La tradizione è custodia del fuoco

Intervista a Francesca Gallo

75

Francesca Gallo

Non capita tutti i giorni di entrare in una bottega artigiana e trovarsi davanti una cantante, musicista, studiosa e divulgatrice delle tradizioni orali del trevigiano, almeno che tu non sia alla Galliano&Ploner di Treviso. Qui, in continuità con il fondatore, Luciano Gallo, si creano fisarmoniche su misura studiate in ogni dettaglio, a partire dal tipo di albero da cui ricavare il legno per costruirle. Ma si può anche assistere a un concerto, a una lezione o a un altro evento dedicato alla cultura e alla musica tradizionali. Protagonista di tutte queste attività è Francesca Gallo, figlia di Luciano, che ringrazio per questa chiacchierata così stimolante. Buona lettura.

Sei praticamente cresciuta nella bottega di tuo padre, immersa nel mondo della musica e delle fisarmoniche. Ma qual è stato il momento in cui hai deciso che la tua missione sarebbe stata quella di ricercare, divulgare e conservare la tradizione orale locale?

Allora, la bottega di mio padre, intanto, era attaccata a casa, quindi, praticamente, io e mio fratello siamo cresciuti lì, perché, all’epoca, il paese non offriva tanto, non c’erano tanti altri svaghi, oltre, magari, al coro della parrocchia e queste cose qui, che, negli anni Ottanta, giravano attorno ai paesi piccoli. Quindi, c’era questa bottega in cui si stava praticamente tutto il tempo libero, come essere a casa: si giocava, si facevano i compiti e così via.

Lì ruotavano musicisti tutti i giorni, c’era via vai di gente: chi veniva ad aggiustarsi la voce, chi veniva a fare la pulizia della fisarmonica… L’abitudine di mio padre è sempre stata quella, nel momento in cui riconsegna lo strumento, di dire “provala e vediamo”, perché magari la apri e si inceppa una voce; sono quelle piccole cose che vengono fuori subito. Quindi, questi fisarmonicisti suonavano continuamente e noi vivevamo con la musica dal vivo.

Sempre in quegli anni, nella bottega, c’era una parte molto consistente del mondo del liscio, poi c’era qualcuno che suonava nei gruppi folk, oppure appassionati di canto popolare, o quelli che suonavano nei gruppi degli alpini. Il più delle volte, si ascoltavano delle melodie semplici, orecchiabili e che entravano subito anche nella testa di un bambino, per cui noi siamo cresciuti con queste sonorità qua.

Mio fratello ha una voce bellissima, infatti, lui fa il cantante lirico, vive in Germania e fa questo di lavoro. Però, la sua attitudine si è manifestata quando era una voce bianca e, quindi, cantava continuamente. Queste canzoni si prestavano molto alla seconda voce. Io, invece, ho scoperto tardi di avere una bella voce, ma sono sempre stata molto “quadrata”. Facevo sempre la prima parte e mio fratello, per sperimentare i controcanti, mi obbligava a cantare queste cose, sono cresciuta così. Poi, a un certo punto, con mio padre si creavano queste feste e si cantavano queste canzoni.

Verso i quattordici, quindici anni, capisco che le canzoni sono legate a un’epoca, e che era necessario che io conoscessi quell’epoca lì, per cui decido di chiedere ai più anziani del paese: così si muove la ricerca.

In realtà, quando comincio a chiedere, scopro che c’è un mondo, che era completamente scomparso già alla fine degli anni Ottanta, inizio anni Novanta, di cui c’erano pochissimi segni, e comincia ad appassionarmi. Mi pare, ed è una sensazione che ho ancora adesso che ho quasi cinquant’anni, che ci sia poco tempo: cioè, anche se io registrassi venti ore al giorno, non basterebbero per raccogliere tutto quello che se ne sta andando. Poi arriva quella telefonata che ti dice che è morto Tizio, è morto Caio e dici “porca misera, dovevo andare a intervistarlo, lui solo sapeva questa cosa”, oppure “lui avrebbe potuto spiegarmi”: questo, per me, è come essere un medico del 118 in una sorta di emergenza.

