Ma andiamo anche oltre, perché nel suo repertorio le sonorità della musica di radice americana si intersecano perfettamente con quelle della tradizione popolare italiana e degli emigranti.
Come se non bastasse, poi, dopo aver costruito ponti e dialoghi, per riprendere il titolo di quel primo disco che lo aveva fatto andare a bussare alla porta dei grandi chitarristi americani e gli aveva aperto le porte degli Stati Uniti, da qualche anno a questa parte ha deciso di farci apprezzare la sua vena profonda e cantautoriale. Ringrazio infinitamente Beppe Gambetta per avermi concesso questa intervista.
Buona lettura e buon ascolto.
Quando e come è avvenuto il primo incontro con la chitarra acustica, e poi con il folk e il bluegrass americano che ti hanno spinto ad intraprendere il viaggio oltreoceano per la prima volta?
La prima chitarra, diciamo, l’ho sentita su un treno quando avevo dieci anni. C’era un ragazzo che cantava Sapore di sale di Gino Paoli: quella è stata la prima volta che ho ascoltato una chitarra e mi colpì molto. Quando ero un po’ più grandino, intorno ai diciassette anni, ho suonato diverse cose, ad esempio i Led Zeppelin e altri.
Poi, qualcuno portò un album in cui c’era la musica di Doc Watson, che è uno dei padri della musica acustica. Lo ascoltai e, dopo pochi secondi, è come se questo stile, lo stile acustico, mi avesse chiamato: un po’ come quando incontri una donna e in pochi minuti capisci che è la persona con cui vorresti passare tutta la tua vita.
Quindi è stato come un colpo di fulmine, prima nei confronti della chitarra, sul treno, e poi nei confronti dello stile acustico dei grandi musicisti americani.
Sì, suonavo già la chitarra in diverse formazioni, progetti, in una piccola scuola, in un’orchestra di bambini e via dicendo. Però, fondamentalmente, sono sempre stato autodidatta.
In Italia non c’è mai stata una scuola per questo stile: sono stato io a scrivere il primo manuale per questo tipo di chitarra. Avevo sofferto così tanto la mancanza, a quei tempi, di fonti da cui imparare che ho scritto il primo manuale di chitarra flatpicking e, ogni tanto, ai miei concerti, qualche persona mi dice di aver cominciato proprio con quello.
Ed ecco che nel 1985 hai intrapreso il tuo primo viaggio negli Stati Uniti, per poi tornarci tre anni dopo a registrare dei duetti con alcuni dei chitarristi più apprezzati nel panorama folk americano. Duetti che poi saranno contenuti nel tuo primo album Dialogs (1991).
Sì, in quell’occasione duettai con molti dei padri di questo stile. Si dice che se hai un sogno devi crederci e provare a realizzarlo con tutte le tue forze. Io avevo questo sogno di imparare, di affermarmi nel campo della chitarra acustica, ma sarebbe stato difficilissimo, e veramente costosissimo, portare in uno studio i miei eroi della chitarra.
Nel mio primo viaggio qualcuno mi fece vedere dei registratori portatili e, ad un certo, punto ho avuto questa illuminazione: sarei potuto andare io a trovarli. Così mi sono inventato questa formula, che poi è stata ripresa da tanti altri. Ma penso di essere stato il primo ad aver fatto questo viaggio, parlando pochissimo inglese e bussando alla porta di tutti questi incredibili chitarristi. Forse l’unico a cui non ho bussato alla porta è stato Doc Watson, che è il più grande, perché a quei tempi, per me, era troppo in alto e non avevo ancora il coraggio. Però moltissimi altri li ho incontrati e, oltre ad essere stato un bel debutto importante, ho scoperto l’umanità in un ambiente in cui non esistevano “star” che ti tagliavano fuori, ma c’erano porte che si aprivano e persone che volevano bene al mio progetto.
