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Intervista a Giancarlo Corcillo sul nuovo disco dei Gasparazzo

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GasparazzoL’idea che si concretizza nell’album Mo’ Mo’ della band emiliana Gasparazzo è un mix di sonorità accattivanti e ben orchestrate. Una produzione in linea con un mercato differenziato ed esigente, in cui gli standard del sound elettronico convivono con lo “stile acustico” marcato ed elegante che denota l’abilità e la destrezza degli interpreti.

Mo’ Mo’ è un disco dalle molteplici sfaccettature, che ci trasporta in un viaggio tra stili e contaminazioni eterogenee. Un disco dal quale emergono arrangiamenti raffinati e dinamici, così come la vivacità interpretativa di una band di spessore e affiatata. Contestualmente, l’album – che suggella l’attività più che decennale della band originaria di Reggio Emilia, che ha all’attivo cinque dischi e numerose collaborazioni nel panorama folk rock italiano – si inserisce nel ricco scenario musicale “alternativo” del nostro paese, contribuendo ad ampliare una proposta culturale che i Gasparazzo sanno bene interpretare e restituire attraverso uno stile riconoscibile, molto ritmato, fresco.

Lo stile della band è, inoltre, il riflesso di un’esperienza non solo musicale, ma anche politica e culturale a tutto tondo. Infatti, scorrendo le varie tappe della biografia dei Gasparazzo, emergono alcuni elementi che contribuiscono alla definizione di un linguaggio diretto, chiaro, determinato e, allo stesso tempo, cosmopolita. Tra le esperienze più significative possiamo ricordare, ad esempio, Sabbia e libertà, il dvd-libro uscito nel 2010, che racchiude il viaggio che la band ha intrapreso nel Sahara Occidentale, in collaborazione con associazione Jaima Saharawi e Dar Voce, il centro per il volontariato di Reggio Emilia. Il primo disco della band, Tiro di classe, uscito nel 2007, nasce dalla collaborazione con alcuni esponenti della scena nu-folk e alternativa italiana, come Giuseppe Fontana dei 24 Grana e Simone Filippi degli Ustmamò. Infine, all’inizio del 2014 i Gasparazzo pubblicano Esiste chi resiste, album dedicato alla Resistenza italiana, prodotto dalla New Model Label e distribuito dalla Audioglobe. Anche questo lavoro si caratterizza per un linguaggio articolato. Infatti, come si può leggere nelle note di presentazione del disco, “i ritmi tribali e monolitici hanno sempre fatto parte del linguaggio dei Gasparazzo e l’utilizzo di accordature aperte e del capotasto mobile hanno aggiunto un sapore a volte esotico ai brani, lasciando spazio per l’inserimento di altri strumenti come violino, violoncello, fisarmonica, sax e percussioni. Il repertorio però differisce soprattutto sul piano testuale, nel progetto acustico emergono dati storici, citazioni, proiezioni al presente ed una struttura di tipo narrativo, un vero racconto in musica”.

Allo stesso modo – e questo ovviamente interessa particolarmente i lettori di queste pagine – la presenza della fisarmonica, oltre a denotare il disco in termini “folk” (folk-rock, nu-folk, alt-folk), conferisce al messaggio un profilo più articolato, al tempo stesso internazionalizzandolo e radicandolo in uno scenario locale. Uno scenario non isolato o statico, ma piuttosto riconoscibile attraverso le forme che la sua cultura espressiva ha assunto nel tempo. In questo contesto, la fisarmonica “promuove” un linguaggio nuovo non solo nella forma, ma soprattutto nei contenuti. Nella misura in cui dialoga – e con essa la sua storia e l’insieme delle rappresentazioni cui rimanda – con una strumentazione più “tradizionalmente” rock (composta da chitarra, fiati, tastiere, batteria, basso e contrabbasso), imbastendo una narrazione espansa e inclusiva.

Abbiamo raggiunto Giancarlo Corcillo, il fisarmonicista della band, per parlare di questo nuovo progetto e dello “spazio” che il suo strumento ha nel mondo musicale contemporaneo.

Giancarlo, abbiamo parlato di una produzione caratterizzata da molteplici contaminazioni… Perché questa scelta artistica?