Questa cosa mi ha sempre mosso e, a seconda degli argomenti che poi uscivano, prevalenti nella ricerca, andavo ad approfondirli: ho cominciato con la vita contadina, la quotidianità fino a prima della Seconda Guerra Mondiale. Questa è stata una delle grandi passioni. Dopodiché, l’anno agricolo, i lavori contadini, le migrazioni stagionali, tutto il mondo del canto come compagno di giornata. Poi, si è indirizzata verso l’emigrazione, che è stato il fenomeno più potente e lo è ancora adesso. Pensa che ci sono dei canti che la gente crede che li abbia scritti io, da quanto li ho cantati e da quanto mi rappresentano. “Merica, Merica di Francesca Gallo”: no, non è mia! Però, talmente tanto io li ho cantati e masticati, questi brani, che sembra che li abbia scritti io. Poi, magari, se sentono che qualcuno li fa diversamente, dicono “No, non fa così, perché guarda che Francesca lo canta in quest’altro modo. Quello è quello originale”, perché c’è questo senso del filologico: “Francesca fa le cose filologiche”. In realtà, poi, anche io interpreto perché, chiaramente, non è che si cantasse a una voce sola con la fisarmonica: io devo adattare la cosa.

Comunque, l’emigrazione mi ha portato a partire nel 2004: mio padre mi ha costruito una fisarmonica su misura del bagaglio a mano dei voli internazionali, era un albero di pero del giardino di un suo amico. Costruiamo questa fisarmonica, io parto, e faccio prima il Belgio, poi il Canada. Questo è stato un viaggio iniziatico, sostanzialmente. Dopodiché, da lì sono partite tutte le varie migrazioni, principalmente europee, poi il Sud America e così via.

Diciamo che il tutto è partito con il pretesto di raccogliere canti ma, ormai, era un’epoca (fine anni Ottanta, inizio anni Novanta) in cui, anche in questo, c’era poco di nuovo, se non qualche trasformazione, magari di qualche canto o qualche strofa.

Così, è stato un lavoro certosino di bibliografia, a recuperare i vari libri che erano stati pubblicati e che, spesso, magari, erano libri fatti con una tiratura di duecento copie e dati agli amici, oppure qualche gruppo che aveva fatto una raccolta, non aveva la distribuzione, e vendeva il libro fuori dagli spettacoli. Si è trattato di cercare questo tipo di libri e, adesso, la biblioteca è abbastanza importante.

Poi c’è il mondo legato alla spiegazione del testo del canto, per capire di cosa parli, cercando prima nella grande storia, che ti dice “il cosa” e dà una motivazione storica, e passando poi alla storia orale, perché la microstoria ti dice “il come”. Se è successa una certa cosa, ognuno l’ha vissuta, però, diversamente.

Nel 2002, lascio il mondo della musica e della fisarmonica classica (mi sono diplomata al conservatorio di Castelfranco Veneto), decidendo di unire la fisarmonica con la voce e portando sul palco quello che sta morendo, questi ultimi spiragli di una realtà.

La difficoltà primaria è stata quella di cancellare tutto un immaginario che era stato creato dalle televisioni locali o dai gruppi folk, per cui la gente, fino a un certo punto, ti diceva quello che aveva vissuto, poi cominciava a dirti quello che aveva sentito dire e, allora, bisognava filtrare quello che era vero e quello che non era vero, cercando anche un formulario di domande che potesse essere schiarente in questa nebbia che noi siamo abituati ad avere qui.

Dall’inizio degli anni 2000, è nato il mondo della retorica del valore, delle nostre tradizioni e dell’identità che, qui Veneto, viviamo in modo pazzesco e che, però, sostanzialmente non esiste: ci si crea un mondo per dare la giustificazione di un’identità locale, che, in realtà, essendo il Veneto grande, è molto diversificata, perché la montagna è una cosa, la pianura è un’altra, la zona veronese è più lombarda e così via. Io mi sono occupata, direi, più del canto trevigiano, poi ho ampliato la ricerca anche nel Veneto, Friuli, Trentino e tutta quella zona, ma più per un confronto.

