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Verdi e la… fisarmonica?

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Giuseppe VerdiIn diverse occasioni capita di leggere o sentire del rapporto privilegiato che Giuseppe Verdi avrebbe avuto con la fisarmonica. Alla base di questa convinzione c’è un documento del 1871, una relazione sulla riforma degli Istituti Musicali redatto da una commissione di cui Verdi era presidente e in cui si indica la Fisarmonica come strumento da studiare in Conservatorio. Questo documento è citato a prova di come già nella seconda metà dell’ottocento la fisarmonica fosse artisticamente ben considerata nel mondo della musica colta.

Ho sempre avuto un istintivo sospetto verso questa “simpatia” per alcune stonature che, in casa Verdi, proprio non ci stanno.

La prima è l’anno di redazione del documento.

Supponendo che Verdi fosse aggiornatissimo (e chi ne può dubitare!), quale era lo stato dell’arte nella costruzione di fisarmoniche nel 1871?

Da otto anni Paolo Soprani produce organetti bitonici dalle possibilità tecniche ancora limitate per un uso musicalmente complesso: poche note a destra ed ancor meno a sinistra. Mariano Dallapè fonderà la sua attività cinque anni dopo! Gli altri costruttori italiani non hanno ancora dato un contributo decisivo allo sviluppo tecnico dello strumento e in Europa le cose non vanno molto meglio. Francamente mi pare improbabile che Verdi volesse far insegnare negli Istituti Musicali Italiani questa fisarmonica (in maiuscolo lo strumento di Verdi in minuscolo il nostro). Del resto strumenti analoghi ben più raffinati, quali la concertina, e con un repertorio già di discreto valore (Regondi e Molique su tutti), usati nelle sale da concerto oltre che nei salotti della borghesia europea, non vengono neppure citati!

La seconda stonatura è quel “Un professore di Organo e Fisarmonica” nel ruolo organico degli impiegati indicato nella relazione.

Cosa abbia in comune un organetto bitonico con l’organo dal punto di vista tecnico-esecutivo è un mistero e mi pare ovvio supporre che se Verdi dice “Un professore di Organo e Fisarmonica” sott’intenda che i due strumenti hanno affinità tali da poter indicarne indifferentemente dell’uno o dell’altro l’insegnante. Ma noi sappiamo benissimo che questo non è possibile e di sicuro il Verdi valente organista non può aver fatto confusione su questo aspetto.

La terza stonatura è proprio il nome: Fisarmonica.

Nome mai usato per l’organetto e per tutti gli altri strumenti portatili simili inventati nei cinquant’anni precedenti, da dove viene?

A questa domanda per fortuna è facilissimo rispondere, nel 1818 Anton Häckel a Vienna ideò la Physarmonica “Piccolo strumento a tastiera e ad ance libere, da applicare sotto la tastiera del pianoforte per sostenere la melodia. Originariamente dotato di un’estensione di 4 ottave e di voce piuttosto stridula, fu a più riprese ampliato e perfezionato. È considerato fra i prototipi dell’armonium” (D.E.U.M.M. ed. U.T.E.T).

Ma che c’entra Verdi con questo antico strumento? E soprattutto: c’è un legame tra la Physarmonica di Häckel e la Fisarmonica di Verdi?

Non si può citare la fortuna artistica di Verdi senza contemporaneamente evocare la fortuna imprenditoriale della casa editrice Ricordi di Milano, ed è proprio nelle pubblicazioni Ricordi “per dilettanti” che scopriamo il legame tra la Physarmonica, Verdi e la Fisarmonica.

Karl Georg Lickl (Vienna, 1801 – ivi, 1877) fu uno dei maggiori virtuosi di physarmonica e per questo strumento scrisse oltre cento pezzi tra trascrizioni, fantasie d’opera e pezzi originali ed un metodo. La physarmonica usata da Lickl è molto più perfezionata e completa rispetto al primo prototipo di Häckel e non viene più “aggiunta” sotto la tastiera del pianoforte ma usata autonomamente; in effetti è ormai difficile differenziarla dall’armonium ed ho il sospetto che spesso a nomi diversi corrisponda praticamente sempre lo stesso strumento.

A prova di questo, e del fatto che tecnicamente l’uso della physarmonica e del piano fossero equivalenti si possono citare queste interessanti pubblicazioni Quatuor - BeethovenSonate - Beethovene, ricordando che Lickl è morto nel 1877, se ne può desumere la vicinanza alla data del 1871:

Si tratta di trascrizioni per pianoforte e physarmonica con l’interessante aggiunta, nel quartetto, della specifica “o due pianoforti”: quindi assoluta identità dal punto di vista della tastiera fra i due strumenti.

