Falsa mitologia tanghistica (prima parte)

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A differenza dei libri gialli, in cui è fondamentale non svelare il colpevole, in questo caso possiamo iniziare subito da uno dei colpevoli di una certa falsa mitologia che si è sedimentata nel tempo attorno al tema delle origini del tango. Leopoldo LugonesLeopoldo Lugones, giornalista e poeta a cui si deve la frase “[…] quel rettile da lupanare”; ovviamente stava parlando del tango. Ormai, il racconto fatto dal “mainstream” dominante sulla storia del tango lo ha legato ai bordelli (ossia i “lupanari”) e alla nobilitazione “concessa” al tango dal suo sbarco in Europa, in particolare a Parigi, la grande capitale culturale del vecchio continente agli inizi del XX secolo. Questa lettura è assolutamente parziale; da un lato, sembra essere dettata dalla necessità di “romanzare” un po’ la vicenda tanghistica per renderla più seducente, dall’altro, contiene un certo grado di offensività verso il popolo argentino visto che tende a far passare una versione filo-europeista, come a voler dire “noi siamo la civiltà e voi i buzzurri…”. Intanto, va chiarito un punto fondamentale: le origini del tango erano e sono tutt’oggi un mistero. La testimonianza di questo fatto è rintracciabile nella grande discordanza presente sui numerosissimi testi esistenti che trattano questo argomento. Nessuno, a quanto pare, può dire di avere in mano la verità inconfutabile sulla nascita di questo fenomeno culturale di così grande successo. Proviamo, comunque, a individuare alcuni punti fermi. Il tango è così affascinante perché in esso vi è stato l’apporto creativo di persone provenienti da culture diverse, anzi, andrebbe sottolineato, da culture notevolmente diverse. Garcia BlayaIl fondatore e direttore di “Todotango”, l’argentino Ricardo Alberto García Blaya, scomparso nel 2017, asserisce che il tango abbia acquisito, nel periodo che va dal 1880 fino al 1920, tutte le caratteristiche riscontrabili in quella che può essere indentificata come una conformazione “finale” del genere. Negli anni successivi, ci sarà sempre un’intensa produzione di tanghi, ma senza l’innesto di particolari elementi innovativi. I sostenitori di Astor Piazzolla, e io sono tra questi, direbbero che bisognerà attendere il suo “Nuevo Tango” per poter parlare di vera innovazione. Allora, qual è stato il principale fenomeno sociale che ha caratterizzato questo periodo gestazionale? L’immigrazione, soprattutto europea e essenzialmente destinata ad un ingrossamento delle città, in primis Buenos Aires, il luogo di sbarco di tantissime navi. La capitale argentina, nel 1880, aveva 210.000 abitanti; nel 1909 (anno in cui si è tenuto un censimento) raggiungerà la cifra di 1.231.698 (di cui 278.041 italiani) e, nel 1915, arriverà a contare 1.575.814 abitanti. Questa esplosione demografica ha costituito l’humus che ha fatto nascere il tango. Mi azzardo a dare una definizione (temo di non essere originale e so che non passerò alla storia per questo): il tango è una spugna. Una spugna che ha assorbito tanto dagli immigrati.