Poi, c’è un confronto anche tra quello che si cantava qua e il nazionale. Negli anni Sessanta, ma soprattutto negli anni Settanta, nascono i canzonieri, che erano questi gruppi fatti da giovani che recuperavano le tradizioni: il Nuovo Canzoniere Popolare, i vari canzonieri della resistenza e così via che, facendo concerti e facendo dischi, hanno fatto sì che si consolidasse un tipo di repertorio che magari non era prettamente locale. Per cui, si è trattato di capire come quel repertorio più o meno nazionale, è entrato anche nel locale.

Direi che abbiamo fatto una bella panoramica. Quindi, nasce prima la passione per le realtà locali e poi, dopo il tuo inizio con la fisarmonica classica, hai deciso di completare il tuo lavoro di ricerca e divulgazione con la fisarmonica al servizio della tradizione orale.

Io, comunque, mi sono diplomata in canto lirico, con un repertorio classico e ho studiato fisarmonica classica, a bassi sciolti, quindi vengo dalla cosiddetta musica colta. Però, entrambi mi sono serviti per non banalizzare il repertorio. Per cui, se io decido di suonare semplicemente la fisarmonica, lo faccio con le sonorità semplici della musica tradizionale, ma ho coscienza di quello che sto facendo; oppure, posso cantare Merica, Merica, ma la canto avendo consapevolezza di cosa succede alla voce. E questo, probabilmente, è quello che ha fatto la differenza.

Diciamo che la voce è una cosa fisiologica, quindi avere questa voce è stata una fortuna. Poi, io, per certi versi e fino a un certo punto, l’ho valorizzata (perché se avessi continuato a fare la cantante lirica, probabilmente, l’avrei valorizzata di più), però quello che mi ha mosso è stata la storia, l’antropologia, la storia contemporanea, la storia orale: per me quello è il mio mondo, anche se con degli strumenti che vengono dalla musica colta.

Anche se poi ti sei rifatta a una ricerca più bibliografica, a sedici anni hai avuto modo di andare a intervistare con il registratore i protagonisti della tradizione orale. Come sei stata accolta e che approccio hai avuto nel momento in cui, fisicamente, sei andata a registrare e a fare domande a queste persone?

Allora, io ho comprato il primo registratore a sedici anni, di quelli con le audiocassette, poi sono passata alle micro-cassette, al minidisc, poi al digitale: ho fatto tanti passaggi e, a ogni passaggio, è cambiata anche l’epoca. Quando ho cominciato, registravo gente che era nata nel 1908, 1910, 1912: spesso gente analfabeta, che aveva visto sicuramente una guerra e, qualcuno, anche la prima (anche se pochissimi se la ricordavano perché magari l’avevano vissuta da piccoli). In ogni caso, era un mondo vissuto consapevolmente: vent’anni di fascismo, il boom economico, la nascita delle fabbriche, la riorganizzazione della città e dei paesi, l’internamento militare in Germania, l’emigrazione. Quindi, era gente che aveva vissuto un cambiamento della quotidianità molto potente. C’era bisogno assolutamente di un intermediario, perché “Chi sei?”, “A cosa ti serve?”, “Perché mi registri?”. Io andavo sempre con mia nonna o con gli amici, però, nel momento in cui entravo, ero una di famiglia: se avevano delle uova in più me le portavano. Per un periodo, ho fatto l’insegnante alle scuole elementari e, quando ho cominciato a insegnare, c’erano i bambini che venivano e mi dicevano “Maestra, ha detto mia nonna che sei sua amica” e, quando magari dicevo “Mamma mia, grazie per avermi detto tutte queste cose, come posso ricambiare?”, la risposta a volte era “Beh, canterai al funerale”, per cui ho cantato a tanti di quei funerali per il senso del saluto, che è stato pazzesco.

