Herbie Hancock: talento e contraddizioni

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Herbie Hancock - Sanremo 2019 (foto Germinale)Non è facile approcciarsi ad una leggenda vivente come Herbie Hancock.

Sessant’anni di carriera in cui ha travalicato i generi, passando dal jazz moderno alla musica elettronica, lo hanno trasformato in un personaggio che, spesso, oscura e supera il suo lato artistico.
Era molta, dunque, l’attesa da parte del pubblico che, giovedì 31 ottobre, ha gremito la sala del teatro Ariston di Sanremo per la chiusura della rassegna “UnoJazz”, quest’anno spalmata in diversi periodi e locations.
In questo tour europeo Hancock si è avvalso della collaborazione dei fidi Lionel Loueke alla chitarra e James Genus al basso elettrico aggiungendo ad essi le new entry Elena Pinderhughes al flauto e Justin Tyson alla batteria. Nomi già noti nell’ambiente musicale votato all’electro-jazz ed a suggestioni etniche da incorporare nell’alveo della musica nera tradizionale. Loueke rappresenta il chitarrista ideale per Hancock grazie alle radici africane (nato nel Benin e recentemente naturalizzato statunitense), al fraseggio fortemente ritmico, all’uso dell’effettistica ed agli spazi vocali che si ritaglia all’interno delle esibizioni live.
Tyson, batterista del trio di Robert Glasper e del progetto “Now is now”, ed un James Genus, cui i tecnici del suono hanno applicato un volume fastidiosamente alto, hanno supportato le evoluzioni solistiche del gruppo mostrando più i muscoli che il fioretto.

La sorpresa più piacevole è stata la personalità dimostrata da Elena Pinderhughes. La giovane flautista. già apprezzata nei dischi di Christian Scott, ha sfruttato sapientemente gli spazi solistici riservatele dal leader cesellando alcuni dei soli più riusciti della serata.

Herbie Hancock - Sanremo 2019 (foto Germinale)Che dire di Herbie?
Si è diviso tra pianoforte, varie tastiere, vocoder e keytar con la solita classe senza prevaricare i colleghi e, anzi, lasciando loro parecchio spazio prendendo esempio, anche in questo, dal suo grande mentore Miles Davis. E, in fondo, i percorsi dei due musicisti sono assimilabili nel loro passaggio da una musica impegnata a progetti maggiormente fruibili dal grande pubblico. Dopo avere eseguito alcuni brani nuovi Hancock ha regalato ai fans le composizioni che attendevano con ansia. Quindi “Chameleon”, “Actual proof” e l’immancabile “Cantaloupe island” hanno riportato in auge gli anni 70 del progetto “Headhunters” col suo concentrato di suoni elettrici e funk a piene mani.

Il genio di Hancock, dal rivoluzionario secondo quintetto di Miles in avanti, è fuori discussione ma la strada intrapresa negli ultimi decenni parla un linguaggio diverso da quello che molti appassionati, me compreso, auspicherebbero. Però, sulla soglia degli 80 anni, il pianista di Chicago ha energia da vendere ed un notevole senso dello spettacolo. Oltre alla gratificazione per avere aperto le strade battute oggi dai succitati Glasper e compagnia il buon Herbie si gode le standing ovations tributategli dal suo fedele pubblico in giro per il mondo.

Per chi cerca le nuove vie del pianismo jazz contemporaneo è giusto rivolgersi altrove.