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Roberto Gervasi: un viaggio continuo nel segno della musica

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Roberto GervasiFortemente affascinato dallo swing, Roberto Gervasi è un giovane e intraprendente fisarmonicista in costante ricerca della novità, un musicista che ama esplorare svariati generi musicali. Attraverso questo chiacchierata ripercorre alcuni fra i momenti più significativi della sua vita.

Sei un fisarmonicista autodidatta. Quando e come è nato l’incontro con questo strumento?

Ho visto per la prima volta questo strumento da bambino, quando lo imbracciava mio nonno Giovanni. Non fu il mio insegnante, ma per la scelta della fisarmonica fui sicuramente influenzato da lui. A dire il vero non credo molto nella figura del didatta, poiché, specialmente nel jazz, certe cose non te le può insegnare nessuno.

Per quanto concerne il jazz, hai tratto ispirazione da alcune leggende di questo genere come Charlie Parker, Bud Powell, Clifford Brown e Frank Marocco, tutti strepitosi esponenti del be bop. Oltre a questo stilema hai approfondito altri stili del jazz?

La musica che più mi ha influenzato è sicuramente il be bop e il jazz mainstream più in generale. Un altro periodo che mi affascina particolarmente è quello dei “padri” dei vari Parker, Dizzy Gillespie, Thelonious Monk, Powell, Wynton Kelly, Brown, Clark Terry, Frank Marocco, ossia l’epoca legata a Louis Armstrong, Duke Ellington, Cole Porter, Jelly Roll Morton, Django Reinhardt, Art Tatum. Lo swing è certamente l’anima di questa musica e la cosa che più mi affascina, questo bounce perfetto che non ti stanca mai.

Sei profondamente legato alla tua terra, la Sicilia, per la quale nutri un amore viscerale e incondizionato. I suoni, i colori e i profumi della tua regione ti hanno influenzato anche dal punto di vista artistico?

Indubbiamente essere siciliano mi influenza parecchio. La Sicilia, questa oasi di bellezza, è stata la culla della civiltà euromediterranea, dominata da greci, romani, arabi, normanni, angioini, borboni e spagnoli,  che porta in sé la bellezza di tanti popoli. Questa bellezza è senza dubbio fonte di ispirazione per me e per tutti gli artisti che vivono qui o che ci passano. Come disse Goethe: “L’Italia senza la Sicilia non lascia immagine alcuna nello spirito. Qui è la chiave di ogni cosa”.

A soli 14 anni hai iniziato a calcare alcuni prestigiosi palchi nazionali e internazionali. Come hai vissuto e gestito, da adolescente, la tensione e la responsabilità di esibirti in giro per il mondo appena quattordicenne?

Da giovanissimo ho cominciato a suonare la fisarmonica in un gruppo folcloristico a Trabia, il paese dove sono cresciuto. Erano le mie primissime esperienze musicali, ed iniziai proprio con la musica tradizionale siciliana. Con “I Terrazzani Di Trabia”, una troupe formata da un’orchestrina sicula e un gruppo di trenta ballerini, ho avuto la possibilità di suonare in giro per l’Europa in prestigiosi festival di musica etnopopolare. Anche se quattordicenne, giovane e inesperto, ho vissuto benissimo quei momenti, perché erano all’insegna di una grande giovialità.

Nel luglio 2010 hai condiviso il palco con Massimo Laguardia, nel progetto “Cuore Tamburo”, in seno a un rinomato festival internazionale, in Portogallo, intitolato “Sete Sois Sete Luas”. Come puoi descrivere questa esperienza?

Negli anni ho continuato ad approfondire la cultura della musica mediterranea al fianco di Massimo Laguardia, un grande esperto di tamburi a cornice e di questa musica. Ho un ricordo bellissimo di quel periodo e di un tour, in particolare in Portogallo, ospite con Massimo proprio del festival “Sete Sois Sete Luas”, una rassegna importantissima per la musica etnopopolare che si tiene in diverse parti del mondo negli stessi giorni. Una grande festa!

Nel febbraio 2011, insieme alla formazione “D Quartet”, hai realizzato il tuo primo progetto discografico intitolato “Ossessa”. Sempre nello stesso anno, oltre a numerosi consensi da parte di pubblico e critica specializzata, grazie a questo disco hai conquistato il Primo Premio Assoluto al concorso di musica jazz “Pippo Ardini”. Ti aspettavi una gratificazione simile già al tuo primo album?