Quindi c’era questo modo che, lentamente, poi è cambiato, anche se non è cambiato nelle persone: c’è sempre bisogno di un intermediario e abbiamo ancora qualche difficoltà. Per esempio, a un certo punto, io ho cominciato a usare le cuffie perché mi rendevo conto che registravo, ma entravano dei rumori che non ero cosciente che fossero entrati e qualcuno, magari anche adesso, si spaventa un po’. Però, basta metterli a proprio agio: tu sai che i primi tre, quattro minuti li butterai via, però poi, pian piano, si rilassano e cominciano a parlare veramente.

In passato, era più facile trovare verità in quello che dicevano ed erano molto disponibili a dirti le cose. Adesso, invece, c’è, prima di tutto, un filtro pazzesco su cosa loro hanno vissuto veramente e su cosa, in realtà, è frutto di un’elaborazione data dai social e dalla facilità di trovare informazioni. Poi, una volta, non avevano l’ansia della prestazione, perché comunque non sapevano dove sarebbero andate quelle registrazioni; mentre adesso c’è, e io dico sempre “Guarda che, qualsiasi cosa io faccia con questa registrazione, te lo dico, non è che ti registro e dopo, di questa registrazione, faccio quello che voglio a vita. Ne parliamo, ne discutiamo, tu ascolti prima di pubblicare”. Per dirti, adesso sto facendo la raccolta della memoria delle botteghe storiche della città di Treviso, quelle che sono nate prima del bombardamento del 1944, e c’è chi mi ha detto “ma scusa, ma se io ti scrivo la storia e la legge un attore, almeno ha la pronuncia bella” e io “ma a me non interessa la pronuncia bella, mi interessa che tu racconti la storia, a me interessa che ci sia la tua voce”, per fare poi un piccolo podcast.

A seconda dell’epoca, il modo di accogliere è stato diverso: all’inizio era un modo di accogliere molto spontaneo, così com’era, e io mi ricordo delle signore che, per esempio sapevano che andavo a intervistarle, e le prime volte andavano dalla parrucchiera, ma poi si lasciavano andare; gli uomini, invece, com’erano erano, e quindi c’era anche questo modo diverso. Poi, quando mi conoscevano, mi accoglievano in qualsiasi momento. Adesso, c’è proprio il senso dei social, dell’esibire, deve essere perfetto quello che si dice; invece no, è proprio l’imperfezione che m’interessa. Se prima registravo su cassette da sessanta minuti (quindi avevo trenta minuti da una parte e trenta dall’altra), su trenta minuti facevo anche tre persone; mentre adesso, per portare a casa sette, otto minuti buoni, bisogna registrare quarantacinque, cinquanta minuti, perché tutto il resto è costruzione del personaggio, che poi va smantellata.

Chiaramente è cambiata l’epoca, quindi il contesto sociale, e man mano anche le persone…

Mio padre ha settantasette anni, mia suocera ne ha ottantaquattro e né mio padre, né mia suocera, sanno cosa sia Internet, non hanno accesso ai social, perché hanno una vita per cui non serve. Mio padre usa il computer per scrivere musica e basta. Io la differenza la vedo, loro sono molto più veri, diretti: quello che devono dirti te lo dicono, fai una domanda, loro ti rispondono; non c’è il retropensiero di chi invece usa il web.

Diciamo che se si è inseriti in questo contesto, con i commenti facili, in spazi dove tutti possono dire tutto e si ha accesso a tutto, ci si frena su certe cose ed è tutto un po’ più costruito e meno spontaneo. Però, hai avuto la fortuna di poter intervistare, a suo tempo, qualcuno molto prima dell’avvento dei social. Hai raccolto storie, racconti, canti. La musica invece?

Io ho tenuto il più possibile l’originale, in quanto, da noi, si svolgeva tutto su un un’armonizzazione semplicissima: primo grado, quinto grado, a volte si passava nel quarto grado. Non ci sono giri armonici particolari in questo repertorio, si svolge tutto nelle tonalità maggiori, in una base armonica composta da tre gradi, circa. Poi è chiaro che, per dire, a volte la fisarmonica raddoppia la voce, a volte non la raddoppia, a volte tengo il tempo, a volte magari tengo gli accordi: queste cose le ho scelte io, con la mia base interpretativa.

