Alla ricerca dei confini della musica – Intervista a Frode Haltli

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Frode HaltliGrazie alla sua inesauribile curiosità e la sua abile versatilità, Frode Haltli ha avuto un 2019 ricchissimo di produzioni, collaborazioni e concerti: ora, come tutti noi, è a casa nella sua Oslo, e da lì ci risponde a qualche domanda sui suoni progetti artistici.

Hai recentemente pubblicato un nuovo singolo intitolato Quarantine Quilt nel quale ogni membro del tuo ensemble Avant Folk suona da casa propria. Il brano sembra ispirato a Zefiro Torna, Oh di soavi accenti di Monteverdi e all’invocazione del ritorno della primavera: ti consideri una persona ottimista? Che opportunità di cambiamento vedi nel prossimo futuro?

Mi considero più ottimista che pessimista, questo è sicuro! E, anche se molta mia musica sembra avere un accento lirico, spero che non dia l’impressione di essere pessimista! È simpatico che trovi una connessione con Monteverdi – confesso che non ci avevo fatto caso – ma Quarantine Quilt è costruito sopra un semplice ostinato, quindi non è strano che rimandi a qualche brano di Monteverdi. Amo alcune sue composizioni come Lamento della Ninfa, che possono essere anche dei perfetti punti di partenza per l’improvvisazione!
Questa crisi è stata terribile in molti aspetti: voi italiani probabilmente l’avete subìta più di chiunque altro. Se possiamo imparare qualcosa da questo periodo? Spero che possiamo mettere più peso alla sostenibilità nel futuro, il non dover, per esempio, volare dappertutto in ogni momento, distruggendo il nostro pianeta. Di sicuro ci sarà chi vorrà farci continuare come prima – per “salvare l’economia” – ma continuo a sperare che la nostra preoccupazione possa prevalere e che possiamo organizzarci per realizzare cambiamenti positivi quando tutto sarà finito.

Sei il fondatore del progetto Avant Folk, sei membro del Trio POING e del Snowflakes Trio, e hai suonato come ospite nell’ultimo album del Erlend Apneseth Trio: credi che la musica da camera sia il tuo contesto ideale?

Mi ha sempre entusiasmato la musica da camera. Mi interessa anche esibirmi ed esercitarmi da solo, e ovviamente ho avuto la possibilità di farlo spesso ultimamente. Ma dopo aver terminato i miei studi venti anni fa, la palestra principale per imparare è stata il suonare insieme con amici musicisti: qui è dove ho ricevuto nuove idee e l’energia per proseguire la mia carriera!

Negli ensemble in cui suoni sono presenti quasi tutte le tipologie di strumenti musicali, compresi quelli elettronici e i synth: quali sono quelli che reputi più interessanti con cui mescolare il suono del tuo strumento?

Avant Folk è speciale se parliamo di strumentazione: è una band “piena”, con due strumenti ad arco, strumenti a fiato, il sottoscritto alla fisarmonica, l’organo/synth, due chitarre, basso e batteria. Non ho mai lavorato prima con una formazione simile. Ovviamente non è una formazione standard, soprattutto per la qualità e l’originalità dei musicisti, che sono tutti molto creativi e straordinari! Ma anche per il mix tra strumenti acustici ed elettronici, altrettanto importante per il sound dell’ensemble. In generale devo dire che i musicisti con i quali preferisco interagire nella musica da camera sono gli strumentisti ad arco. Di tutti i tipi! È un qualcosa che riguarda la qualità e la ricchezza del suono in questi strumenti, tutte le loro sfumature. Con la fisarmonica puoi interagire con i suoni quasi impercettibili degli archi e influenzarne il suono per renderlo inconsueto e differente. È anche possibile restare nel registro più alto o più basso, dandogli la possibilità quindi di espandere il suono. Oppure assumersi il ruolo di solista. Mi entusiasma anche suonare, per esempio, una Sonata per violino di Bach, perché le caratteristiche della fisarmonica la possono rendere una vera trio-sonata, cosa che invece può non accadere se la suoni con un clavicembalo.

Alcuni brani dell’album Avant Folk sono arrangiamenti di canzoni tradizionali, ma in Border Woods tutti i brani sono composti da te. Come avviene il tuo processo compositivo?

