La musica, una bussola per la vita

Intervista a Piergiuseppe Maggi

84

Piergiuseppe MaggiPiergiuseppe Maggi è polistrumentista e artigiano. Un musicista eclettico, certamente, che però non perde di vista le proprie radici. Il suo viaggio musicale parte, infatti, dalla Calabria, dove inizia con la fisarmonica ed entra nel gruppo di musica popolare della minoranza arbëreshë, e arriva fino all’Africa, passando per i Balcani.
Parte integrante di questo viaggio sono le numerose collaborazioni con nomi di spicco della musica internazionale che hanno caratterizzato, e continuano a caratterizzare, la sua lunga carriera.
Ringrazio Piergiuseppe Maggi per avermi concesso questa intervista.
Buona lettura.

Quando e come nasce la tua passione per la musica?

La mia passione nasce nel 1985: vedevo alcuni miei compagni di scuola che studiavano la fisarmonica e ne parlai a casa. Mia madre e mio padre, nonostante le grosse difficoltà economiche, mi chiesero se volessi provare anche io e mi portarono dal maestro Lucio Cortese: un insegnante molto rigido, dalla disciplina “tedesca”. Lui notò subito il mio talento, sia nella lettura, sia sullo strumento e, dopo soli cinque mesi, mi fece partecipare al primo concorso interregionale. Arrivai al primo posto nella mia categoria, dove c’erano partecipanti che avevano un anno e mezzo in più di studio rispetto a me. In giuria, tra l’altro, c’era Wolmer Beltrami.
Da lì continuai il mio percorso, con grandi soddisfazioni.

Adesso sei un polistrumentista, ma il tuo vero primo amore, quindi, è stata la fisarmonica? Raccontaci di più del tuo rapporto con questo strumento.

Sì, ho costruito il mio primo strumento sedici anni fa, ma il rapporto che ho con la fisarmonica è diverso da tutti gli altri. Mio padre mi diceva che dovevo essere io a portare la macchina, non il contrario. Valeva lo stesso per la fisarmonica che, ovviamente, non deve essere molto ingombrante e deve essere gestibile: devo sentirla addosso a me come un maglione, altrimenti non riesco a controllarla e domarla come meglio credo.
Adopero il mio attuale strumento da anni e camminiamo bene insieme, potrei dire che mi fido di lei. Chiudo gli occhi e, qualsiasi cosa mi venga accennata, inizio a suonare. Lo faccio a occhi chiusi perché fin da piccolo sono stato obbligato a non guardare la tastiera, e lei non mi tradisce mai, tranne quando non sono in pace con me stesso.
Potrei dire che le sofferenze della mia vita mi hanno dato una marcia in più perché mi sono affidato al suono, come un sordo che cerca di sentire o un cieco che cerca di vedere. Non esiste niente, secondo me, che possa aiutarti come può fare il tuo strumento quando lo abbracci e navighi con la testa lontano, senza sapere dove arrivi. Ogni brano, anche se lo dovessi ripetere cento volte, sarà ogni volta diverso. Non riesco a fare sempre le stesse cose, perché devo sperimentare, e lo faccio davanti alla gente, così mi obbligo a concentrarmi per non sbagliare: questa è la mia scuola.
Se penso a ciò che vedo ora in giro, tutte quelle impostazioni, le smorfie, mi viene da ridere. Vedo solo tecnica fredda, l’esecuzione perfetta. Io di tecnica sono stato un malato cronico, ma meglio sbagliare inversione di mantice o una nota e farla tua la musica: fare musica, non fare il musicista, io dico.
La fisarmonica, con me, è diventata amorevole da quando ho conosciuto altri generi musicali che mi hanno obbligato a “violentarla” di più.
Non nego che amo i cartoni degli anni Ottanta e li replico quasi tutti: ricordo ancora il cartone di Tom&Jerry quando eseguivano la Rapsodia di Franz Liszt e Il pipistrello di Johann Strauss. Agli esami portai proprio questi pezzi per pianoforte, uno dei quali lo trascrissi a mano con matita e gomma, ascoltandolo centinaia di volte in televisione dopo averlo registrato su cassetta. Ho praticamente distrutto lo stereo a mio padre.