C’è stata un’epoca in cui, a ricercare, era gente analfabeta musicale, che non sapeva scrivere e neanche trascrivere, quindi la maggior parte delle volte, nei libri, le melodie sono sbagliate: a volte sono sbagliati i tempi, a volte sono scritti in 6/8 ma in realtà è un 3/4, o viceversa, altre volte invece è scritto in 2/4 ma in realtà è un 6/8, oppure, tante volte, magari andavano a registrare la signora del paese, ma senza rendersi conto che cantava da secondo, perché si cantava a due voci. Poi c’era un bordone, un basso bordone, però diciamo che andavano a due voci. Se tu hai una persona alta, con il viso lungo, ha sicuramente una voce grave, non ha una voce acuta, quindi non va su “da usignolo”, ma resta a cantare sotto. Quella persona è chiaro che, se ti riporta una melodia, non è quella originale perché qualcuno ci cantava sopra ed è una seconda voce. Questa cosa qua io la intercetto subito, appena trovo una partitura, perché ho una formazione classica.

Le canzoni si spostavano anche con gli ambulanti che passavano per le case: magari venivano a impagliare le sedie, e quello che impagliava le sedie stava lì due o tre giorni e cantava. Quelli della famiglia imparavano la canzone, poi l’ambulante andava via e se la ricordavano così così, e allora cambiava un po’ il testo, perché magari era incomprensibile. Per esempio, La mé morósa vècia (La mula de Parenzo) dice “Tutti mi dicono bionda, ma bionda, io non sono. Porto i capelli neri, neri per fare l’amor”: qui non si capisce perché sia “neri per fare l’amor”, quindi diventa “neri come il carbon”, perché manca la comprensione del testo. In realtà, il motivo sta nel fatto che le donne impegnate andavano via con il capo coperto, e quindi i capelli non schiarivano con il sole: dire “bionda”, era come dire “una poco di buono, una donna libertina”. Per cui, nel canto, la strofa rivendica il fatto di dire “io non sono una donna libertina, sono una persona fedele”. Questo è il senso, ma era incomprensibile a chi, poi, l’ha trasformato con “neri come il carbon”. Si tratta di andare ad analizzare cosa si dice, come lo si dice, vedere.

Noi abbiamo tanto del canto triestino, io ragiono sulla pianura dell’alto Adriatico, che riguarda l’Istria fino al Polesine, quello è il mio ambito di ricerca. Poi sì, la montagna è bellissima, ci faccio ricerca, però, nel momento in cui devo portare fuori un repertorio, lo porto fuori sulla pianura, perché la conosco meglio ed è tanto diversa, perché la montagna cantava diversamente.

Anche le case in montagna erano più piccole, mentre qui da noi, in pianura, si abitava anche in venticinque, trenta, ma anche quaranta persone nella stessa casa. C’erano delle microsocietà, che avevano il loro repertorio: pensa che le ninne nanne erano tipiche della casa, non della mamma. Il bambino doveva crescere con la sonorità di quella famiglia, non te la portavi dalla tua. Infatti, quando dicono “da noi”, io dico “da noi dove?”. Nello stesso paese, a due o tre chilometri di distanza, i canti erano completamente diversi, ma anche le storie, le abitudini.

Il tuo è un approccio più conservativo, pur con la consapevolezza delle tue conoscenze musicali derivanti dalla tua formazione classica…

Sì, mi piace che la sonorità resti il più possibile fedele a quella che era. La maggioranza trasforma questo repertorio, e qualcuno lo trasforma anche in modo molto bello, per cui non vado a competere, in un certo senso, sulla trasformazione, ma vado alla fonte. Io non sono per la non costruzione, tant’è che mi è capitato di fare delle serate con un musicista di musica elettronica (quindi sintetizzatori, rumori ambientali e così via) e mi è piaciuto tantissimo: da musicista, trovo molto stimolanti queste cose. Tuttavia, nel momento in cui ti porto la storia, mi piace portartela così, nel modo più oggettivo possibile, pur non avendo un approccio nostalgico, che invece ho avuto quando ero più giovane e non ero in grado di fare analisi storiografica. All’epoca, mi mancava la base di storia e antropologia: nel momento in cui le persone mi dicevano “Prima si stava bene, era bello” io ci credevo, poi ho cominciato chiedere loro se sarebbero tornati indietro e rispondevano di no.