Mi chiedevo, infatti, quale tipo di accoglienza avessero riservato ad un, seppur bravissimo, flatpicker proveniente da un altro paese e appena arrivato negli Stati Uniti…
Ho avuto la soddisfazione di un disco che ha avuto un successo tale che è stato anche riprodotto (illegalmente) in Cina. Una volta sono entrato in un negozio di CD nella China Town di Vancouver e ho scoperto che c’era una copia di Dialogs con le storie scritte in caratteri cinesi: le uniche parole che non erano riusciti a tradurre erano flatpicking e la parola pansoti, che è un tipo di ravioli di magro che si fanno a Genova, che avevo nominato nella copertina. Ovviamente cose di questo tipo non portano alcun guadagno, ma vuol dire che il lavoro che hai fatto ha un valore consistente.
Comunque, la cosa più importante di questo album è che mi ha aperto le porte degli Stati Uniti e, dopo qualche anno, ho iniziato a fare tour anche con artisti importanti come Tony Trischka, Dan Crary e tanti altri. Per cui è stato un veicolo molto bello per farmi conoscere in questa scena.
La cosa interessante è che negli Stati Uniti il valore artistico di chiunque viene riconosciuto molto presto, motivo per cui probabilmente sono all’avanguardia nella musica.
In genere c’è il rispetto e il riconoscimento della musica indipendente, che è un po’ l’humus da cui nascono tutte le musiche, perché in questa musica c’è una vitalità riconosciuta che poi si realizza anche nei progetti più grandi pop, e di altro tipo.
Se lo guardiamo dal punto di vista del pubblico, la risposta è molto simile.
Abbiamo appena avuto l’Acoustic Night a Genova, a cui hanno partecipato tremila persone entusiaste da tutta Italia, venute per la musica acustica.
Nel momento in cui il teatro è pieno, il pubblico italiano è meraviglioso e uno dei più belli al mondo. Oltre ad avere, nel suo passato, una storia musicale gloriosa.
La cosa che trovo molto diversa è tutta l’organizzazione e il modo con cui la musica viene gestita e sostenuta. In Italia è veramente molto più difficile proporla e trovare un apprezzamento da chi organizza. Sembra che la musica sanremese, televisiva, occupi tutti gli spazi.
Se devo parlare di una differenza fondamentale tra musica americana e musica italiana è che gli americani hanno i Grammy e l’Italia ha Sanremo. Mentre Sanremo è tutto un mese in cui non si fa altro che ascoltare le stesse canzoni pop di un certo tipo di autori che si auto celebrano in qualsiasi situazione, i Grammy si svolgono solamente in una giornata, ma sono uno spettacolo incredibile, dove vengono premiati anche il jazz, la musica classica, il folk, il bluegrass, il country, la musica latina e così via. C’è proprio un’attenzione a tutto ciò che è anche indipendente.
Noi guardiamo sempre i Grammy per capire cosa sta succedendo e scopriamo cose bellissime di questo mondo così variegato, che va un po’ al di là della sola musica che viene venduta televisivamente. È una scelta editoriale.
Sono stato con mia moglie a vedere uno spettacolo di Stephen Colbert, di cui si parla molto adesso: quel grande comico del Late Show. Sulla CBS aveva milioni di ascoltatori, e tutte le sere aveva un artista, oltre al suo spettacolo con i suoi ospiti in cui parlavano del mondo. Quella sera c’era un trio di ragazze bravissime, I am with her, che sono l’essenza di questa produzione giovane e indipendente, non strettamente pop. Questa è proprio la prova che è possibile fare delle scelte, anche nei programmi televisivi importanti.
Ma non vorrei incentrare l’intervista sulla negatività. In realtà io continuo ad alzarmi e ad essere felice di andare a cercare il mio mulino a vento ogni mattina. È un momento in cui sono molto creativo. Penso che ci sia proprio bisogno di nuove proposte e di andare avanti con la musica, continuando a dire qualcosa e a toccare il cuore della gente. E comunque, a settantuno anni, continuo molto volentieri a cercare di essere positivo, a cercare di comporre, e continuo anche a coinvolgere nuove generazioni.
