La tradizione jazzistica è viva e vegeta

Paolo Russo – Bandobop (Bandoneon Solo – Vol. VI)

Ormai da diversi anni, soprattutto in ambito discografico, moltissimi jazzisti tendono a virare stilisticamente verso lidi sonori piuttosto distanti dalla tradizione di questo genere musicale. Lo fanno per scelta, per esigenza artistica, per desiderio di innovazione e sperimentazione, ovviamente in modo più che legittimo. Ma c’è chi, come l’eccellente bandoneonista Paolo Russo, di fatto in controtendenza rispetto a oggi, dà vita a una creatura discografica interamente dedicata alla tradizione del jazz, segnatamente al bebop. E da qui, ecco il titolo del suo nuovo album rigorosamente in “Bandoneon Solo”: Bandobop. Il musicista pescarese fa un’amorevole dedica a undici autentiche leggende come Dizzy Gillespie, Charlie Parker, Barry Harris, Bobby Timmons, Bud Powell, John Lewis, Charles Mingus, Sonny Rollins, Miles Davis, Thelonious Monk e John Coltrane, attraverso dodici capolavori autografati da queste intramontabili figure iconiche. Bandoneonista, pianista, compositore e arrangiatore di rara sensibilità umana e artistica, brillante nell’unire una notevole padronanza strumentale a una fascinosa eleganza comunicativa, Paolo Russo è uno fra gli specialisti italiani del bandoneon di maggior talento degli ultimi vent’anni. Nato e cresciuto a Pescara, ma residente in Danimarca ormai dal lontano 1996, nell’arco della sua carriera ha inciso più di cinquanta dischi sia da leader che da sideman e, grazie alle sue qualità, ha condiviso palco e studio di registrazione con tanti musicisti di blasone nazionale e mondiale come Kenny Werner, Jesper Bodilsen, Stefano Bollani, Paolo Fresu, Gianluigi Trovesi, Nico Gori, Joe Barbieri, Marcello Di Leonardo, soltanto per elencarne alcuni. Le sue doti sono sempre riconosciute in tutto il mondo, in nazioni come Argentina, Uruguay, Brasile, Giappone, Isole Faroe, Tailandia, Tanzania, Mozambico, Algeria, Russia, Stati Uniti, Cuba e Germania. Invece, focalizzando l’attenzione sulla sua prolifica attività discografica, Bandobop è il suo “figlio” artistico appena nato. Ornithology (Charlie Parker – Barry Harris), specie nell’intro, è una versione concepita in modo del tutto personale da Russo, che si esprime attraverso un lirismo, una cantabilità e un senso melodico di ottima fattura, puntando sulla bellezza degli spazi e dei respiri fra una nota e l’altra. Poi, nello sviluppo del tema e del discorso improvvisativo, il suo playing diventa sempre più incalzante e coerente con il mood originale della composizione parkeriana. In Fables of Faubus (Charles Mingus), il bandoneonista brilla per la “stortezza” armonica con cui (ri)legge il brano dell’immenso contrabbassista statunitense. Le progressioni sono particolarmente articolate, complesse, segno dell’arditezza che contraddistingue lo stile improvvisativo di Paolo Russo. Il suo fraseggio, sempre spigliato e nitido, è intriso di linee melodiche improvvisate sofisticate, ma mai troppo cerebrali. Il tutto impreziosito da una sapienza, nell’utilizzo della dinamica, che aumenta sensibilmente il valore della sua reinterpretazione. La spassosa Doxy (Sonny Rollins), personalizzata anche da alcune interessanti e fugaci variazioni melodiche, è interpretata con gusto e vivacità dal bandoneonista, che riesce sempre a imprimere il suo marchio stilistico con estro e personalità artistica. Solar (Miles Davis) “rinasce” anche grazie agli intriganti intarsi ritmici pensati da Russo, che proprio attraverso una concezione ritmica personale dà un tocco più dinamico rispetto alla versione originale di davisiana memoria. Nella rivisitazione di Pannonica (Thelonious Monk), il gioco di dinamiche e le inebrianti nuance timbriche emergono in maniera ancor più preponderante rispetto al solito, in quanto il bandoneonista lavora in punta di fioretto proprio da questo punto di vista, oltre a fraseggiare con la sua consueta classe. La nuova veste data a Giant Steps (John Coltrane) colpisce profondamente fin dalle primissime misure. Anche qui, in modo particolare all’inizio, Russo va all-in su un playing più lirico, carezzevole, per poi spingere sull’acceleratore ma senza mai eccedere. Bandobop rappresenta una fulgida testimonianza di come la tradizione jazzistica, e il bebop in questo caso specifico, non siano morti e non moriranno mai. Questo perché nelle nobilissime intenzioni di Paolo Russo c’è il desiderio di non accantonare definitivamente nell’oblio uno stile del jazz, appunto come il bop, di importanza fondamentale dalla metà degli anni Quaranta in poi per tutti quegli stilemi che sono derivati in seguito alla nascita del bebop. Lui ne fa una rappresentazione di note e suoni non strettamente filologica, anzi. Da questo disco, come in realtà da tutti i suoi album, emergono una spiccata personalità musicale e un’identità stilistica forte e chiara. Ma ciò che fa davvero onore al musicista danese d’adozione e d’azione è la lodevole operazione culturale attraverso cui il bebop vive ancora e gode di ottima salute!

 

(Foto di Marcello Di Leonardo)

 

Paolo Russo, Bandobop (Bandoneon Solo – Vol. VI)

Etichetta discografica: Zina Zinetti Music

Anno produzione: 2026

 

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