A quindici, sedici, diciassette, ma anche a vent’anni, eravamo ragazzini molto locali, invece, adesso, i ragazzi di vent’anni hanno viaggiato tantissimo, pensa solo agli Erasmus, agli scambi culturali, al fatto delle lingue a scuola. Prima, già dover andare a Padova (che è a 50 km da qui) era una gita, mentre adesso parto e in 40 minuti sono lì, punto. Mio fratello abita a Brema, se decido che voglio andare una settimana lì, prendo le mie cose e vado, sono 1300 km. Si sono accorciati gli spazi. Se alla mia epoca andavi al mare, ci stavi una settimana; adesso in 40, 45 minuti vado al mare, anche la mattina se non ho voglia di camminare qua, parto alle 5,30, vado a camminare in spiaggia e poi ritorno. All’epoca in cui ero ragazzina, nessuno avrebbe mai fatto una cosa del genere. Allora, anche la storia orale era una disciplina recentissima, perché si è cominciato a registrare, qui da noi, negli anni Settanta: in questo momento, io sono considerata tra i vecchi ricercatori. Quando arrivo a fare qualche lezione, chi non si è informato pensa che io sia più vecchia, per via di tutto questo mondo.

Adesso, poi, con gli strumenti nuovi, con lo studio e così via, negli ultimi quindici, venti anni, è diverso. La questione è molto meno poetica e molto più critica, soprattutto quando è cominciato, qua da noi, questo populismo dell’identità: lì ho cominciato a dire “No, fermi tutti. Non è così”. Per dirti, il conservatorio di Castelfranco Veneto ha istituito la cattedra di musica tradizionale veneta e io sono insorta come un’aquila: non esiste la musica tradizionale veneta, non esiste come tradizione, perché “tradizione” significa letteralmente, etimologicamente “traghettare da una generazione all’altra”. Le cose che loro insegnano sono morte prima della Seconda Guerra Mondiale e, già alla fine degli anni Quaranta, non c’erano più: quindi tu non stai traghettando da una generazione all’altra, ma stai riesumando qualcosa, è come fare archeologia. Questa cosa è pericolosa, perché se non hai una direzione, se non hai una motivazione seria, crei dei disoccupati; sostanzialmente è sempre un’accademia. Eppure, io mi occupo di questo da trent’anni e dovrei esserne felice; in realtà, sono molto critica. Oppure, per esempio, una delle battaglie che ho fatto è stata sui canti di trincea: in trincea non cantavano. Anche solo avendo visto un documentario, aver letto qualche libro o aver sentito parlare qualche storico di come era la vita in trincea, non puoi pensare che ti mettevi con un maestro davanti a dirigere e tutti, a quattro voci, a cantare: non è quello cantare in trincea. Quindi, anche su queste cose, io sono molto rigorosa: dì le cose come stanno quando sei su un palco o in cattedra, poi ognuno le interpreta come vuole.

Francesca GalloViste le premesse, quindi, secondo te, fino a che punto possono essere comprese, nei giorni nostri, le vere tradizioni popolari?

Possono essere comprese fintanto che ci sono dei simboli ai quali ci si può appigliare: se io ti dico che vivevano in quaranta persone in una casa colonica, tu non te lo puoi immaginare, se non hai in mente cos’è una casa colonica qua. Se non c’è più una traccia di una casa colonica, te la immagini, magari, come una corte nel basso Piemonte, in Emilia Romagna, o un casale in Toscana: ti crei un’immagine, ma non è quella reale. La stessa cosa vale per la musica. