“Il coraggio di essere più libero”

Intervista a Pietro Roffi

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Pietro RoffiPer i lettori di “Strumenti&Musica Magazine” Pietro Roffi, nonostante la sua età, è una “vecchia” conoscenza. Il primo articolo che gli abbiamo dedicato risale addirittura all’agosto del 2013, quando era una giovanissima promessa della fisarmonica. Ora, è un concertista affermato al di qua e al di là dell’Oceano, dal nord al sud e dall’ovest all’est d’Europa. E al talento di fisarmonicista ha aggiunto, in questi anni, quello di compositore. La sua ultima fatica, nel doppio ruolo, è un album, in uscita il 30 gennaio, intitolato Oltrepassare.

Oltrepassare che cosa, Pietro?

Oltrepassare i limiti che spesso vengono imposti alla fisarmonica, liberarla da pregiudizi e confini che non le rendono giustizia. Oltrepassare, possibilmente, anche quei confini, che, a volte, ci autoimponiamo senza accorgercene. Per abitudine, per “cultura”, per passato. Oltrepassare è il coraggio di essere più libero, essenziale, e lasciare che il suono di questo strumento diventi attraversamento, slancio e soprattutto possibilità.

All’attività più strettamente artistica hai aggiunto, in questi anni, quella di docente: quanto tempo e quanta attenzione dedichi a ciascuno di questi tre modi di essere musicista?

Devo dire che non mi risparmio su nulla, lavoro tantissimo, tutti i giorni, spesso fino a dodici ore. E dentro ci sta tutto: studiare, comporre, insegnare e anche tutta la parte di diffusione e costruzione del progetto. Non riesco a calendarizzare in modo rigido quanto tempo va a ciascuna cosa, perché cambiano urgenze e periodi, però l’importante per me è l’equilibrio, fare in modo che queste tre declinazioni del mio lavoro possano respirare, alimentarsi a vicenda, e tenersi vive l’una con l’altra.

Se dovessi citare un Maestro per ciascuna di queste tue attività?

Per il concertismo Richard Galliano, per la composizione Astor Piazzolla e Ennio Morricone, per l’insegnamento Nadia Boulanger.

Quali sono state le loro principali lezioni, che cosa ti ha trasmesso ciascuno di loro?

Galliano, l’idea di portare la fisarmonica fuori, di farla parlare a un pubblico largo senza perdere profondità, e il suono come identità e responsabilità. Piazzolla, il coraggio di prendere una tradizione e farla esplodere, renderla urgente, personale, e quasi inevitabile. Morricone, l’essenzialità, poche note che diventano immagine e respiro collettivo. Boulanger, la disciplina che non chiude ma apre, la cura maniacale del dettaglio, il far crescere le persone, non solo i musicisti, creare un gruppo, trasmettere un fuoco, non una formula.

Altri punti di riferimento per la fisarmonica? Sia come concertista, sia nella scrittura.

Faccio un solo nome, che dice tanto: Yann Tiersen.

Qual è stato il tuo primo approccio alla musica? I tuoi primi ascolti giovanili?

I primi ricordi musicali che ho sono antichissimi, avevo forse quattro anni, la mattina con mamma nella nostra piccola casa a Valmontone mentre papà era al lavoro, e giravano le vecchie audiocassette. Tanta musica degli anni Settanta, e un po’ anche dei primi Ottanta, dal cantautorato di Battisti, Dalla, Cocciante, fino ai gruppi come i Pooh, gli Alunni del Sole, i Teppisti dei Sogni. Melodie semplici, calde, che mi sono rimaste addosso, e forse è da lì che nasce la mia propensione per la melodia.

E quelli, che, maggiormente, hanno contribuito alla tua formazione ed evoluzione musicale? O che, più semplicemente, ami in modo particolare. Per esempio, so che hai lavorato su trascrizioni per fisarmonica di Satie e di Saint-Saëns…

A parte le tante musiche studiate e portate in concerto con la fisarmonica nel corso degli anni (da Bach fino a Gubajdulina), ci sono autori che mi hanno proprio svoltato il modo di ascoltare e di amare la musica. Fra tutti Domenico Scarlatti, per quella fantasia inesauribile, per l’energia, per l’intelligenza del gesto, sembra sempre che stia inventando sul momento; Schumann, per quelle melodie dolci e malinconiche, per il richiamo costante all’infanzia, alla memoria, a qualcosa di fragile ma vero; e poi Satie, che ho anche trascritto e inciso, perché mi affascina il suo essere essenziale ed ermetico, il dire tanto con pochissimo.