A proposito della varietà di strumenti che suoni, sei anche un artigiano. C’è uno strumento in particolare che ti dà più soddisfazione in questo senso?

Credo sia la lira calabrese, che ho perfezionato negli anni sia nell’estetica, sia nel suono. Sperimento con disegni a fuoco e ne ho costruita una a cinque corde, mentre, in origine, nasce con tre.
Ho voluto costruire un po’ di tutto, strumenti che, ovviamente, suono: organetto, chitarra battente, mandolino, mandola, ghironda medievale, percussioni particolari, fiati.
Vorrei fare sempre qualcosa di nuovo: toccare il legno grezzo, sentirne il profumo, le venature e la resistenza sotto gli attrezzi crea un legame fisico immediato con la materia. Ci vuole tempo, anche se io purtroppo non ho pazienza, e questo un po’ mi innervosisce.
Mentre assembli le fasce, il fondo o la tavola armonica, ti chiedi continuamente quale sarà la voce segreta di quell’oggetto. Il brivido del primo suono, il momento in cui si montano le corde e si dà il primo colpo è un’ emozione indescrivibile: è la sensazione di aver dato vita a qualcosa, di aver trasformato un pezzo d’albero in un’anima vibrante, l’orgoglio della simbiosi.
Suonare uno strumento creato con le proprie mani regala una gratificazione assoluta, perché diventa un’estensione diretta del proprio corpo e della propria sensibilità espressiva.

Tra l’altro sei stato protagonista, insieme a Gerardo Vespucci, della mostra-concerto sugli strumenti della tradizione calabrese. Quanto, e cosa, ha da raccontare la musica di questa terra?

La musica popolare in Calabria non è semplice intrattenimento, ma un archivio sonoro e una memoria storica collettiva che racconta le radici profonde e l’anima della regione. Nata e tramandata oralmente nelle comunità contadine e pastorali, questa tradizione esprime il vissuto quotidiano attraverso canti, balli e strumenti ancestrali.
Questi canti e suoni narrano storie specifiche del territorio calabrese, legate soprattutto al lavoro e alla fatica: scandivano i ritmi del lavoro nei campi, la mietitura, la vendemmia e la pesca, diventando uno sfogo per la fatica quotidiana. Un altro tema ricorrente, e doloroso, è l’emigrazione. Molti brani raccontano il distacco dalla propria terra, il dolore dell’addio e la speranza di una vita migliore vissuta altrove. O, ancora, l’amore e la ribellione: le serenate raccontano l’amore cortese e passionale, mentre altri brani narrano le vicende di briganti, figure spesso mitizzate nella cultura popolare come ribelli contro l’ingiustizia.
Il fenomeno della tarantella, poi, non è solo un ballo, ma un rituale terapeutico e liberatorio, un tempo associato al morso simbolico del ragno (il tarantismo), che serviva a esorcizzare il dolore e le ansie della comunità.
Il suono unico della Calabria è affidato a strumenti forgiati con materiali poveri e naturali, custodi di una sapienza artigiana antica. La lira calabrese è uno strumento a corda, ad arco, considerato il più antico d’Europa, caratteristico dell’area grecanica e della Locride. La zampogna (o ciaramedda) è uno strumento a fiato con l’otre fatto di pelle di capra o pecora, simbolo per eccellenza della tradizione pastorale e spesso accompagnato dall’organetto e dalla ciaramella. Il cupa cupa (o tummaru) è un rudimentale tamburo a frizione in cui una canna sfrega su una membrana animale, producendo un suono cupo e ipnotico. Il tamburello è usato per scandire i ritmi incalzanti della travolgente tarantella calabrese.
La musica popolare calabrese è una tradizione viva e in continua evoluzione. Mentre storici, cantastorie e io portiamo le cronache e l’ironia popolare in tutta Italia, oggi il genere vive una seconda giovinezza. Artisti moderni hanno rielaborato gli antichi canti, unendo le sonorità acustiche tradizionali a influenze rock, folk e world music. Anche se, ultimamente, questi canti si stanno deformando per colpa dei DJ che li stanno elettrificando con basi digitali, lasciando sempre più spazio al solo groove, a discapito del contenuto, per fare saltare il più possibile la gente.