Una cosa di cui ti vorrei parlare, molto importante, è il mio nuovo progetto che si basa proprio sulla forza dei piccoli gesti. Ho riflettuto perché, in questi anni, ho deciso di coinvolgere, quando posso, nuovi artisti e nuove generazioni nei miei spettacoli. In Italia suono con il mio trio e in America suono con un sideman che è un giovane polistrumentista: Hayes Griffin. Ho scoperto, con grandissima gioia, che sia lui, sia il chitarrista del mio trio, Nick Mantoan, erano dei bambini a cui ho regalato un plettro alla fine di un concerto. È successo circa venticinque o trent’anni fa ed è una cosa che continuo a fare sempre, quando vedo che c’è un bambino che viene a farmi i complimenti a cui brillano gli occhi e che guarda la chitarra con un certo tipo di sguardo speciale. Do questo plettro dicendo di non perderlo perché è magico, contiene tutte le note, e di usarlo al meglio per diventare un grandissimo chitarrista. Questa cosa se la ricordano entrambi e hanno ancora questo piccolo plettro che gli avevo dato. Mi ricorda un po’ Johnny Appleseed (Giovannino Semedimela), che ha girato tutta l’America con dei semi e ha riempito gli Stati Uniti con degli alberi di mela.
Questo sarà un po’ il tema del prossimo album che sto preparando, dedicato proprio a queste gocce di bellezza. Fabrizio De Andrè parlava ogni tanto delle gocce di speranza, parlando di personaggi rifiutati dalla società che invece potevano dare e che rappresentavano ancora delle gocce di bellezza. Io vedo questi piccoli plettri regalati come gocce di bellezza e come una piccola speranza. Siamo talmente schiacciati dalla tecnologia e pensiamo che qualsiasi cosa facciamo non serva a niente, che non serva andare a votare ad esempio, un sentimento molto diffuso tra i giovani, che secondo me è importante parlare del fatto che invece non è vero e che noi non lo sappiamo, ma qualche piccolo gesto che possiamo fare magari può cambiare il mondo.
Quindi stiamo lavorando a questa spirale di gocce e sto scrivendo brani nuovi, due dei quali li ho già suonati all’Acoustic Night appena passata.
E l’uscita di questo nuovo album è prevista per l’anno prossimo?
Sì, spero per marzo o aprile dell’anno prossimo perché bisogna cercare di farlo bene. Sicuramente ci sarà per la prossima Acoustic Night che sarà il 20, 21 e 22 maggio 2027. L’edizione 2026 si è chiusa una settimana fa e noi stiamo già pensando a chi potremmo invitare e a come poterla organizzare l’anno prossimo, perché è un lavoro che dura un anno intero. È un è un work in progress molto importante in cui siamo solamente io e mia moglie, fondamentalmente, quindi dobbiamo lavorarci con con molta passione.
Sono già passati ventisei anni dalla prima edizione delle Acoustic Night.
Sì, quest’anno era dedicata alle jam band, ai musicisti improvvisatori. Il tema cambia ogni anno e, in un periodo così buio, abbiamo pensato di sintonizzarci su una stagione di speranza: gli anni Sessanta, la controcultura che nasceva nella città di San Francisco, le jam band che hanno poi ispirato anche i musicisti acustici. Ci sono stati un sacco di riferimenti e un sacco di improvvisazioni.
Questi nuovi musicisti trentenni stanno venendo su con delle tecniche incredibili ed è stato veramente un piacere metterli insieme a suonare. L’Acoustic Night ha come sua caratteristica fondamentale lo stupore. Non invitiamo mai artisti che fanno parte di una stessa band, ma invitiamo tre o quattro artisti che che fanno parte di realtà diverse, e quindi c’è questo incontro speciale che poi crea questa scintilla artistica. È un momento molto bello perché anche il pubblico viene coinvolto dallo stupore di questa nuova musica che si crea.
