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Maurizio Minardi: un’insaziabile sete di curiosità per crescere artisticamente

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Maurizio MinardiFisarmonicista, pianista e compositore profondamente colto, particolarmente eclettico, in possesso di un ricchissimo background artistico, Maurizio Minardi è un musicista capace di coniugare sapientemente, attraverso il suo peculiare playing e i suoi interessanti brani originali, contemporary jazz dalle estasianti colorazioni nordiche e mediterranee, world music e musica eurocolta. Con queste quattro chiacchiere racconta i momenti salienti delle sue esperienze artistiche.

Sei fisarmonicista e pianista. Con quale strumento, tra fisarmonica e pianoforte, senti di esprimerti meglio artisticamente?

I due strumenti sono completamente diversi, anche se la comune presenza della tastiera potrebbe far pensare ai profani che siano simili. Quando compongo per fisarmonica tengo conto delle peculiarità dello strumento, ovvero la possibilità di sostenere le singole note come se fossero la voce umana, grazie all’uso del mantice. Inoltre, sono molto influenzato dalla letteratura fisarmonicistica che va dal tango alla musica popolare, da quella circense al gypsy jazz. Invece, quando compongo al pianoforte, sfrutto la caratteristica del suo suono cristallino, netto e tagliente, oltre alla possibilità di usare il pedale di risonanza per creare atmosfere sospese ed eteree. In questo ambito mi viene naturale essere a bordo del jazz, della tradizione colta e del minimalismo. La mia vocazione nell’utilizzare nella mia scrittura compositiva sia linguaggi colti che popolari rende indispensabile l’uso di entrambi gli strumenti.

Ti sei dedicato anche allo studio dell’organo e della composizione organistica. Quali sono le caratteristiche principali di questo strumento che ti affascinano di più?

L’organo, analogamente alla fisarmonica, ha la possibilità di sostenere le note grazie alla presenza del mantice, caratteristica che rende i due strumenti molto vicini. Per il resto sono molto diversi, se consideriamo anche i contesti storici e culturali in cui si sono sviluppati. Buona parte del repertorio organistico da concerto è incentrato sulla musica barocca e rinascimentale, periodo musicale che ha sempre esercitato un grande fascino durante il mio apprendistato. Inoltre, essendo l’organo ubicato nella quasi totalità dei casi nelle chiese, il suono si arricchisce di connotazioni spirituali e ascetiche. Se a questo aggiungiamo la maestosità e la potenza del suo suono, nonché la possibilità di cambiare i vari timbri, allora la definizione di “Re Degli Strumenti” non è poi così sbagliata. Successivamente al diploma in organo e in pianoforte decisi di approfondire lo studio del jazz, della world music e della musica elettronica, ragion per cui la mancanza di tempo non mi ha permesso di perfezionare e continuare la carriera organistica. La fisarmonica rappresenta pertanto, per me, quasi una sua naturale continuazione, sebbene in chiave popolare o jazz.

Durante il tuo percorso di crescita musicale hai frequentato diversi workshop di jazz diretti da alcuni straordinari musicisti come Barry Harris, Enrico Rava, Paolo Fresu, Danilo Rea, Tino Tracanna, Simone Zanchini, Antonio Marangolo e tanti altri ancora. Quali sono i consigli carpiti da questi giganti che ti sono serviti di più per lo sviluppo della tua carriera?

Ho iniziato ad avvicinarmi al jazz quando ancora non erano stati istituiti i corsi in conservatorio. Per cui l’unico modo per apprendere, oltre che dall’ascolto dei dischi, era quello di frequentare workshop con i più importanti musicisti jazz della scena nazionale e internazionale. Ognuno degli artisti citati nella domanda incentra il workshop su alcuni aspetti dell’improvvisazione jazzistica. I migliori consigli che ho cercato di mettere in pratica sono: respirare fra le varie frasi, utilizzare al minino i pattern e sviluppare il senso melodico, evitare lo sfoggio della tecnica e saper aspettare il momento giusto per iniziare una frase. Ma anche avere una pronuncia chiara e definita, calibrare al meglio le improvvisazioni, arricchire le possibilità armoniche e ritmiche e ascoltare interagendo il più possibile con gli altri musicisti.

Annoveri svariate e prestigiose collaborazioni anche in ambito pop, con artisti, su tutti, del calibro di Gianni Morandi. Come sono nate queste opportunità lavorative?

Contemporaneamente alla musica classica e al jazz ho sempre fatto continue escursioni nell’ambito del pop rock. Avevo 10 anni, quando formai la mia prima band che si chiamava Epoca 2000, gruppo con il quale si suonava quasi esclusivamente musica originale. Dopo di ciò, quando mi trasferii a Bologna per completare i miei studi in conservatorio e al DAMS, non vi era migliore occasione che quella di cercare di mettersi in contatto con il meglio della musica pop italiana di quel periodo. Bologna non era sola la città dove vivevano Lucio Dalla, Luca Carboni, Gianni Morandi, Biagio Antonacci, Ron, Samuele Bersani, Francesco Guccini, gli Stadio, Vasco Rossi, ma lì ci abitavano  anche i produttori di quasi tutta la discografia pop italiana, come Celso Valli, Guido Elmi, Mauro Malavasi, Beppe D’Onghia e Fio Zanotti, oltre alla presenza del mitico studio di registrazione Fonoprint. Bologna era inoltre un continuo laboratorio di tendenze giovanili che fiorivano intorno ai centri occupati come il Link, il Livello 57, Il Sottotetto, Il Teatro Occupato, Scandellara Rock e i numerosi jazz club. Avevo iniziato a scrivere canzoni per Franz Campi e l’intraprendenza non mancava. Un giorno, insieme al violoncellista Enrico Guerzoni, decidemmo di fare un’incursione all’interno dello studio di Malavasi, dove in quel periodo stava incidendo il disco “Morandi Morandi”. Fummo fortunati, perché essendo in pausa, accettarono volentieri di ascoltare un paio delle nostre canzoni, fra cui Banane E Lampone di cui ho composto la musica. La canzone piacque così tanto che decisero di inciderla il giorno dopo. Successivamente, oltre all’album di Franz e alla partecipazione a Sanremo, ho pubblicato un album a mio nome e scritto una canzone per il disco d’esordio di Barbara Cola. L’ultima mia incursione nel mondo della musica pop risale agli anni in cui ho vissuto a Londra, dove ho incontrato un’artista australiana talentuosa e originale: Dott Reed. Per lei ho scritto un EP, di cui Honestly, che fu lanciata anche in Italia nel 2011.

