Maurizio Minardi: un’insaziabile sete di curiosità per crescere artisticamente

34

Maurizio MinardiFisarmonicista, pianista e compositore profondamente colto, particolarmente eclettico, in possesso di un ricchissimo background artistico, Maurizio Minardi è un musicista capace di coniugare sapientemente, attraverso il suo peculiare playing e i suoi interessanti brani originali, contemporary jazz dalle estasianti colorazioni nordiche e mediterranee, world music e musica eurocolta. Con queste quattro chiacchiere racconta i momenti salienti delle sue esperienze artistiche.

Sei fisarmonicista e pianista. Con quale strumento, tra fisarmonica e pianoforte, senti di esprimerti meglio artisticamente?

I due strumenti sono completamente diversi, anche se la comune presenza della tastiera potrebbe far pensare ai profani che siano simili. Quando compongo per fisarmonica tengo conto delle peculiarità dello strumento, ovvero la possibilità di sostenere le singole note come se fossero la voce umana, grazie all’uso del mantice. Inoltre, sono molto influenzato dalla letteratura fisarmonicistica che va dal tango alla musica popolare, da quella circense al gypsy jazz. Invece, quando compongo al pianoforte, sfrutto la caratteristica del suo suono cristallino, netto e tagliente, oltre alla possibilità di usare il pedale di risonanza per creare atmosfere sospese ed eteree. In questo ambito mi viene naturale essere a bordo del jazz, della tradizione colta e del minimalismo. La mia vocazione nell’utilizzare nella mia scrittura compositiva sia linguaggi colti che popolari rende indispensabile l’uso di entrambi gli strumenti.

Ti sei dedicato anche allo studio dell’organo e della composizione organistica. Quali sono le caratteristiche principali di questo strumento che ti affascinano di più?

L’organo, analogamente alla fisarmonica, ha la possibilità di sostenere le note grazie alla presenza del mantice, caratteristica che rende i due strumenti molto vicini. Per il resto sono molto diversi, se consideriamo anche i contesti storici e culturali in cui si sono sviluppati. Buona parte del repertorio organistico da concerto è incentrato sulla musica barocca e rinascimentale, periodo musicale che ha sempre esercitato un grande fascino durante il mio apprendistato. Inoltre, essendo l’organo ubicato nella quasi totalità dei casi nelle chiese, il suono si arricchisce di connotazioni spirituali e ascetiche. Se a questo aggiungiamo la maestosità e la potenza del suo suono, nonché la possibilità di cambiare i vari timbri, allora la definizione di “Re Degli Strumenti” non è poi così sbagliata. Successivamente al diploma in organo e in pianoforte decisi di approfondire lo studio del jazz, della world music e della musica elettronica, ragion per cui la mancanza di tempo non mi ha permesso di perfezionare e continuare la carriera organistica. La fisarmonica rappresenta pertanto, per me, quasi una sua naturale continuazione, sebbene in chiave popolare o jazz.

Durante il tuo percorso di crescita musicale hai frequentato diversi workshop di jazz diretti da alcuni straordinari musicisti come Barry Harris, Enrico Rava, Paolo Fresu, Danilo Rea, Tino Tracanna, Simone Zanchini, Antonio Marangolo e tanti altri ancora. Quali sono i consigli carpiti da questi giganti che ti sono serviti di più per lo sviluppo della tua carriera?

Ho iniziato ad avvicinarmi al jazz quando ancora non erano stati istituiti i corsi in conservatorio. Per cui l’unico modo per apprendere, oltre che dall’ascolto dei dischi, era quello di frequentare workshop con i più importanti musicisti jazz della scena nazionale e internazionale. Ognuno degli artisti citati nella domanda incentra il workshop su alcuni aspetti dell’improvvisazione jazzistica. I migliori consigli che ho cercato di mettere in pratica sono: respirare fra le varie frasi, utilizzare al minino i pattern e sviluppare il senso melodico, evitare lo sfoggio della tecnica e saper aspettare il momento giusto per iniziare una frase. Ma anche avere una pronuncia chiara e definita, calibrare al meglio le improvvisazioni, arricchire le possibilità armoniche e ritmiche e ascoltare interagendo il più possibile con gli altri musicisti.

Annoveri svariate e prestigiose collaborazioni anche in ambito pop, con artisti, su tutti, del calibro di Gianni Morandi. Come sono nate queste opportunità lavorative?