Sempre Ricardo Alberto García Blaya chiarisce il ruolo delle Academias nella diffusione del tango. Se è vero che le Academias erano situate per lo più nei sobborghi, risulta, però, altrettanto vero che esse non fossero luoghi di prostituzione. Le donne che vi lavoravano erano contrattualizzate e quel tipo di locale da ballo era sottoposto ad autorizzazione del governo e a controlli. Agli artisti delle Academias era richiesto di saper ballare e cantare; quegli stessi artisti, spesso, mettevano in scena anche le zarzuelas e le commedie e per di più non erano affatto esclusivisti del tango: negli anni Ottanta e Novanta del XIX secolo, il nuovo ritmo (e nuovo ballo) doveva convivere con i già ben affermati Habanera, Polka, Scottish, Valzer, Corrido e altri. Abbiamo già fatto riferimento ad un’immigrazione prevalentemente europea e fatta di soggetti che si stabiliscono nella metropoli. Dobbiamo aggiungere un altro aspetto fondamentale: l’immigrazione era in maggioranza maschile. Gli uomini arrivavano nell’Argentina dell’epoca per cercare fortuna ed erano sovente soli in questo voler tentare la sorte. Ecco, per esempio, per quale ragione, nel momento in cui gli organetti di strada riproponevano nelle strade di Buenos Aires i ritmi delle sale da ballo (e tra di essi il tango), fosse all’epoca possibile assistere a delle scene in cui gli uomini ballavano tra di loro. Tra le diverse motivazioni, dettate principalmente dalla situazione economico-sociale, c’era anche una finalità di “allenamento”, in modo tale di poter poi essere all’altezza e fare bella figura quando mai si fosse arrivati a ballare con una delle poche donne. Le Academias erano, dunque, uno dei (pochi) luoghi dove poter ballare con una donna. Ma non il “lupanare”. Lì non c’erano musicisti, né ballerini. Per una ragione essenzialmente economica. Come abbiamo detto, l’arrivo di questa gran massa di uomini che cercavano fortuna aveva sì generato una diffusione della prostituzione, ma a “costi” molto contenuti. Questo non consentiva alle case di appuntamenti di poter sviluppare altre “attività collaterali” che includessero l’intrattenimento danzato e musicale. Poi, sicuramente, dal momento che tra le diverse Academias c’era rivalità, è verosimile che qualcuno, desideroso di voler denigrare una determinata Academia, l’abbia screditata etichettandola come un bordello. El tango - copertina libroSempre García Blaya, basandosi su un libro molto importante di Hugo Lamas e Enrique Binda intitolato El tango en la sociedad porteña 1880-1920, fa un’analisi dei diversi livelli di Academias. Ovviamente, tra queste ce n’erano alcune frequentate da persone di rango sociale più elevato: ebbene, il tango conviveva con le altre danze in tutte le Academias. Non si può asserire che il tango fosse più presente nelle Academias popolari rispetto a quelle più nobili. Nel 1870, venne costruito il nuovo porto di Buenos Aires nella parte sud della città e, negli anni successivi, iniziò il notevole sbarco di immigrati; a causa di questo buona parte delle famiglie benestanti si trasferì a nord. Risulta facile immaginare, sia dal punto di vista sanitario, sia da quello dell’ordine pubblico, quanto possa essere stata difficile da gestire per le autorità argentine una massa di persone così elevata. Ma il tango conseguiva sempre un maggior successo perché era “affascinante” come nuovo genere musicale ballato, non perché fosse identitario di un certo ambiente malfamato. Ecco perché le famiglie benestanti del nord della città avranno sì frequentato le Academias d’élite, ma ballavano il tango senza farsi problemi e divertendosi. Così come la presenza del tango nelle sale da ballo non deve mai essere letta in forma esclusiva – poiché il tango conviveva (pur crescendo in termini di successo) con le altre danze – lo stesso discorso può essere fatto per i testi licenziosi che verranno poi adattati al ritmo del tango. El chocloNon c’è libro sul tango che non si soffermi a spiegare bene la corrispondenza anatomica a cui rimanda il titolo de El choclo. In realtà, questi giochi di parole a doppio senso, che vanno a stimolare la fantasia portandola sui lidi dell’eros, sono rintracciabili nei testi delle canzoni e dei ritmi ballabili esistenti già prima della nascita del tango, in Argentina come altrove. Non ci troviamo di fronte ad una caratteristica esclusiva del genere tango. Sempre Hugo Lamas e Enrique Binda riportano come il Teatro Ópera di Buenos Aires, nel 1902, mandò in scena ripetutamente una serie di spettacoli di danza con il tango. Il prezzo del biglietto d’ingresso di quel teatro non era certo alla portata degli operai o degli orilleros cantati da Borges (gli abitanti dei margini della città). Questo consente di smentire molto agevolmente il presunto rifiuto del tango da parte dei vertici della società facoltosa argentina dell’epoca. Aggiungiamo un altro elemento: portiamo la nostra attenzione sullo sviluppo dell’industria discografica. Un grammofono costava tra i centocinquanta e i trecento pesos. Lo stipendio medio mensile si aggirava sui cinquanta-sessanta pesos. Le statistiche disponibili partono dal 1903: tra quella data e il 1910, sono stati prodotti circa mille dischi, di questi trecentocinquanta erano di tango; tra il 1910 e il 1920, vennero prodotti cinquemilacinquecento dischi, oltre la metà dei quali riservati al tango. Le leggi dell’economia – fatta eccezione per i dischi regalati o rubati – ci dicono che tutti quei dischi di tango sono finiti nelle case delle famiglie più danarose. Allora? Quel rettile da “lupanare”…?