Piergiuseppe MaggiNel tuo repertorio spazi da brani inediti, a brani della musica classica, passando per la tradizione calabrese e balcanica. Qual è il processo che ti ha portato a questo eclettismo musicale? Come riesci a coniugare diversi stili nella figura di un unico musicista?

Quando ho finito gli studi ero preso dal fare mille cose, avevo persino abbandonato la musica per lavorare. In dieci anni ho fatto di tutto e di più: dal pasticcere, al rosticcere, al cuoco, pizzaiolo, falegname e così via. Fatto sta che parlavo sempre di musica, anche se non credevo che potessi viverci. In ogni caso, successivamente, lasciai il lavoro e ripresi il mio percorso, inizialmente, come musicante, giullare e attore teatrale, e così ho fatto per quasi diciotto anni.
Conobbi un tour operator che portava turisti americani a visitare la Calabria, Sergio Zanardi, che credette nel mio talento e mi chiamò spesso a suonare per i gruppi di turisti. In una di quelle occasioni, conobbi Gerardo Vespucci, cantastorie, storico, anarchico e libertario, che mi inculcò molte regole, anche nelle cose semplici. Nel frattempo, ero anche entrato nel gruppo popolare arbëreshë con Rocco Marco Moccia, un cantastorie della lingua delle minoranze: anche egli fu importante per la mia crescita musicale complessiva.
All’inizio, non riuscivo minimamente a suonare con altri poiché non davo spazio alle dinamiche musicali e suonavo a ripetizione il virtuosismo più difficile che potessi fare. Poi ho dovuto imparare ad ascoltarli e, grazie a Dio, erano quasi tutti veri musicisti provenienti dal conservatorio, tranne qualcuno amatoriale. Erano violinisti, bassisti, chitarristi che suonavano nel gruppo in attesa di tempi migliori.
Vorrei specificare che io la musica popolare la odiavo, perché non la conoscevo per quello che era: ero convinto che fosse il folk folkloristico, di tre accordi, ripetitivo, snervante e declassante per gli studi che avevo fatto. Ma con veri musicisti, anche le cose semplici venivano arrangiate con accordi complessi.
Da lì a poco mio fratello Marco (che io chiamo Marcolino e che ringrazierò sempre per il supporto), data la sua curiosità nello scoprire nuove cose, grazie anche al suo lavoro di animatore 3D di cartoni e film, mi fece ascoltare musiche giapponesi, balcaniche, irlandesi e medievali, che fungevano da sottofondo per video animati. Io mi innamorai subito di quei ritmi che da lì a poco iniziai ad ascoltare con insistenza per farli entrare nel mio io interiore.
Mi sentivo libero con quella musica zingara e creai il duo Mr. Balkanic con il percussionista Giuseppe Longo ai tamburi a cornice e voce. Io lo definisco “mototrebbia”, sia per l’energia che mette in quello che fa, sia come cantante e personaggio: le sue mani sono una batteria meccanica.
Giuseppe accentua ancora di più la mia pazzia musicale: se io sono a 120, con lui arriviamo a 300. Abbiamo suonato solo in due all’Oktoberfest, ma sembrava che fossimo in cinque.
Conobbi anche un grande chitarrista jazz, Mario Pietramala, che ogni tanto dava delucidazioni a maestri già affermati del conservatorio per quanto riguardava l’armonia. Io lo ascoltavo con grande interesse e impotenza, e lui, passo dopo passo, mi spiegava tramite il linguaggio musicale. Mi diceva che dovevo parlare musicalmente, non a casaccio. Da lì mi sono riportato a casa quella lezione, trovando escamotage veloci sulla fisarmonica, specie sui bassi, che mi affascinano più di qualunque cosa al mondo. Uso i bassi come se fossero una seconda tastiera: mi fanno fare qualsiasi cosa io possa immaginare, sono una sorta di miracolo della fisarmonica.
Gli altri strumenti mi hanno dato il resto per la loro struttura armonica già preimpostata, arricchendo l’orecchio, anche grazie al loro colore.
Negli ultimi cinque anni ho suonato, poi, con musicisti africani dal Senegal e dal Mali, facendo musica rag e rumba, musica congolese, danze poliritmiche, ma anche musica grecanica albanese, capitanati dall’eclettico Emilio Spataro. Ho suonato anche come turnista per artisti come Tonino Carotone, Baba Sissoko e così via.