Maurizio MinardiLa nota etichetta discografica RAI Trade ha prodotto un tuo disco intitolato Tangology. Un CD che contiene tue composizioni originali. Puoi descrivere la genesi e il mood di questo album?

Da ragazzino avevo preso familiarità con la musica di Astor Piazzolla, grazie al mio primo insegnante che mi fece ascoltare i brani del fisarmonicista argentino molto prima che divenisse famoso in tutto il mondo. Più tardi, a Bologna, dopo i miei studi in conservatorio, creai un gruppo di tango jazz che si chiamava Quartetto Magritte, con il quale incisi tre album acustici e un disco in cui, forse un po’ troppo timidamente, aggiunsi alla musica acustica suoni sintetizzati e campionati. Tutto questo molto prima che uscissero i Gotan Project. Però, decisi di non pubblicare questo CD, in quanto ritenni che non fosse ben riuscito soprattutto per la parte elettronica, non perfettamente sviluppata anche a causa della tecnologia, che in quel periodo era troppo costosa. Poi, quando acquisii dimestichezza con i vari software e le librerie orchestrali disponibili sul computer, ritentai l’avventura con più convinzione, arricchendo i brani anche con sezioni orchestrali, oltre che con l’uso sofisticato del campionamento e dei synth. I brani, ai quali avevo lavorato per quasi tre anni, piacquero a RAI Trade, tanto che decisero di raccoglierli in un album e di utilizzare le mie composizioni per svariati programmi RAI.

Esiste una fonte di ispirazione specifica che illumina il tuo acume compositivo?

La curiosità, forse. Ascolto continuamente musica dai generi più svariati. Mi appassiona studiare nuove tecniche strumentali, nuovi linguaggi e subisco l’influenza dei luoghi in cui ho vissuto (Calabria, Bologna, Londra e Parigi).

Qual è il marchio di fisarmonica che prediligi sia in studio di registrazione che dal vivo?

In Italia abbiamo la fortuna di avere un distretto di alto artigianato per quanto riguarda la costruzione di fisarmoniche, come quello di Castelfidardo. Dopo aver suonato la Victoria, mi sono innamorato recentemente della Beltuna, che ha costruito per me una fisarmonica adatta alle mie esigenze stilistiche.

Dal 2008 al 2016 hai vissuto a Londra. Qual è stato il fattore scatenante che ti ha portato a trasferirti in Inghilterra?

Dopo venticinque anni vissuti felicemente a Bologna sentivo la necessità di arricchire le mie esperienze artistiche in una città internazionale. L’industria musicale inglese è fra le più importanti al mondo. Musicisti provenienti da tutto il globo vivono e lavorano nella capitale inglese. Ero anche attratto dal fatto che i musicisti inglesi suonassero indifferentemente diversi generi, dal pop alla musica classica, dal folk al jazz, senza preconcetti o snobismi, come purtroppo accade in Italia. A questo bisognerebbe aggiungere l’assenza di burocrazia e di oneri sia per gli artisti che per chi organizza i concerti. Così, ne deriva un risparmio di tempo, di energie e di risorse finanziarie da impiegare in nuove produzioni e progetti artistici. A Londra i musicisti sono molto più propositivi che in Italia, dove tra la mancanza di luoghi per la musica dal vivo, oneri fiscali e contributivi al limite del paradossale, l’entusiasmo per la professione è spesso messo in secondo piano.

Dalla fine del 2016, invece, vivi a Parigi, una tra le mete mondiali più conformi a un’attività concertistica gratificante sotto tutti gli aspetti. Come mai hai deciso di lasciare Londra per andare a vivere in Francia?

In Inghilterra ci sono pochi fondi governativi per sostenere alcuni generi, tra cui il jazz e la musica improvvisata in generale, ambiti a cui ultimamente dedico tutte le mie energie. Questi settori si sostengono solo grazie alla vendita di biglietti, pertanto è molto difficile vivere solamente di concerti in questo ambito, anche con una carriera già avviata. Questo fa il paio con un costo della vita mostruosamente alto che riduce l’accantonamento di fondi da dedicare alle proprie produzioni. Per non parlare del network di fisarmonica, che si sviluppa esclusivamente nel folk e non nella musica improvvisata. Sentivo ancora una volta il bisogno di confrontarmi con una realtà diversa, attratto anche dalla fama di una città piena di talenti e di correnti artistiche più vicine alla mia scrittura musicale.

Hai in mente di realizzare un nuovo progetto discografico?

Certamente! Non vedo l’ora di realizzarlo.

Autore: Stefano Dentice

Stefano Dentice ha scritto 165 articoli.

Questo post è disponibile anche in: Inglese



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