Ma veniamo a Verdi. I proventi delle sue opere, oltre che con i diritti di noleggio delle partiture ed i diritti di rappresentazione, venivano dalla vendita di una quantità impressionante di riduzioni, trascrizioni e adattamenti che permettevano a tutti, nel piccolo della propria casa o in modeste rappresentazioni, di godere di tali meraviglie: fonografi, dischi, radio ed altre moderne diavolerie erano ancora da venire e l’unica maniera per conoscere la musica era suonarla o ascoltarla dal vivo. Il Lickl si dedicò molto all’opera del Maestro, in questa collana ad esempio raccoglie fantasie e “pot-pourris” di ben dieci opere: Fantaisies pot pourris - Verdi

L’opera più tarda della serie è “La Traviata” del 1853, si noti anche come l’ordine di catalogo segua esattamente la cronologia verdiana e lasci supporre una pubblicazione contemporanea delle fantasie fino a “Macbeth” del 1847 (numeri di catalogo consecutivi e prezzo uguale), “Stiffelio” e “Rigoletto” rispettivamente 1850 e 1851 (numeri di catalogo consecutivi), mentre “Il Trovatore” e “La Traviata”, anche se entrambe del 1953, hanno numeri di catalogo lontani. Anche se per ora non mi è possibile datare esattamente queste pubblicazioni (usanza editoriale ottocentesca quella di non scrivere la data) penso sia ragionevole credere che non siano successive al 1855/65. Da rilevare anche in questo caso la dizione “per la physarmonica o il piano”: dal punto di vista editoriale equivale a soddisfare due mercati con un unico prodotto, da quello esecutivo conferma l’equivalenza della tecnica digitale per i due strumenti.

Sulla analogia tra physarmonica e armonium si veda anche l’incipit della seguente pubblicazione: La forza del destino - Verdi

Si potrebbe obiettare che “Physarmonica” e “Fisarmonica” sono affatto strumenti diversi e che quindi questi documenti non dimostrino nulla. A parte l’identità linguistica, la grafia latina del greco ϕυσα traslitterata in italiano, esistono pubblicazioni coeve, di cui riporto due esempi, in cui compare proprio il sostantivo Fisarmonica: Melodie verdiane Suonata

Si osservi inoltre, nella trascrizione per pianoforte e Fisarmonica di un’aria dalla “Jone” di Enrico Petrella, l’elenco dei registri e la locuzione “tira tutti” che dimostra in maniera indiscutibile le affinità o identità tra la Fisarmonica e l’armonium: Marcia funebre Duetto e marcia funebre

Mi sembra non possano esserci dubbi sul fatto che la Fisarmonica intesa da Verdi non sia lo stesso strumento a cui noi pensiamo e comunque a fugarli completamente c’è il frontespizio di una graziosa collana di arie per pianoforte e Fisarmonica, edita da Ricordi, tratte dalle maggiori opere di diversi musicisti dell’epoca e in cui è raffigurata una disposizione da salotto dei due strumenti…

Inutile dire che tra le varie melodie trascritte ce ne sono diverse da opere di Verdi; inoltre se si osserva con attenzione l’immagine della Fisarmonica appare evidente quanto affermavo precedentemente sulla analogia con l’armonium e sulla possibilità che spesso si equivocasse tra i due strumenti o forse che per Fisarmonica si intendesse in italiano una versione più piccola e limitata dell’armonium.

Del resto anche nel pregevole libro “La fisarmonica: organologia e letteratura” (ed.Physa) di A. Jercog si afferma “ …si può dedurre con certezza che con il termine fisarmonica viene indicato l’armonium.” (pag.65) a riguardo di una parte per Fisarmonica inserita da Verdi nel “Simon Boccanegra”.

Da questi documenti si può quindi dedurre che il termine Fisarmonica è nato in Italia per indicare sostanzialmente un armonium, strumento usato per una produzione musicale di tipo classico e suonato con modalità tecniche raffinate. Come sia andato poi ad indicare il nostro strumento è storia un po’ oscura nel dettaglio ma chiarissima nelle motivazioni: l’accordion o, peggio, l’akkordion con l’adozione della tastiera destra a pianoforte, con i vari registri e gli accordi precomposti doveva parere così simile nel suono ad un armonium da chiamarlo fisarmonica, nome molto più dolce e “italiano” nel suono (il mio ricordo della prima volta che misi le mani su una fisarmonica a sei anni: “è come in chiesa” dissi dopo aver suonato a casaccio sui tasti degli accordi).

Ritengo inoltre che la Fisarmonica, con la concertina, sia il vero precursore della moderna fisarmonica da concerto (anche se i puristi storceranno il naso): note singole per le due mani, estensione, registri, controllo dinamico e portabilità fanno di questo strumento un ideale perfezionamento della physarmonica e la rendono adattissima ad interagire con gli altri strumenti. Come in un preveggente abbozzo sonoro questo era stato intuito già un secolo e mezzo fa ma solo adesso è reso possibile dalla compiutezza artistica che la fisarmonica ed i fisarmonicisti hanno raggiunto, ed è bello pensare che Giuseppe Verdi avrebbe ora tutti i motivi e tutte le ragioni di pretenderne lo studio in Conservatorio. Ed usiamo senza pudore e senza arrossire il nome italiano del nostro strumento, non abbiamo nessun bisogno di adoperarne altri. Fisarmonica, nome ricco di storia e di significati, nome che meglio di tutti rappresenta la pluralità e molteplicità di questa famiglia di strumenti, nome che più di ogni altro dà senso alle infinite espressioni artistiche e tecniche che questo mezzo rappresenta.

Ivano Paterno

Autore: Ivano Paterno

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