Una delle caratteristiche salienti, oserei dire principali, adottata come vero e proprio “filo guida” nei Gasparazzo (ma anche mia personale, sia nel percorso artistico sia umano) è sempre stata la ricerca e la sperimentazione, la capacità di usare il linguaggio artistico come vero e proprio specchio e veicolo delle proprie esperienze e delle proprie emozioni, una sorta di laboratorio ambulante che per muoversi adotta una vela mossa dal vento della curiosità.

Quest’ultimo lavoro dei Gasparazzo è nato di getto, come il titolo dell’album suggerisce, “Mo’ Mo’”, ossia un’espressione che sta a significare “adesso! ora!”.

Abbiamo lavorato velocemente all’intero progetto, dalle idee all’arrangiamento, dopo aver passato un anno e più in giro per concerti a stretto contatto sonoro con festival dub-reggae, concerti in riva al mare, buskers nelle città, manifestazioni politiche ecc., un vero e proprio minestrone di situazioni diversissime tra di loro.

Tutto ciò sicuramente si è riflesso nella genesi del disco con un occhio di riguardo sicuramente alla fisarmonica!

Come si fondono in un unico sound il timbro e il calore degli strumenti acustici con i loop e le sonorizzazioni derivate da campionamenti e suoni virtuali?

È un’alchimia di tanti fattori e tanti elementi. In un gruppo conta tantissimo l’affiatamento mentale e tecnico, essere sulla stessa linea d’onda, sulla stessa barca. Anche se magari singolarmente nessuno è un vero fenomeno o campione, l’unione e il rispetto di gruppo fa la forza e la differenza che può far spiegare le ali ad un’idea oppure affossarla e renderla poco credibile a noi e al pubblico.

Noi suoniamo, viaggiamo e condividiamo musica ed esperienze insieme da tantissimo tempo ed abbiamo già avuto modo di registrare insieme tantissime cose, di conseguenza abbiamo sicuramente sviluppato, anche inconsciamente, uno stile frutto sia di capacità ma anche di incapacità.

Penso che la cosa piu’ importante sia rispettare l’intenzione della canzone, far capire bene il testo a chi ci ascolta.

Non suonando musica strumentale questi elementi per noi risultano fondamentali. Penso che questo disco possa definirsi decisamente riuscito sotto questo punto di vista, perciò, già rispettando e tenendo bene a mente questi principi, si definiscono bene anche certe coordinate di arrangiamento, l’inserimento di loop, strumenti virtuali, ecc.

Anche Massimo Tagliata, dall’alto delle sue esperienze pop con Biagio Antonacci, ci ha aiutato consigliandoci e lavorando soprattutto in pezzi con molte sequenze elettroniche cercando di non far affondare nulla nel mix generale del disco.

È nostra abitudine cercare di provare insieme i pezzi il più possibile in sala prove per farli “girare” e, quando pronti, testarli appena possibile subito dal vivo… solo sul palco ci si rende conto successivamente di tanti elementi che, magari, su carta sembravano andar bene ma che poi dal vivo si rivelano in negativo.

Concludo dicendo che sicuramente non serve aggiungere elementi ma serve tirare via e tenere l’essenziale. Suonare suonare suonare tanto, troppo non serve a nulla, bisogna essere umili e mettersi al servizio degli altri… a volte curiosando in internet trovo video su YouTube con milioni di visualizzazioni che lasciano il tempo che trovano… non bisogna fare le Olimpiadi con gli strumenti! Rispettando questo, secondo me, non ci sono problemi di convivenza con loop, chitarre etc.

Che fisarmonica hai utilizzato per la registrazione? Con quali microfoni hai fatto le riprese? Ne hai anche predisposti per la registrazione dell’ambiente”? Quello che ne deriva sembra essere un suono molto caldo e ben equalizzato… Merito del fonico, di alcuni processori specifici, dell’interprete o dello strumento?

In fasi di registrazione ho usato la mia Armando Bugari che abitualmente uso per la musica classica. È uno strumento che possiedo da tanti anni, penso sia degli inizi degli anni 90.

La sua particolarità, a mio avviso, risiede nel manuale sinistro, voci presenti ma non invadenti come quelle moderne; inoltre il cambio di sistema (standard/free bass) avviene per mano dei registri e non con il convertitore.

Ha delle ottime sonorità che successivamente ho apprezzato ancora di più, quando sono state “cannibalizzate” usando e sperimentando effetti vari.

La sua bontà timbrica e la sua potenza sono state fondamentali per aver un suono professionale.