Contemporaneamente alla musica classica e al jazz ho sempre fatto continue escursioni nell’ambito del pop rock. Avevo 10 anni, quando formai la mia prima band che si chiamava Epoca 2000, gruppo con il quale si suonava quasi esclusivamente musica originale. Dopo di ciò, quando mi trasferii a Bologna per completare i miei studi in conservatorio e al DAMS, non vi era migliore occasione che quella di cercare di mettersi in contatto con il meglio della musica pop italiana di quel periodo. Bologna non era sola la città dove vivevano Lucio Dalla, Luca Carboni, Gianni Morandi, Biagio Antonacci, Ron, Samuele Bersani, Francesco Guccini, gli Stadio, Vasco Rossi, ma lì ci abitavano  anche i produttori di quasi tutta la discografia pop italiana, come Celso Valli, Guido Elmi, Mauro Malavasi, Beppe D’Onghia e Fio Zanotti, oltre alla presenza del mitico studio di registrazione Fonoprint. Bologna era inoltre un continuo laboratorio di tendenze giovanili che fiorivano intorno ai centri occupati come il Link, il Livello 57, Il Sottotetto, Il Teatro Occupato, Scandellara Rock e i numerosi jazz club. Avevo iniziato a scrivere canzoni per Franz Campi e l’intraprendenza non mancava. Un giorno, insieme al violoncellista Enrico Guerzoni, decidemmo di fare un’incursione all’interno dello studio di Malavasi, dove in quel periodo stava incidendo il disco “Morandi Morandi”. Fummo fortunati, perché essendo in pausa, accettarono volentieri di ascoltare un paio delle nostre canzoni, fra cui Banane E Lampone di cui ho composto la musica. La canzone piacque così tanto che decisero di inciderla il giorno dopo. Successivamente, oltre all’album di Franz e alla partecipazione a Sanremo, ho pubblicato un album a mio nome e scritto una canzone per il disco d’esordio di Barbara Cola. L’ultima mia incursione nel mondo della musica pop risale agli anni in cui ho vissuto a Londra, dove ho incontrato un’artista australiana talentuosa e originale: Dott Reed. Per lei ho scritto un EP, di cui Honestly, che fu lanciata anche in Italia nel 2011.

Maurizio MinardiLa nota etichetta discografica RAI Trade ha prodotto un tuo disco intitolato Tangology. Un CD che contiene tue composizioni originali. Puoi descrivere la genesi e il mood di questo album?

Da ragazzino avevo preso familiarità con la musica di Astor Piazzolla, grazie al mio primo insegnante che mi fece ascoltare i brani del fisarmonicista argentino molto prima che divenisse famoso in tutto il mondo. Più tardi, a Bologna, dopo i miei studi in conservatorio, creai un gruppo di tango jazz che si chiamava Quartetto Magritte, con il quale incisi tre album acustici e un disco in cui, forse un po’ troppo timidamente, aggiunsi alla musica acustica suoni sintetizzati e campionati. Tutto questo molto prima che uscissero i Gotan Project. Però, decisi di non pubblicare questo CD, in quanto ritenni che non fosse ben riuscito soprattutto per la parte elettronica, non perfettamente sviluppata anche a causa della tecnologia, che in quel periodo era troppo costosa. Poi, quando acquisii dimestichezza con i vari software e le librerie orchestrali disponibili sul computer, ritentai l’avventura con più convinzione, arricchendo i brani anche con sezioni orchestrali, oltre che con l’uso sofisticato del campionamento e dei synth. I brani, ai quali avevo lavorato per quasi tre anni, piacquero a RAI Trade, tanto che decisero di raccoglierli in un album e di utilizzare le mie composizioni per svariati programmi RAI.

Esiste una fonte di ispirazione specifica che illumina il tuo acume compositivo?

La curiosità, forse. Ascolto continuamente musica dai generi più svariati. Mi appassiona studiare nuove tecniche strumentali, nuovi linguaggi e subisco l’influenza dei luoghi in cui ho vissuto (Calabria, Bologna, Londra e Parigi).

Qual è il marchio di fisarmonica che prediligi sia in studio di registrazione che dal vivo?

In Italia abbiamo la fortuna di avere un distretto di alto artigianato per quanto riguarda la costruzione di fisarmoniche, come quello di Castelfidardo. Dopo aver suonato la Victoria, mi sono innamorato recentemente della Beltuna, che ha costruito per me una fisarmonica adatta alle mie esigenze stilistiche.

Dal 2008 al 2016 hai vissuto a Londra. Qual è stato il fattore scatenante che ti ha portato a trasferirti in Inghilterra?