Ci sono nuovi progetti in arrivo?

Sì, ho iniziato un progetto con la violinista Sofia Joons. Lei suona uno strumento tradizionale che è la talharpa: una lira a quattro corde, un po’ diversa da quella calabrese nella tecnica. Ci esibiremo a ottobre a Bruxelles. A settembre, invece, rinfrescherò le armonie del mio nuovo repertorio con il gruppo, rendendolo più country e più irlandese, con i vari testi che ho scritto già da tempo. A gennaio, poi, ho un progetto in Norvegia, a teatro, con la ghironda medievale.
Sono tornato poco fa da New York dove ho suonato con la grande violinista Sarah the Fiddler e spero di tornarci il prossimo anno.
Inoltre, dopo essere stato in vari film, anche importanti, come Sandokan (girato anche in Calabria), Il Vangelo di Giuda e Francesco di Paola – La ricerca della verità come figurazione speciale e con qualche piccola parte, ho scritto un mio film e spero di poterlo girare il prima possibile con qualche produzione con cui sono in contatto.

Lasciaci un messaggio per i lettori, se ti va.

Ai giovani direi che la musica non è solo intrattenimento o esibizione, ma una vera e propria bussola per la vita. È un linguaggio universale che permette di scoprire chi siamo e di connetterci profondamente con gli altri.
Ecco, i concetti chiave che vorrei trasmettere alle nuove generazioni sono: abbracciate la curiosità, non limitatevi a un solo genere musicale, esplorate la classica, il folklore, le tradizioni lontane e le novità tecnologiche. Ogni stile è una ricchezza.
Accettate la disciplina: lo studio e la pratica quotidiana non sono limiti alla libertà, al contrario, sono gli strumenti che vi permetteranno di esprimere davvero ciò che avete dentro.
Custodite le vostre radici: Guardate al futuro e alla modernità, ma senza mai dimenticare da dove venite. La vostra storia e il vostro territorio sono ciò che vi rende unici.
Cercate l’autenticità: in un mondo pieno di algoritmi e suoni standardizzati, l’unica cosa che fa davvero la differenza è la vostra identità emotiva. Suonate ciò che sentite, non ciò che conviene. Condividete e collaborate: la musica dà il meglio di sé quando unisce le persone. Suonare insieme abbatte i pregiudizi, insegna l’ascolto reciproco e crea legami indistruttibili.
Ai giovani, che oggi cercano la propria strada nella musica o nella vita, vorrei dire questo: voi siete come quel legno grezzo che io ogni tanto lavoro. Siete pieni di musica potenziale, ma per trovare la vostra voce unica dovete accettare il lavoro artigianale su voi stessi. Poi, non tutti nascono Ferrari solo per correre, si può nascere anche Panda per godersi il panorama.
Inoltre, dovete mettervi in gioco sempre, in prima persona. Non esiste un unico modo di vivere, ma ognuno deve trovarne uno nel rispetto dell’altro, perché il bene torna sempre; non si sa quando, ma torna.

 

FACEBOOK

YOUTUBE