In qualche pezzo comunque ho sovrapposto anche un’altra fisarmonica, ossia una Lucchini 3-1 c fine anni ‘80, cercando di ottenere degli effetti diversi, usandola in momenti più leggeri.

La piccola Lucchini, invece, è la fisarmonica che utilizzo sempre nei live, ma nel disco questa volta ho trovato più opportuno usare una fisarmonica con un suono più “importante” e potente.

Le riprese sono state fatte con due microfoni a condensatore: il diaframma medio del russo Oktava MK-319, vicino allo strumento, ed il piccolo diaframma dello svedese CM3 Line Audio, ad una ventina di centimetri. Le linee passavano per il preamplificatore Neumann V472, poi scheda.

M-Audio Profire 610 ed infine Logic. Un terzo segnale stereo catturato dal CM3 (e preamplificato dalla Profire) veniva processato dalla pedaliera del chitarrista per effetti particolari. In studio si è potuto lavorare su tre segnali: uno corposo e molto diretto, uno arioso e pieno di frequenze ed uno stereo e filtratissimo. Lo stile musicale dell’album ci ha fatto scegliere di non microfonare l’ambiente. In fase di missaggio Massimo Tagliata ha fatto suonare al meglio il materiale ripreso con questo criterio, usato in maniera costante e precisa per tutto il disco.

Massimo Tagliata, polistrumentista impegnato nella musica jazz, etnica e, tanto per ribadire il concetto di versatilità della fisarmonica, assiduo componente della band del cantautore Biagio Antonacci, è anche un “amico” di Strumenti&Musica. Quali sono stati i suoi apporti al disco?

Massimo è un nostro amico di vecchia data, lo conoscemmo diversi anni fa grazie all’amicizia in comune con Maruça Rodrigues, cantante brasiliana del progetto Banda Favela, band dove ai tempi Massimo militava.

La visione critica di Massimo sicuramente ha aiutato il disco ad avere anche un’onestà artistica per noi fondamentale. Nello specifico Massimo ha curato il missaggio, l’arrangiamento e piccoli spunti su alcuni brani ed infine ha curato il mastering. Sicuramente il fatto di essere fisarmonicista anche in ambiti pop/rock ha facilitato il compito ed è stato per me semplice comunicare ed interagire con lui in quanto tale.

Quanto è difficile, allo stato attuale, emergere in un contesto in cui le grandi major la fanno da padrone influenzando i gusti musicali delle nuove generazioni?

Penso sia difficile, ma penso anche che, se una band ha qualcosa di buono e valido da dire, prima o poi le porte si aprono. Certo, sicuramente le industrie discografiche fanno il loro gioco imponendo mode e tendenze per le masse ma, se il prodotto e il progetto sono validi, con un briciolo di fortuna qualcosa può succedere.

Invito sempre i ragazzi più giovani di me ad osare e sperimentare divertendosi con la musica, se uno ha voglia di fare sul serio; fare cover o, peggio, tributi a questo o a quell’altra band? Può avere un senso e vantaggio minimo agli inizi… ma poi perseverare in questa direzione lo trovo inutile e noioso.

Mi hai raccontato, in una precedente conversazione, che le vostre performances non si limitano esclusivamente al territorio italiano, bensì vi capita soventemente di espatriare… Ma è proprio così complicato essere “profeti in patria”? Com’è l’approccio con i giovani d’oltralpe?

Sì, infatti, ci capita spesso di suonare in Germania, Austria e Svizzera.

Personalmente, in altre situazioni ho avuto la fortuna di suonare anche in Repubblica Ceca, Irlanda, Francia…

Direi, in linea di massima, che dal mio punto di vista sicuramente in Germania, vuoi per tutta una serie di messaggi che ci portiamo dietro, vuoi per questa italianità, vuoi perché il nostro genere ha più riscontro, l’approccio dei giovani è sempre molto positivo ed appagante! Per noi della band è fantastico: i ragazzi partecipano, si divertono e rendono un concerto un’esperienza collettiva unica!

Un fisarmonicista in un contesto pop/rock… Non dirmi che all’inizio non c’era un po’ di diffidenza!

Mah, diffidenza direi di no, sicuramente tanta sana curiosità! La fisarmonica ha la meravigliosa capacità di attirare persone dai 6 ai 90 anni con estrema facilità ed io non posso che essere felice di tutto ciò. Ho la fortuna di poter suonare anche all’estero e anche qui nessuna diffidenza anzi… entusiasmo e calore!