Ho avuto diversi progetti negli anni scorsi in cui utilizzavo la musica tradizionale come punto di partenza – in realtà ho cominciato nel 2007 con l’album Passing Images pubblicato da ECM. Nel caso di Border Woods volevo comporre tutta la musica, ma alcuni dei temi sono così semplici che potrebbero essere considerati come tradizionali. Ho voluto coinvolgere Emilia Amper e la sua nyckelharpa per suonare questa musica come se fosse, appunto, musica tradizionale. Ma poi ho aggiunto idee totalmente differenti e compositivamente avanzate a questo materiale semplice – giochi ritmici che introducono a sezioni poliritmiche, idee tonali ma anche bitonali, che non sono per niente utilizzate nella musica tradizionale, o anche l’uso di cellule musicali che permettono al musicista di decidere come realizzare la transizione tra di esse – facendo fare la stessa cosa a più musicisti: ciò ha contribuito a creare risultati totalmente innovativi e originali. Ho sempre composto e improvvisato, ma non mi considero ancora un “vero” compositore: ho un enorme rispetto per i più importanti compositori contemporanei provenienti dalla tradizione classica: da Ligeti a Berio, da Edison Denisov a Sofia Gubaidulina, o i compositori nordici Hans Abrahamsen, Bent Sørensen, Kaija Saariaho… ci sono moltissimi grandi compositori! Mi considero quindi più un musicista che compone, e penso che tutti i musicisti dovrebbero essere così: essere creativi!

Frode Haltli e Avant FolkAvant Folk è un titolo che rende abbastanza l’idea, Border Woods (trad. Boschi di confine) invece è più misterioso ma molto affascinante: sono questi “boschi” i luoghi in cui cerchi l’ispirazione? Rappresentano il tuo bagaglio artistico (o mantieni background)?

Sono cresciuto in un’area forestale – una grande area di boschi a nord-est di Oslo chiamata “la foresta finlandese” a causa dell’immigrazione finlandese avvenuta nel diciassettesimo secolo. Quest’area al confine tra Svezia e Norvegia ha un’aura mitica connessa al suo soprannome. Anche oggi vivo vicino ad alcuni boschi in un’altra area appena fuori Oslo. È molto rurale, qui posso semplicemente indossare i miei scarponi e camminare per ore intorno a casa mia. Anche il nome della zona in cui vivo ha a che fare con i boschi: Svartskog (trad. Foresta Nera).

Wynton Marsalis dice che “Il jazz è una metafora della Democrazia. Essendo il jazz basato sull’improvvisazione, esso celebra la libertà personale e incoraggia l’espressione individuale”. Tu utilizzi l’improvvisazione nella tua musica e ti esibisci spesso in Festival jazz: sei d’accordo con questa affermazione?

Beh, credo che la democrazia sia un ideale in molta musica, non solo nel jazz. e purtroppo questo è in opposizione con lo sviluppo che è avvenuto nella musica classica, con convenzioni troppo rigorose che limitano la libertà artistica. Il mio obiettivo in Avant Folk è che tutti i musicisti possano essere nella condizione di poter contribuire creativamente, e questo corrisponde alla libertà entro i limiti. Non voglio che i musicisti suonino senza ascoltare gli altri, quindi l’elemento fondamentale per una musica democratica è che tu agisca correttamente nei confronti degli altri! Ma, se tutti agiscono in maniera troppo neutra, tutto rischia di collassare, per cui è cruciale che ciascuno sia consapevole di essere visto e ascoltato, e che ognuno di noi può influenzare il modo in cui la musica si sviluppa quando ci esibiamo!

In una intervista per “Downbeat” dello scorso anno hai detto che “molti fisarmonicisti non pensano molto al mantice […] È l’anima della fisarmonica”. Pensi che sia una mancanza didattica? Che cosa suggeriresti per incoraggiare i giovani studenti a ottenere una maggiore confidenza con il mantice?

Ovviamente la tecnica di utilizzo del mantice è qualcosa che dovrebbe essere affrontata già dalle prime lezioni di fisarmonica. Ma il mondo fisarmonicistico è tradizionalmente molto concentrato verso l’agilità delle dita e troppo poco verso il suono; la combinazione tra utilizzo delle dita e quello del mantice è una questione molto importante nel suonare la fisarmonica. Niente mi annoia di più che ascoltare un fisarmonicista che non la usa in maniera attiva. Ma ci sono, naturalmente, molti esecutori che si differenziano da ciò, e credo che si stia andando verso un cambiamento di attitudine in questo. I suonatori di bandoneon si sono soffermati sull’utilizzo del mantice per decenni! Prendete esempio da loro, oppure ascoltate la musica “gagaku” giapponese e traete ispirazione dallo shō, una sorta di organo a bocca.

