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Giampaolo Vicerè: la valorizzazione del multiculturalismo musicale

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Giampaolo VicerèCostantemente alla ricerca di nuovi stimoli musicali, mosso da un’insaziabile sete di curiosità, Giampaolo Vicerè è un fisarmonicista eclettico, follemente innamorato della world music. Il musicista campano traccia un percorso della sua vita, sin dai primi passi.

Hai approcciato alla musica tramite il gioco, creando una batteria con secchi di pittura, pentole e altri materiali di fortuna. Da quel momento hai capito che fare il musicista sarebbe diventato un vero e proprio mestiere?

In realtà no. Era solo un divertimento, un modo per trascorrere il tempo felicemente. Seguivo semplicemente il mio istinto, ispirato forse da musicisti visti in TV o durante i concerti a cui assistevo accompagnato dai miei genitori.

La tua famiglia, nello specifico tuo padre, ha ricoperto un ruolo fondamentale nel tuo percorso di crescita musicale. Soprattutto grazie all’ascolto, dei dischi, di grandi musicisti classici e importanti artisti di musica leggera italiana. Questo background ti ha realmente aiutato nel prosieguo della tua carriera?

È stato il mio primo approccio alla realtà dei suoni, della musica. Certamente è stato di grande aiuto nell’educarmi a suonare. Però, la cosa strana è che i miei genitori, che ringrazio per questo, non mi hanno mai obbligato  o spinto a imparare uno strumento. Questa mia propensione verso la musica l’ho scoperta da me, in maniera del tutto naturale e spontanea. E  sempre allo stesso modo ho cercato di coltivarla secondo le mie passioni e i miei istinti.

All’età di 14 anni hai iniziato a suonare la chitarra. Prima da solo e poi in compagnia degli amici. Questo strumento è ancora parte integrante della tua vita artistica?

La chitarra, seppur sia stato uno dei miei primi strumenti, oggi la suono raramente. Capita di imbracciarla durante momenti informali e di festa, oppure durante i workshop di musica d’insieme per bambini che conduco nella scuola civica “Alma d’Arte” di Sant’Angelo a Cupolo.

Hai una concezione della musica molto profonda. La consideri un’arte dallo spirito aggregante, che ti consente di socializzare con il prossimo e di perlustrare vecchi territori, nonché di sognare nuovi scenari. Come esprimi esattamente questa tua sensibilità?

Questa sensibilità la esprimo semplicemente preferendo progetti musicali in cui l’incontro con altri musicisti è parte fondante degli stessi progetti. Non riesco a immaginare, e nemmeno mi trovo a mio agio, a esibirmi da solo. Inoltre, sono sempre alla ricerca di nuovi stimoli e nuova musica. Oggi abbiamo la fortuna di poterla trovare più facilmente, grazie alla rete. Per me i lavori più importanti sono quelli in cui vi è una grande attenzione nel fare musica d’insieme, collettivamente, coniugata ad aspetti tipici di musiche provenienti da determinate zone del mondo. Ad esempio, in questo momento, mi sto appassionando molto all’afro-beat di Fela Kuti e al nuovo sound dei brasiliani Bixiga 70, scoperti grazie all’Ariano Folk Festival. Ecco, loro fanno musica con un numero minimo di elementi che spazia dagli otto a salire, rimanendo sempre radicati nel tipico sound africano combinato a quel funk di matrice americana o comunque occidentale.

Giampaolo VicerèGrazie a questa nobile visione è nata una viscerale passione, appunto, proprio per le musiche popolari del mondo, partendo da quelle della Campania. In che modo hai coltivato questo amore per la world music?

Facendo ricerca, anche se a volte non riesco ad andare in profondità come vorrei, poiché rapito da altre culture. Tuttavia cerco sempre di seguire l’istinto e le sensazione che mi suscita un artista o una musica. Nel mio trascorso musicale, vuoi o non vuoi, le musiche e i veri artisti sono sempre stati coloro che proponevano qualcosa di autentico, che nasceva dal desiderio di esprimersi, di affermare la propria presenza nel mondo, concretizzandola attraverso i suoni del luogo da cui provenivano. In più, oggi, gli esperimenti di melting pot musicale, partendo da una base culturale forte, stanno nutrendo il mio interesse.

Dopo aver cominciato con la chitarra, ti sei cimentato con il basso e con le percussioni africane. Successivamente, il colpo di fulmine con la fisarmonica, strumento particolarmente affascinante che continui a esplorare costantemente. Qual è stato il fattore scatenante che ti ha indirizzato verso questa scelta?