Dopo venticinque anni vissuti felicemente a Bologna sentivo la necessità di arricchire le mie esperienze artistiche in una città internazionale. L’industria musicale inglese è fra le più importanti al mondo. Musicisti provenienti da tutto il globo vivono e lavorano nella capitale inglese. Ero anche attratto dal fatto che i musicisti inglesi suonassero indifferentemente diversi generi, dal pop alla musica classica, dal folk al jazz, senza preconcetti o snobismi, come purtroppo accade in Italia. A questo bisognerebbe aggiungere l’assenza di burocrazia e di oneri sia per gli artisti che per chi organizza i concerti. Così, ne deriva un risparmio di tempo, di energie e di risorse finanziarie da impiegare in nuove produzioni e progetti artistici. A Londra i musicisti sono molto più propositivi che in Italia, dove tra la mancanza di luoghi per la musica dal vivo, oneri fiscali e contributivi al limite del paradossale, l’entusiasmo per la professione è spesso messo in secondo piano.

Dalla fine del 2016, invece, vivi a Parigi, una tra le mete mondiali più conformi a un’attività concertistica gratificante sotto tutti gli aspetti. Come mai hai deciso di lasciare Londra per andare a vivere in Francia?

In Inghilterra ci sono pochi fondi governativi per sostenere alcuni generi, tra cui il jazz e la musica improvvisata in generale, ambiti a cui ultimamente dedico tutte le mie energie. Questi settori si sostengono solo grazie alla vendita di biglietti, pertanto è molto difficile vivere solamente di concerti in questo ambito, anche con una carriera già avviata. Questo fa il paio con un costo della vita mostruosamente alto che riduce l’accantonamento di fondi da dedicare alle proprie produzioni. Per non parlare del network di fisarmonica, che si sviluppa esclusivamente nel folk e non nella musica improvvisata. Sentivo ancora una volta il bisogno di confrontarmi con una realtà diversa, attratto anche dalla fama di una città piena di talenti e di correnti artistiche più vicine alla mia scrittura musicale.

Hai in mente di realizzare un nuovo progetto discografico?

Certamente! Non vedo l’ora di realizzarlo.

————————————————————————————

 

Maurizio Minardi: an insatiable thirst for curiosity to grow artistically

 

Maurizio MinardiMaurizio Minardi is a musician able to combine wisely through his peculiar play and his interesting original pieces, contemporary jazz from the endless Nordic and Mediterranean colours, a world-renowned accordionist, pianist and composer, particularly eclectic, with a rich artistic background. During our meeting he talks the main moments of his artistic experiences.

You are an accordionist and pianist. With which instrument, between accordion and piano, do you feel better artistic expression?

The two instruments are completely different, although the common presence of the keyboard might make it possible to think about the peers who are similar. When I compose for accordion I take into account the peculiarities of the instrument, that is, the ability to support individual notes as if they were the human voice, thanks to the use of the bellows. Also, I’m very influenced by accordion literature ranging from tango to popular music, from circus to gypsy jazz. Instead, when I compose on the piano, I use its characteristics: crystal, clear and sharp sound and the ability of the resonant pedal to create suspended and ethereal atmospheres, typically of the jazz music, tradition and minimalism. My vocation in using compositional writing in both cultured and popular languages ​​makes the use of both instruments indispensable.

You have also dedicated yourself to the study of organ and organ composition. What are the main features of this instrument that fascinate you most?

The organ, like the accordion, has the ability to support the notes thanks to the presence of the bellows, which makes the two instruments very close. For the rest, they are very different, if we consider the historical and cultural contexts in which they have developed. Much of the concert organist repertoire focuses on baroque and Renaissance music, a musical period that has always been a great charm during my apprenticeship. Moreover, being the organ in almost all cases in churches, the sound is enriched with spiritual and ascetic connotations. If we add to this the majesty and power of its sound, as well as the ability to change the various stamps, then the definition of “King of Instruments” is not so wrong. After graduating in organ and piano I decided to deepen the study of jazz, world music and electronic music, so the lack of time did not allow me to perfect and continue the career of the organist. The accordion is therefore, for me, almost a natural continuation, althought in popularity or jazz.

During your musical growth career you have attended several jazz masterclasses directed by some extraordinary musicians such as Barry Harris, Enrico Rava, Paolo Fresu, Danilo Rea, Tino Tracanna, Simone Zanchini, Antonio Marangolo and many more. What are the tips “stolen”to these giants that have served you more for the development of your career?

I started approaching jazz when conservatory classes had not yet been set up. So the only way to learn, aside from listening to the cd, was to attend workshops with the most important national and international jazz musicians. Each of the artists mentioned in the question focuses on some aspects of jazz improvisation. The best advice I have tried to put into practice is to breathe between the various phrases, to use the minimum patterns and develop the melodic sense, to avoid the display of the technique and to wait for the right time to start a sentence. But also have a clear and definite pronunciation, better calibrate improvisations, enrich harmonic and rhythmic possibilities, and listen to interacting as much as possible with other musicians.