Il “D Quartet” ha rappresentato il mio primo incontro con il jazz e con la musica improvvisata in genere. Grazie a questa formazione ho potuto sperimentare e ricercare un suono diverso di fisarmonica, lavoro di ricerca che continua tuttora. Insieme all’armonicista Davide Rinella, al contrabbassista Bino Cangemi e al batterista Fabrizio Pezzino, abbiamo inciso nel 2011 “Ossessa”, un progetto visionario con musiche originali. Nello stesso anno, con questo progetto, ci aggiudicammo il Primo Premio Assoluto al concorso di musica jazz “Pippo Ardini”. Eravamo molto entusiasti e l’entusiasmo muove sempre nella direzione giusta.

Nel 2012 ti sei trasferito in Francia per approfondire lo studio del jazz manouche, dove oltre all’apprendimento di questo genere musicale hai avuto l’opportunità di esibirti al fianco di alcuni tra i più rappresentativi musicisti mondiali del gypsy jazz come Dorado Schmitt, Tchavolo Schmitt e Stochelo Rosenberg. Quanto e in che modo ti hanno formato queste straordinarie esperienze?

Ho vissuto per un periodo nel sud della Francia, dove vado spesso e molto volentieri a suonare. Questo è un Paese che ha grande rispetto per l’arte e gli artisti, è facile capirlo. Assieme al Belgio è l’unica nazione dove il ruolo dell’artista è riconosciuto dallo Stato e tutelato tramite un sistema chiamato “Intermittence du Spettacle”, che corrisponde agli artisti regolarizzati uno stipendio mensile di minino 1.200 euro. Oppure basti vedere il gran numero di sale dedicate ai concerti, al numero di festival organizzati e ai finanziamenti destinati ad arte e cultura. Lì ho avuto modo di scoprire tantissimi musicisti eccezionali e di poter condividere il palco con grandi artisti, un’esperienza incredibile che continua ancora oggi. In realtà, viaggiare e vivere nuovi posti, nuova gente, è la cosa che forse amo di più in assoluto, senza la quale non voglio immaginare la mia vita.

Insieme alla tua associazione, “Sulle Orme di Django”, organizzi il “Raduno Mediterraneo Jazz Manouche” in Sicilia, un evento di portata internazionale, giunto ormai al sesto anno, che raccoglie un bacino di utenti provenienti da tutto il mondo. Nello specifico, quali sono le caratteristiche principali di questa kermesse?

In Sicilia, a Palermo, dalla passione per lo swing, in particolare per la musica di Django Reinhardt, da un ristretto numero di musicisti, è nata l’associazione Sulle Orme Di Django della quale faccio parte. Ogni anno, dal 2012, organizziamo a Petralia Sottana, piccolo gioiello delle Madonie, questo Raduno Mediterraneo del Jazz Manouche. Si tratta di un evento unico nel suo genere, poiché è diventato una tappa obbligatoria per tutti gli appassionati che vengono da tutto il mondo. Sull’entusiasmo di questo movimento, che negli anni è cresciuto sempre di più, sono nate anche diverse scuole di ballo Lindy Hop in Sicilia. Insomma, si rivive a distanza di cento anni l’era del proibizionismo e dello swing.

Hai solamente 26 anni, ma hai già maturato una pletora di esperienze concertistiche dall’inconfutabile valore. Proprio in virtù della tua giovane età, certamente cullerai diversi sogni. Dunque, con quale musicista che non hai mai incontrato desidereresti suonare dal vivo?

Cullo diversi sogni che poi diventano dei propositi. Prima di tutto quello di migliorarmi come persona e musicista, poter continuare a viaggiare, suonare in giro per il mondo e fare la mia musica. Ho poi un sogno che, purtroppo, rimarrà tale. Avrei tanto voluto conoscere e suonare con un musicista che è andato via nel 2012: il grande Frank Marocco. A mio avviso il più grande fisarmonicista jazz.

Hai in animo di realizzare nuovi progetti discografici nell’immediato?

Il mio prossimo lavoro discografico già annunciato, ma ancora nelle prime fasi di elaborazione, è “My Jazz Accordion”, ma non posso dire di più.

Autore: Stefano Dentice

Stefano Dentice ha scritto 158 articoli.

Questo post è disponibile anche in: Inglese



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