Chi sarà Frode Haltli tra dieci anni?

Spero di continuare ad essere Frode Haltli nei prossimi dieci anni, ah ah!

Consigli per gli ascolti in questo periodo di quarantena?

Sinceramente non ascolto molti fisarmonicisti, ma un paio di giorni fa sono rimasto molto sorpreso nell’ascoltare il giovane fisarmonicista norvegese Kalle Moberg, che conoscevo bene già da tempo. Ha fatto una sessione di registrazione lunga parecchi giorni insieme a un produttore pressoché leggendario, Jim O’Rourke, a Tokyo. La prima registrazione – The Tokyo Sessions Volume 1: Unheard Of – è stata appena pubblicata (credo che ne seguiranno altre), dalla casa editrice di Kalle, KAMO Records, ed è disponibile su Bandcamp e nei canali streaming. È una semplice registrazione dal vivo di alcune sue improvvisazioni, ma è veramente fantastica! Forza il suo strumento ai limiti estremi, per come tratta il suono, ma è fatto così delicatamente e magistralmente, con un grande utilizzo della microtonalità, del bending, il fare l’effetto “overblow” con le ance in un modo che rimanda all’utilizzo dei multifonici semplicemente, è un esempio di cosa puoi fare con la fisarmonica!

 

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Frode HaltliOn the boundaries of music-interview to Frode Haltli

Thanks to his constant curiosity and great versatility, 2019 was for Frode Haltli rich of artistic productions, partnership and, of course, concerts: now, as all of us, he stays at home in Oslo, and from there he answer to some questions about his future artistic projects.

You’ve recently released a new single called “Quarantine Quilt” in which every member of the Avant Folk ensemble plays from his home. The piece seems inspired by Monteverdi’s “Zefiro Torna, Oh di soavi accenti” and his hope for the return of spring: do you consider yourself an optimistic person? Which opportunities of change do you see in the next future?

I consider myself more an optimist than a pessimist, for sure! And even though a lot of my music might have a lyrical side, I hope it doesn’t sound pessimistic! It’s funny that you find a connection with Monteverdi – I have to confess I didn’t know about this myself – but ‘Quarantine Quilt’ is built upon a very simple ostinato, so it’s not strange that it’s similar to something from Monteverdi. I love his compositions like Lamento della ninfa, which are also perfect starting points for improvisation!

In many ways this crisis has been terrible: as Italian you have probably felt it more than anyone. If we can learn something from this period? I hope we can put more weight on sustainability in the future, for example avoiding to fly everywhere all the time, destroying our planet. For sure strong forces will want us to simply continue as before – to ’save the economy’ – but I still hope our main concern can be larger, and that we manage to make some positive changes when all this is over.

You are the founder of Avant Folk project, you are member of Trio POING and Snowflakes Trio, and you played as guest in the last album of the Erlend Apneseth Trio: do you think that chamber music is your ideal context?

I have always enjoyed chamber music. I also enjoy very much rehearsing just by myself, and I have of course got the chance to do this a lot lately. But after I ended my studies 20 years ago, my main arena for learning has been in interplay with fellow musicians: this is where I get new ideas and the energy to go on!

In all the ensembles in which you play there are quite all the musical instruments, also synth and electronic instruments: which are the ones that you feel more interesting to melt with the sound of your instrument?

Avant Folk is special when it comes to instrumentation: It is a full ‘band’ with two string players, two wind players, myself and organ/synth, two guitars, bass and drums. I have never worked before with such a standard band formation. But of course it is not standard, very much because of the quality and originality of the musicians, who are all very creative and extraordinary musicians! And the mix of acoustic and electric instruments, which also is important to the sound of the ensemble. In general I have to say that my favourite chamber music collaborator would be string players. Of all kind! There is something with the quality and richness in the sound in string instruments, all the nuances… With the accordion you can enter the string sound almost unnoticed, influence the string sound to make strange and different effects. It’s also possible to stay higher or lower in register, expanding the string sound. Or taking in some cases the soloist role. I also enjoy things like playing a Bach violin sonata, because the qualities of the accordion can make this a true trio-sonata, something that doesn’t really come through if you play it on a harpsichord!