Quest’anno c’erano persone da Germania, Svizzera, Olanda, Inghilterra, Austria, dagli Stati Uniti (da New Jersey, New York State, Alabama, Colorado, Virginia, North Carolina). Sta diventando un piccolo cult, perché chi viene una volta poi cerca di ritornare, anche chi viene da lontano, per scoprire artisti nuovi della scena indipendente.
Nella musica tradizionale, naturalmente, ci sono dei punti in comune molto forti: ci sono le ballate che raccontano la vita e ci sono tutti i motivi legati alla danza. Nell’ambito acustico c’è questa grandissima ispirazione che deriva dal suonare, poi, in maniera spettacolare melodie che nascono per stare insieme e danzare.
Chiaramente in Italia ci sono le danze popolari di un certo tipo, ma c’è un filo comune di gioia e anche di estro creativo che nasce proprio dal cuore, perché questo tipo di musica non viene studiato accademicamente, o almeno in passato, quando c’era proprio questo muro tra musica colta e musica popolare.
Questi grandi artisti, ai quali mi rifaccio, erano tutti autodidatti ed hanno inventato cose meravigliose, probabilmente proprio dal fatto di non avere nulla e di essere poveri. Più si studiano i grandi del passato, più si scopre che provenivano da situazioni rurali molto povere e avevano trovato il modo anche di riscattarsi tramite la loro musica. Quello che mi affascina, appunto, è vedere come da Doc Watson a Pasquale Taraffo, che era uno dei miei grandi idoli quando ho iniziato a fare degli studi su sulla musica italiana, venivano tutti da famiglie molto umili ed erano tutti autodidatti e analfabeti dal punto di vista musicale. Nessuno conosceva la musica, ma alcuni hanno sviluppato addirittura un cervello musicale mozartiano: Pasquale Taraffo ascoltava una melodia una volta e l’aveva scolpita nella sua memoria, riuscendo a riprodurla anche a distanza di molto tempo.
Quindi, questi due mondi hanno, chiaramente, delle loro differenze nei ritmi, però l’humus culturale da cui nasce questo tipo di musica è molto simile. Si possono tirare dei fili interessanti.
Io, quando sono nel mio momento creativo, sfrutto alcuni passaggi tipici della chitarra sarda, alcuni abbellimenti della musica celtica, altri da mandolino, che vengono usati a Cuba, e così via. Ogni musica popolare ha degli aspetti meravigliosi di creatività che, nella semplicità del luogo, è nata da artisti che hanno saputo tirar fuori una grande bellezza dalle pochissime conoscenze che avevano.
Al contrario, bisogna aver fatto un grande lavoro di studio e di ricerca per padroneggiare e sapersi muovere tra tutti questi aspetti ripresi dalle diverse culture musicali.
Sì, per riprendere tutto ciò ed insegnarlo anche. Perché chi è artista popolare folk vuole continuare le tradizioni, vuole essere anche un insegnante. Quindi una parte del mio lavoro si è svolta anche tramite tutti i libri che ho scritto, tutti i video che ho fatto e i grandi workshop a cui ho partecipato. C’è sempre stata questa necessità di trascrivere e tramandare, mentre certi personaggi sono morti senza aver insegnato a nessuno.
Uno degli aspetti della mia musica di cui sono molto orgoglioso è che, specialmente all’inizio, ho scritto libri, ho trascritto musica e ho tramandato una storia importante che ancora oggi viene continuata da nuove generazioni. In particolare c’è stata una fase, con il lavoro che abbiamo fatto in Serenata (1997) e Traversata (2001), in cui abbiamo approfondito, anche con altri artisti, l’Italia ai tempi delle grandi migrazioni. Questo lavoro è stato praticamente unico, nel senso che nessuno aveva focalizzato la propria ricerca su questi aspetti e aveva prodotto un qualcosa che potesse far mantenere in vita un certo tipo di bellezza di questi artisti.
