8) con l’8-8 in stile francese e una Zero Sette B40 4-2c (16-8-8-4) con l’8-8 in stile americano. Ogni tanto mi piace tornare a questi strumenti proprio per il loro carattere particolare. In realtà possiedo anche altre fisarmoniche, ma questi sono gli strumenti che suono più spesso e con cui mi sento musicalmente più a mio agio.

Fra le numerose soddisfazioni artistiche hai ricevuto (nel 2017) il “Premio Miriam Fumagalli” per la sonorizzazione del libro Piazza del Diamante di Mercé Rodoreda e il Primo Premio al concorso per fisarmonicisti solisti “Rotary Milano”. Potresti descrivere, soprattutto sotto l’aspetto emozionale, i momenti più significativi legati a questi due prestigiosi riconoscimenti?

Il “Premio Miriam Fumagalli” è stato per me una sorpresa molto bella e del tutto inaspettata. In quel periodo stavo collaborando con l’attrice spagnola Maria Pilar Perez Aspa, che mi aveva chiesto di realizzare le musiche per la sua versione teatrale tratta dal romanzo La piazza del Diamante di Mercè Rodoreda. Lo spettacolo partecipava al festival “Fiato ai Libri” e fu proprio il pubblico a premiarlo come miglior lavoro di quell’edizione. È stato un riconoscimento molto emozionante, anche perché nato da un progetto teatrale condiviso e da un rapporto artistico molto intenso. Assai diverso, ma altrettanto significativo, è stato il Primo Premio al concorso per fisarmonicisti solisti “Rotary Milano”, dedicato ai migliori allievi del conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano. Ricordo bene lo studio intenso e lo stress dei mesi precedenti al concorso: tra i brani in programma c’erano Liturgija di Davor Bobić e l’Op. 58 di Robert Schumann, che avevo trascritto io stesso per fisarmonica. Quando arrivò il risultato fu un momento di grande emozione, anche perché rappresentava una sorta di conferma dopo tanto lavoro e preparazione. Tra i ricordi più belli vorrei citare anche il Premio Internazionale Città di Forenza per la musica da film, ricevuto insieme al Rhapsòdija Trio per un lavoro legato a un film di Silvio Soldini. Sono momenti diversi tra loro, ma tutti accomunati da una grande soddisfazione: quella di vedere riconosciuto, in forme differenti, un percorso musicale costruito con passione e curiosità.

La didattica è un’altra componente fondamentale della tua attività professionale. Attualmente insegni fisarmonica presso l’Istituto Comprensivo di Bellusco e Mezzago (provincia di Monza e della Brianza). Fra i tuoi studenti hai individuato qualcuno di grande talento che, in futuro, pensi possa ritagliarsi uno spazio importante nel mondo fisarmonicistico?

Dopo molti anni di insegnamento posso dire di aver incontrato alcuni talenti davvero importanti. Alcuni di loro, oggi, sono diventati colleghi. E questo, per me, è motivo di grande orgoglio. È una soddisfazione speciale vedere un allievo costruire il proprio percorso musicale e, magari, continuare a mantenere un rapporto di confronto nel tempo. Mi capita ancora di ricevere telefonate per chiedere un consiglio o un parere. Trovo​ che sia una cosa molto bella. In fondo è lo stesso rapporto che, ancora oggi, ho io con il mio insegnante Sergio Scappini, al quale mi rivolgo sempre con grande piacere quando sento il bisogno di un confronto. Preferisco però non citare nomi, in quanto il rischio sarebbe quello di dimenticare qualcuno. Per me ogni studente è importante allo stesso modo. Ognuno ha il proprio percorso, i propri tempi e le proprie potenzialità. Il mio obiettivo è cercare di farli crescere musicalmente e umanamente. Ma la verità è che, in questo scambio, anche loro fanno crescere molto me.

Quali sono i prossimi impegni particolarmente degni di nota che hai segnato sulla tua agenda?

I prossimi mesi saranno piuttosto intensi e ricchi di progetti. Tra i più imminenti c’è la registrazione di un nuovo disco con il progetto Ingranaggi e Miracoli, insieme al maestro Adalberto Ferrari, nel duo Duello. È prevista anche la registrazione di un CD con la violinista Alessandra Sonia Romano, che suona il cosiddetto “violino della Shoah”. Continueranno poi alcune collaborazioni molto stimolanti con il divulgatore scientifico Massimo Polidoro e con il giornalista e narratore Federico Buffa nello spettacolo Le Olimpiadi del ’36, insieme al pianista Alessandro Nidi e alla cantante Cecilia Gragnani. Tra i prossimi appuntamenti ci sarà anche un concerto a cui tengo molto: il Festival Internazionale di Versoix, in Svizzera, dove eseguirò il doppio concerto per chitarra, fisarmonica e orchestra, Omaggio a Liegi di Astor Piazzolla, insieme al chitarrista ginevrino Alessio Nebiolo, con il quale collaboro dal 1999. In tutti questi anni è nata non solo una collaborazione artistica molto solida, ma anche una bella amicizia. Ci piace dire che siamo diventati un po’ dei fratelli musicali. Tra i progetti in corso c’è anche Canzoni, realizzato con il grande trombettista jazz Giovanni Falzone, un lavoro dedicato ad alcuni dei più importanti cantautori della tradizione italiana. Un progetto a cui tengo molto è inoltre Merrie Melodies, un sestetto jazz diretto da Adalberto Ferrari (clarinetto, sax soprano, arrangiamenti e direzione), con Sergio Orlandi alla tromba, Andrea Ferrari al clarinetto basso, io alla fisarmonica, Marco Mistrangelo al contrabbasso e Marcello Colò alla batteria. L’esecuzione dal vivo dialoga con i contributi video curati da Cristina Crippi e con la direzione creativa di Saul Beretta. Il progetto rende omaggio alla musica del compositore statunitense Raymond Scott, autore che ha contribuito in modo decisivo all’immaginario sonoro dei cartoni animati prodotti dalla Warner Bros. Prosegue infine il mio lungo sodalizio artistico con il poeta e scrittore Roberto Piumini, con il quale collaboro da molti anni in diversi spettacoli, dove musica e parola poetica si incontrano, tra cui La poesia vola, Alzati Martin, Versi x Versi, Miti in Versi, Rosso Bianco Armonico e La Mano Farfalla. In fondo continuo a pensare alla fisarmonica come quando ero bambino: uno strumento capace di contenere un’intera orchestra e, soprattutto, infinite possibilità di incontro tra suoni, persone e storie.

 

(Foto in evidenza by Marco Rodolfo Moggia – Foto di apertura by Roberto Priolo)

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