Some pieces of Avant Folk are arrangements of traditional songs, but in the album Border Woods all the pieces are composed by you. How do you manage the process of the composition?

I have had a quite a few projects the last years where I use traditional music as a starting point – it actually started with the ECM album Passing Images in 2007. For Border Woods I wanted to compose all the music, but some of the themes are so simple they could just as well have been traditional… I wanted Emilia Amper, the nyckelharpa player, to play the music as if it was traditional tunes. But then I inject totally different and more advanced compositional ideas on this simple material – rhythmical plays that lead into polyrhythmic sections, tonal and even bi-tonal ideas that are not at all used in traditional music, or the use of musical cells, where it is up to the individual musician how to make the transitions from one cell to another – creating unheard and original results when more musicians are doing this at the same time.

I have always composed and improvised, but I still don’t consider myself a ‘real’ composer. I have enormous respect for the best contemporary composers coming from the classical tradition: Ligety and Berio, or Edison Denisov and Gubaidulina, or the Nordic composers Hans Abrahamsen, Bent Sørensen or Kaija Saariaho… there are so many great composers! I consider myself more a musician that also compose music, and I think all musicians should do that, be creative!

Frode Haltli e Avant FolkAvant Folk is a quite clear title, Border Woods it’s more mysterious but very fascinating: are these “woods” the places in which you search your artistic inspiration? Do they represent your background?

I grew up in a forest area – large areas of woods north and east of Oslo called ’The Finnish Woods’ due to the Finnish immigration in the 17th century. This area on the borders between Norway and Sweden has a mythical aura connected to it. Also today I live close to the woods in another area, just outside Oslo. It is very rural here, I can just put on my trekking shoes and walk for hours in the woods just outside our house. Even the name of where I live now has to do with the woods here: Svartskog (Black Forest).

Wynton Marsalis says that “Jazz is a metaphor for Democracy. Because jazz is improvisational, it celebrates personal freedom and encourages individual expression”. You use improvisation in your music and you play often in jazz Festivals, do you agree with this idea?

Well, I agree that democracy is an ideal in a lot of music, not only in jazz. And sadly it is in opposition to how classical music has developed, with too strong conventions that limits the artistic freedom. My aim in Avant Folk is that all musicians should be able to contribute creatively, and that is about freedom within limits. I don’t want the musicians to just play without listening to the others, so an important part of democratic music must also be that you act politely towards each other! But if everyone act too polite everything will just collapse, so it is crucial that everyone feels that they are seen and heard, and that all of us can influence the way the music develops as we play.

In an interview for Downbeat of last year you said “Lots of accordion players don’t think so much about the bellows. […] It’s the soul of the instrument”. Do you think that it’s a didactic lack? What do you suggest to encourage young students to obtain more confidence with the bellows?

Of course bellows technique is something that should have focus from the very beginning of learning the accordion. But the accordion world is also traditionally too much focused on fast fingers and too little on sound, the combination of fingers and bellows is a very important technical issue in accordion playing. Nothing makes me more tired than listening to an accordion player that doesn’t use the bellows actively. But then there is of course a lot of really nice players out there too, I think there is a change in attitude in general. Bandoneon players have had focus on the bellows for decades! Listen to that, or to Japanese gagaku music and get inspiration from the mouth organ shō!

Who will be Frode Haltli in ten years?

I hope I still will be Frode Haltli in ten years, ha, ha!

Listening tips for this quarantine period?

I don’t really listen that much to accordion players, but a couple of days ago I got a big positive surprise listening to the young Norwegian accordion player Kalle Moberg, whom I know well from before. He did a recording session over several days with the almost legendary producer Jim O’Rourke in Tokyo. The first record – The Tokyo Sessions Volume 1: Unheard Of – is now released (I believe there will come more), released on Kalle’s own label KAMO Records, available on Bandcamp and streaming services. It is simply a live recording of his solo improvisations, and it’s really amazing! He forces his instrument to the outer limits when it comes to sound treatment, but it’s so delicate and beautifully done, with lots of microtonality, bends, pushing the reeds to ‘overblow’ in a way that may remind you of multiphonics. It’s simply a very refreshing take on what you can do with the accordion!