Siamo molto orgogliosi perché questi album hanno mantenuto in vita questa bellezza con degli esempi che abbiamo studiato e trascritto. La cosa bella è che esistono delle nuove generazioni, oggi, che suonano esattamente questa musica ispirata da questi dischi. Artisti anche importanti, come Mike Guggino e alcuni membri della band Steep Canyon Rangers, che suona anche con Steve Martin (il famoso comico americano), hanno scoperto questo mio lavoro e, parallelamente alla band, portano in giro questa ricerca sugli italo-americani e sugli emigranti, avendo grande successo, perché è una musica piena di passione.
Nelle tue canzoni, quindi, c’è tanta America e tanta Italia, ma c’è anche tanta Genova: dalle canzoni di De André, inserite in molti dei tuoi album, fino a Dove tia o vento.
Sì, l’ispirazione viene un po’ dal senso di nostalgia che c’è nelle vecchie canzoni, tipo Creûza de mä. Ho voluto fare un po’ la continuazione di quel sentimento, pensare, appunto, al fatto che cambiano i tempi ed entriamo nella modernità, ma la gioia del ritorno a casa e l’amore per la propria città rimangono sempre uguali.
È un capitolo molto importante per me perché, dopo aver studiato e ri arrangiato tanta musica degli altri, riportandola in vita, è venuto proprio questo momento in cui avevo voglia e bisogno di raccontare un po’ me stesso. Dopo quasi cinquant’anni on the road è venuta questa stagione in cui ho scritto anche canzoni, non solo strumentali o arrangiamenti. Questo è stato premiato perché, così dal nulla, riuscire ad entrare nei finalisti del premio Targhe Tenco 2020 con Dove tia o vento, da outsider, è stato un riconoscimento molto bello: vuol dire che è piaciuta.
L’intero disco (Where the wind blows-Dove tia o vento, 2020), oltre al brano che gli dà il titolo, lascia il segno. Lo stesso, devo dire, vale per il tuo ultimo album in ordine cronologico, Terra Madre (2024).
Mi fa piacere, perché anche qui c’è l’idea di parlare di quello che succede oggi, e non è semplice. Mi ricordo che per dare questa sensazione di fuga ho provato a registrare i passi in fuga. Durante il giorno non andava bene, quindi poi mi sono svegliato alle 6 del mattino, quando il terreno era ghiacciato, ho messo i microfoni fuori, nel prato, e mi sono messo a correre: i passi sul terreno ghiacciato suonavano molto più tragici. Sono tutti piccoli particolari a cui si pensa per trasmettere un certo sentimento.
Il problema, in questo periodo, è la super produzione di musica che arriva da tutte le parti. Quindi, se hai un progetto a cui tieni tanto, è un po’ più difficile riuscire ad essere ascoltato. Ma chi lo ascolta, lo apprezza tantissimo e questo è importante.
Anche negli Stati Uniti è interessante come i suoni dei dialetti vengano apprezzati. Ad esempio, Dove tia o vento ha un suono completamente sconosciuto, ma basta raccontare la storia e la gente, oltre ad apprezzare anche semplicemente il suono di una lingua lontana, capisce esattamente il sentimento di cui si parla. Stessa cosa succede anche con Fabrizio De André, quando canto qualche sua canzone.
Sì, è interessante come riesco, al 95 per cento, a mantenere esattamente lo stesso spettacolo in qualsiasi luogo io vada. Se suono negli Stati Uniti metto magari una canzone di più in inglese, mentre se suono in Italia una di più in italiano però, fondamentalmente, suono tutto il mio repertorio in tutte le lingue che canto e ed è apprezzato così com’è in qualsiasi luogo.