L’importante è far vibrare ed emozionare chi ci ascolta ed indubbiamente la fisarmonica ha questa natura emozionale dalla sua parte!

Quali sono le tue origini musicali?

Le mie origini musicali sono sicuramente da ricercare nel mangianastri!

Quando ero bambino ricordo che mio padre ascoltava in casa, senza sosta, una miriade di artisti cosicché, piano piano, ho cominciato a volere anche io cassette di musica tutte mie da ascoltare e conservare. Andare nei mercatini, scovare cassette tra migliaia e migliaia di artisti diversi e sconosciuti ed infine ascoltare la sera quella stessa musicassetta del cuore che tanto avevi faticato a trovare era un’esperienza fantastica!

Mio padre (anch’egli è fisarmonicista), nei miei primi anni di studio dello strumento, mi ha sempre fatto ascoltare musicisti ed ovviamente fisarmonicisti molto diversi tra di loro, in modo da accrescere il mio bagaglio musicale. Non finirò mai di ringraziarlo. I primi musicisti e la prima musica che ho ascoltato, perciò,’ erano basati sulla fisarmonica: artisti emiliani come Carlo Venturi, Learco Gianferrari, Barimar, Vittorio Borgesi, affiancati da altri più “esotici”, come Giovanni Vallero, Peppino Principe, Wolmer Beltrami ecc… li ho avuti nelle orecchie per anni! Grandi virtuosi che, in qualche caso, ho anche avuto la fortuna di incontrare.

Purtroppo o per fortuna successivamente nella mia infanzia la routine di una certa musica e di certi studi hanno avuto un effetto su di me talmente negativo da indurmi a ribellarmi ed abbandonare la fisarmonica verso i 13 anni. Da lì in poi si è aperta per me la porta della musica rock: artisti come Steve Vai, Beatles, Led Zeppelin, Jaco Pastorius hanno cominciato a far capolino nelle mie orecchie e, di conseguenza, ho cominciato subito ad impratichirmi con batteria e chitarra. Anno dopo anno per me è stato un continuo sperimentare di generi, strumenti (basso, chitarra, batteria), persone ed attività artistiche: ho fatto teatro (fondando anni dopo, insieme ad altri ragazzi, un’associazione culturale che ancora esiste e si chiama QuintaParete), musiche per installazioni, concerti hard-rock, concerti di musica balcanica, funk, matrimoni, funerali… di tutto! Mi sono sempre tenuto molto impegnato con situazioni sempre nuove, costruttive, cercando di crescere ed imparare, a prescindere dallo strumento imbracciato. O buona musica o cattiva musica!

Ora, gli impegni con i Gasparazzo permettono poche “distrazioni”; ciò nonostante, sono anni che, grazie ad una precisa volontà, ho intrapreso un percorso di studi “ufficiale” della fisarmonica classica con il M. Mirko Ferrarini che non finirò mai di ringraziare per la sua proverbiale pazienza e propositività!

Come nasce un brano come “Michelazzo”? Qual è la musa ispiratrice? Cosa dobbiamo aspettarci per il prossimo futuro?

“Michelazzo” (primo singolo dell’album) è ispirato alla leggenda urbana di Michelazzo che accomuna molte tradizioni popolari, dalla Sicilia alla bassa pianura padana. La fonte suggestiva è un personaggio reale che l’autore del testo (Generoso Pierascenzi, chitarrista dei Gasparazzo) conosce e di cui “apprezza” le doti quando, come recita il testo, decora i concetti, spalma stupore e pigramente si fa il mazzo vivendo di rendita. Quella di “ozio creativo” è in realtà la lettura che noi musicisti preferiamo associare al tema della canzone.

I prossimi progetti sono legati sicuramente sia alla promozione del disco sia del video di Michelazzo (visibile sia sul nostro canale YouTube sia sul canale statunitense di BlankTv). Più avanti sicuramente gireremo un altro videoclip per un altro singolo.

Un saluto speciale ai lettori di Strumenti&Musica…

Ringrazio, innanzi tutto, voi di Strumenti&Musica per l’intervista e la recensione!

Invito i lettori della rivista ad ascoltare il nuovo disco “Mo’ Mo’” e a partecipare a qualche nostro live… festa, emozioni ed energia assicurati!

Autore: Daniele Cestellini

Daniele Cestellini ha scritto 752 articoli.

Questo post è disponibile anche in: Inglese



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