You can number various and prestigious collaborations also in the field of pop music, with artists likes of Gianni Morandi. How did these job opportunities come from?

At the same time as classical music and jazz I have always made continuous excursions in the field of pop rock music. I was 10 years old when I formed my first band called Epoca 2000, a band with almost exclusively original music. After that, when I moved to Bologna to complete my conservatory and DAMS studies, there was no better chance than trying to get in touch with the best of pop Italian music of that time. Bologna was not only the town where Lucio Dalla, Luca Carboni, Gianni Morandi, Biagio Antonacci, Ron, Samuele Bersani, Francesco Guccini, Stadio and Vasco Rossi lived, but there were also the publishers of almost all pop Italian discography like Celso Valli, Guido Elmi, Mauro Malavasi, Beppe D’Ongia and Fio Zanotti, as well as the legendary Fonoprint recording studio. Bologna was also a continuous youth lab that flourished around busy centers such as the Link, Il Livello 57, Il Sottotetto, Il Teatro Occupato, Scandellara Rock and the many jazz clubs. I had started writing songs for Franz Campi and the pursuit did not fail. One day, together with cellist Enrico Guerzoni, we decided to make an excursion inside the studio of Malavasi, where at that time was affecting the record “Morandi Morandi”. We were lucky because, being paused, they willingly agreed to listen to a couple of our songs, including Banana and Raspberry, of which I composed music. The song liked so much that they decided to do it the next day. Next, in addition to Franz’s album and participation in Sanremo, I published an album in my name and wrote a song for Barbara Cola’s debut album. My last raid in the world of pop music dates back to the years I lived in London where I met a talented and original Australian artist, Dott Reed. For her I wrote an EP, Honestly, which was also launched in Italy in 2011.

Maurizio MinardiThe record label RAI Trade has produced your cd Tangology. A CD that contains your original compositions. Can you describe the genesis and mood of this album?

As a kid I was familiar with the music of Astor Piazzolla, thanks to my first teacher who made me listen to the tunes of the Argentinian accordion long before he became famous all over the world. Later, in Bologna, after my conservatory studies, I created a band of jazz tango called Quartetto Magritte, with whom I recorded three acoustic albums and a record in which, perhaps a little too timidly, I added sounds to acoustic music Synthesized and championed. All this long before the Gotan Project came out. However, I decided not to publish this CD as it felt that it was not particularly successful for the electronic part, which was not perfectly developed even because of the technology that was too expensive at that time. Then, when I got acquainted with the various software and orchestral libraries available on the computer, I rehearsed the adventure with more conviction, enriching the songs with orchestral sections as well as sophisticated sampling and synths. The songs I had worked for almost three years, liked RAI Trade, so much that they decided to collect them in an album and use my compositions for several RAI programs.

Is there a source of specific inspiration that illuminates your compositional acumen?

Curiosity, maybe. I constantly listen to music from the most varied genres. I’m thrilled to study new instrumental techniques, new languages, and experience the influence of the places I’ve lived in (Calabria, Bologna, London and Paris).

What is the accordion brand that prefers both a recording studio and a live recording?

In Italy we are lucky to have a high craftsmanship district with respect to the construction of accordions such as Castelfidardo. After playing Victoria, I recently fell in love with Beltuna, who built for me an accordion adapted to my stylistic needs.

From 2008 to 2016 you lived in London. What was the triggering factor that led you to move to England?

After twenty-five years of happily happening in Bologna I felt the need to enrich my artistic experiences in an international city. The English music industry is among the most important in the world. Musicians from around the globe live and work in the UK capital. I was also attracted to the fact that British musicians played indifferently different genres, from pop to classical music, from folk to jazz, without  preconceptions or snobbishness, as unfortunately happens in Italy. This should add to the lack of bureaucracy and burdens for both artists and those who organize concerts. Thus, it results in savings of time, energy and financial resources to be used in new productions and art projects. In London, musicians are far more proactive than in Italy, where, among the lack of live music venues, tax burdens and contributors to the limit of the paradoxical, enthusiasm for the profession is often put in the background.

Since the end of 2016, however, you live in Paris, one of the worlds most conforming to a rewarding concert activity in all respects. How did you decide to leave London to live in France?

In England, there are few government funds to support some genres, including jazz and improvised music in general, which I am devoting to all my energies. These areas are only supported by the sale of tickets, so it is very difficult to live only concerts in this field, even with a career already started. This makes the couple with a monstrously high cost of living that reduces the funding for dedicating their productions. Not to mention the accordion network, which develops exclusively in folk and not in improvised music. I once again felt the need to confront me with a different reality, also attracted by the fame of a city full of talents and artistic currents closer to my musical writing.

Do you plan to make a new record project?

Of course! I can not wait to realize it.