Se non sbaglio, la tua prima partitura, almeno ufficialmente, è Est Ovest, un pezzo del 2018. Lo consideri il tuo primo “vero” pezzo per fisarmonica ? O ritieni che ci sia un altro “primo” brano, il più “compiuto”?

Sì, penso che Est Ovest lo sia, è stato il mio battesimo, il primo “vero” pezzo in cui mi sono riconosciuto. Un primo esperimento, certo, però già compiuto per me, e soprattutto incoraggiato dal mio primo manager, Massimo Galli, che mi ha dato fiducia e suggerito di inciderlo. E da lì ho capito che potevo davvero fare qualcosa. Sono molto affezionato a questo brano, perché segna un inizio, e oggi, in qualche modo, è diventato anche uno dei miei simboli.

Sei molto giovane e, dalla composizione di Est Ovest non sono poi trascorsi così tanti anni. Il compositore Pietro Roffi, però, è comunque cambiato? E, se sì, come? E che cosa ha contribuito alla sua trasformazione?

La musica, come le persone, è in continuo cambiamento, anche se in fondo, dico proprio in fondo, rimaniamo sempre gli stessi. Però l’evoluzione c’è, è necessaria, anzi, credo vada addirittura cercata. Un po’ ti stimola, un po’ è anche figlia dei tempi. E quindi il ritmo di questa trasformazione lo scandisce il modo in cui viviamo, e in cui scegliamo di vivere, di ascoltare, di avere o meno il coraggio di allargare gli orizzonti, o anche di restare fedeli a una certa essenzialità.

Quali tra le tue composizioni ritieni che rappresentino i “punti di svolta” del tuo percorso artistico?

Mi piace pensare che Oltrepassare sia la porta che si apre adesso, non tanto il punto di arrivo, ma l’inizio di un capitolo nuovo, quello che, se deve esserci una svolta, la farà qui, in avanti. Però, se devo guardare indietro e scegliere un vero punto di svolta, un brano che in qualche modo mi ha portato “fortuna”, direi il Nocturne, dedicato a Ksenija Sidorova, perché da lì in poi le mie composizioni hanno iniziato a viaggiare e a essere suonate da fisarmonicisti di tutto il mondo.

Tra le tue numerose composizioni quali rappresentano meglio la complessità della fisarmonica e le sue immense potenzialità espressive?

Non riesco a scegliere davvero, perché in fondo ogni pezzo, a modo suo, prova a tirare fuori una faccia diversa della fisarmonica. Però, se proprio devo indicarne uno tra le ultime cose, direi Enigma-Étude, perché lì ho cercato di sfidare lo strumento, sì tecnicamente, ma non come puro virtuosismo, piuttosto come laboratorio, tecnica e ricerca espressiva insieme. L’ha suonato nelle ultime edizioni di Coupe Mondiale (di Sarajevo) e PIF (di Castelfidardo) il mio allievo Emanuele Viti, peraltro vincitore di quest’ultimo importante concorso.

Quale percorso di ricerca sta orientando, attualmente, i tuoi passi di compositore?

Sto cercando di ascoltarmi ogni giorno sempre di più, di togliere il superfluo e far coincidere quello che scrivo con quello che sono. In fondo la mia ricerca è questa, l’autenticità, arrivare a una musica che non “dimostri”, ma che dica.

Indubbiamente, Piazzolla e il tango argentino sono punti di riferimento fondamentali nella tua musica. Ho percepito, però, nei brani non decisamente attinenti al tango, anche altre ascendenze. Colgo, se non sbaglio, un anelito verso l’infinito, l’onirico e il sacro, che mi fanno pensare, almeno per quanto riguarda la loro poetica, a Ligeti e ad Arvo Pärt… Due compositori, che, tra l’altro, amo profondamente.