Adesso c’è la storia di Mis Amour (nell’album Terra Madre), cantata in un dialetto che si parla in un piccolo paese di 35 abitanti (Coumboscuro, in provincia di Cuneo): il provenzale francese medioevale, una lingua di 500 anni fa. Quando racconto questa storia e canto in provenzale francese, tutti hanno piacere ad ascoltare un suono nuovo, speciale.
Devo dire che anche la versione tedesca del brano Terra Madre (Mutter Erde, 2025) è molto piacevole.
Sì, è stato molto difficile da memorizzare, però mi ha fatto molto piacere perché il pubblico tedesco è speciale. Loro hanno un modo lievemente diverso di rispondere: applaudono un po’ meno durante tutto il concerto, però poi applaudono per dieci minuti alla fine, un po’ come per la musica classica. Tutti gli anni faccio un mese di tour in Germania, dove ho conosciuto Felix Meyer, che avevo coinvolto nella Acoustic Night numero 18: una delle più interessanti, secondo me, in cui avevamo convinto artisti stranieri a tradurre Fabrizio De Andrè nella loro lingua e a portarlo nei loro progetti. Felix Meyer aveva tradotto La guerra di Piero e, non so perché, ma sentita in tedesco ha ancora più forza. Con lui siamo rimasti amici e gli ho chiesto di tradurmi Terra Madre in tedesco, perché se c’è da fare la traduzione in inglese la posso fare io, ma il tedesco è un po’ più complesso.
Mi ha dato grandi soddisfazioni anche quella. È un po’ lo specchio della mia vita, sono un po’ un cittadino del mondo che è abituato ad interagire con popoli diversi.
C’è ancora qualche sogno rimasto nel cassetto dopo così tanti anni di carriera affermata a livello internazionale?
Ci sono sogni reali. Io e mia moglie siamo dei sognatori che alla fine costruiscono quello che sognano. Quindi, in tutta la nostra vita, quello che abbiamo sognato, l’abbiamo realizzato: il grande show, girare in tutti i continenti, il Sud America, l’Australia, il grande workshop internazionale dove insegnare, sono tutte esperienze legate ai nostri sogni.
Se si sogna una cosa, poi si dovrebbe provare a farla perché, a volte, ci si riesce anche.
Come sogno avrei, piuttosto, un artista che sarebbe difficile invitare all’Acoustic Night perché è troppo importante: tra tutti, se ne potessi scegliere uno, sarebbe Mark Knopfler, perché mi piace tantissimo come suona, come canta e gli arrangiamenti dei suoi dischi sono meravigliosi. È un punto fermo per me, un esempio bellissimo.
Lasciaci un messaggio per i lettori, se ti va.
Alle nuove generazioni direi di ascoltare se stessi e non cercare di suonare esattamente come qualcun altro. Non copiare chi è molto famoso, ma cercare di ispirarsi anche semplicemente alla bellezza e scegliere sempre quello che suona lievemente diverso. C’è sempre, nella scelta di un’artista, un qualcosa che suona diverso da tutti gli altri, e forse quella è la chiave per poter andare avanti.
(PH Michael Schlueter e Giovanna Cavallo)
DISCOGRAFIA
Dialogs (Brambus Records, 1989)
Alone&Together (Brambus Records&Verlag AG, 1992)
Good News From Home (autoprodotto, 1995)
Serenata (Acoustic Music Records, 1997)
Synergia (2000)
Trasversata (Acoustic Disc, 2001)
Blu di Genova (Felmay, 2002)
Slade Stomp (TooMuch, 2006)
Rendez-vous (Gadfly Records, 2008)
Live at Teatro della Corte (2011)
The American Album (autoprodotto, 2013)
Round Trip (Borealis Records, 2015)
Short Stories (Borealis Records, 2017)
Where The Wind Blows (Borealis Records, 2020)
Terra Madre (Indie Record Label, 2024)