La fisarmonica è arrivata tardi e nemmeno per mia scelta diretta. Avevo avuto un contatto ravvicinato con essa all’età di 10 anni, tempo in cui a suonarla era il mio vicino di casa, per giunta mio coetaneo. La vedevo dura, quasi un miraggio e non riuscivo a capire come fosse possibile suonarla, soprattutto per la mano sinistra, senza avere la possibilità di guardare le dita che pigiavano i tasti. Quindi, non avevo nessuna velleità per questo strumento. A 23 anni, dal mio carissimo amico Gennaro (che ringrazierò a vita), mi fu proposto di accompagnarlo, durante il periodo natalizio dal 16 al 24 dicembre, nell’esecuzione della novena di Natale,  in alcuni paesi della zona in cui vivo. Normalmente la novena natalizia è eseguita dai zampognari, precisamente suonando zampogna e ciaramella, ma storicamente, da noi, essendo luoghi poco deputati appunto alla zampogna, bensì più votati alla fisarmonica, tale tradizione ha sempre visto protagonista un duo formato da fisarmonica e ciaramella. Così, comprai a Napoli la mia prima fisa a dodici bassi e dopo una settimana ero per strada davanti alle abitazioni a suonare con Gennaro per la novena di Natale, per nove giorni, non meno di dieci ore al giorno. Un’esperienza fantastica che vivo ancora oggi, ma suonando la zampogna.

Dopo aver intrapreso, da autodidatta, lo studio della fisarmonica, ti sei interessato alla musica tradizionale, francese, per poi spostare l’attenzione su quella balcanica, ricca di metriche dispari e su generi appartenenti all’area orientale. Qual è la caratteristica di questo maliardo mélange che ti colpisce maggiormente?

La maggior parte di noi, al di qua dell’Adriatico, definisce la musica dell’Est come balcanica. Ma essa ha un patrimonio e delle particolarità numerosissime. Anzitutto mi ha affascinato questo immenso retaggio di musiche tradizionali che parte dall’Ucraina e termina in Turchia. In più, ciò che ha da sempre catturato la mia attenzione verso questi generi è la loro caratteristica naturale di rappresentare l’allegria, la felicità, l’amore per la vita, la leggerezza. Mi sono appassionato a questo stilema soprattutto grazie all’ascolto di questi andamenti spensierati, ma nello stesso tempo con un significato ben preciso alla base, così come ascoltando le bande di fiati balcanici. Successivamente ho cercato di eseguire questa musica.

In seguito alla frequentazione di un workshop di musica d’insieme a Berlino hai imparato a mescolare differenti strumenti e melodie appartenenti alla tradizione, specialmente a quella dell’Europa dell’Est. In cosa consiste specificamente questo intrigante sincretismo stilistico?

Quattro anni fa, per caso, scoprii questa formazione tedesca, esattamente berlinese: i 17 Hippies. Loro, caso quasi più unico che raro, ogni anno offrono le loro competenze e passioni musicali per due giorni di workshop, finalizzati a eseguire brani da loro composti e arrangiati appartenenti alle tradizioni musicali di tutta la Terra, dal Sud America alla Spagna, dall’Irlanda all’Italia, dall’Ucraina alla Grecia. Proprio grazie alla partecipazione di uno di questi workshop mi si è aperto un mondo verso una modalità di praticare musica che rispondesse pienamente ai miei bisogni e alle mie passioni di allora e di oggi.

Giampaolo VicerèSei membro della Banda del Bukò, singolare formazione che si prefigge l’obiettivo di valorizzare l’inclusione sociale attraverso l’arte. Su quale repertorio è incardinata la musica proposta dalla Banda?

La Banda non ha un repertorio ben preciso o comunque di facile classificazione. L’idea iniziale, ad ogni modo, era quella di fare musica d’insieme, partendo da melodie tradizionali di tutto il mondo, un po’ come la formazione tedesca che ho citato prima. Infatti, il primo disco intitolato “Rosmarinus”, prodotto da Riverberi del grande Luca Aquino, rispecchia fedelmente questa classificazione. All’interno, infatti, si trovano rimandi alla musica italiana di Nino Rota. Col tempo, comunque, il repertorio muta, così come le persone che vi partecipano. Dunque, avendo un’idea molto aperta circa la partecipazione al progetto, ma anche al genere di musica da eseguire, risulta difficile riuscire a definire in maniera specifica il repertorio della Banda.

La tua mente è proiettata verso nuovi progetti discografici?

Sì. Attualmente, proprio con la Banda del Bukò, stiamo lavorando a nuove composizioni originali scritte da alcuni giovani elementi della band. L’idea è quella di autoprodurci un disco costituito interamente da brani di nostra penna, che rispecchino un po’ questa personalità multiforme, variegata e variopinta tipicamente legata al gruppo. Credo che sarà un CD molto autobiografico, con qualche punta di ironia e poesia. Se tutto andrà per il verso giusto, lo registreremo ad aprile per poi presentarlo all’inizio della prossima estate.

Autore: Stefano Dentice

Stefano Dentice ha scritto 158 articoli.

Questo post è disponibile anche in: Inglese



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