Quello che tu chiami infinito, onirico, sacro, è una zona che cerco spesso, non tanto come citazione, ma come necessità. Provo a togliere, a far parlare anche il silenzio, a lasciare spazio, a creare una specie di sospensione. La fisarmonica, con la sua umanità, forse non può spiegare certi misteri, ma può raccontarli con grande delicatezza, e con una verità che passa dal respiro.

Nei tuoi brani ricorre spesso l’accoppiamento della fisarmonica con il piano, l’elettronica ed ensemble di archi. Perché propria questa scelta?

Perché è, in qualche modo, la musica di oggi, e anche l’ambiente sonoro – il soundscape – in cui sento che il suono del mio mantice possa respirare davvero bene. Il piano mi dà una casa armonica, l’elettronica mi apre lo spazio e il tempo, gli archi mi offrono un respiro più largo, quasi orchestrale, e la fisarmonica può muoversi dentro tutto questo con naturalezza, senza perdere la sua umanità. È una scelta di suono, ma anche di immaginario, mi interessa un linguaggio contemporaneo, cinematico, capace di essere intimo e, allo stesso tempo, pieno di orizzonte. Il mio strumento ha radici forti e un futuro radioso.

Quali potenzialità espressive della fisarmonica desideri far emergere?

Il suo ampio respiro e la sua dolce potenza, il resto è solo lo strumento per arrivarci.

Ho già rivolto questa domanda a Corrado Rojac e a Cesare Chiacchiaretta, e mi piacerebbe conoscere anche il tuo pensiero e la tua esperienza in proposito… quando componi per fisarmonica pensi sempre e solamente a te stesso come destinatario dell’interpretazione?

È una bella domanda, e dipende. Quando scrivo su commissione cerco di cucire davvero alcune cose su misura, sul solista, sulle sue mani, sul suo carattere! Quando invece la musica nasce per me, quel passaggio non c’è, e forse scrivo in modo più istintivo, più diretto. Però, in entrambi i casi, la cosa più importante non è “chi”, è “che suono”. Io parto sempre da un suono, una melodia, un colore, da un’idea di respiro o una voce e poi costruisco tutto intorno e mi aspetto che chi interpreta la mia musica possa coglierne il senso (se mai ce ne sia uno) e farlo suo.

Nel 2022, a Spoleto, nel corso del nostro “Strumenti&Musica Festival” ti vidi, straordinariamente, alle prese con l’organetto. Esperienza unica o hai proseguito a coltivare lo studio di questo “fratello minore” della fisarmonica?

Non è uno studio quotidiano e sistematico come quello della fisarmonica, però non l’ho mai messo via. Ogni tanto lo riprendo, lo tengo vivo, e mi piace perché mi costringe all’essenziale, è un piccolo mantice che ti chiede sincerità. Come ben ricordi, è stato un momento importante nei concerti del tour di 1999, con un brano dedicato a mio nonno, e credo che me lo porterò dietro anche in Oltrepassare.

Oltrepassare è in uscita proprio in questi giorni, ma non mi stupirei se nella tua mente vulcanica ci fossero già nuove idee…

Questi giorni sono dedicati al nuovo album, alle interviste in radio, in tv… ma soprattutto voglio vedere cosa succede quando incontro le persone. Detto questo, ho mille progetti, e sto già scrivendo tanta nuova musica, tra cui un Doppio Concerto per due fisarmoniche e orchestra, un’importante commissione che mi terrà molto impegnato. Poi ci sono i concerti, Valse-Rêverie approda alla Wigmore Hall con Miloš Karadaglić e Ksenija Sidorova, e torno a suonare con lei anche in altre date il mio Goldberg Rework per due fisarmoniche; in parallelo inizio a portare Oltrepassare in tour. E naturalmente l’insegnamento, tra una classe internazionale di studenti e il Conservatorio, più la mia Summer Masterclass a Valmontone, che ormai è diventata un appuntamento fisso, e anche diverse giurie in competizioni internazionali. Insomma, tante strade, ma tutte dentro la stessa direzione.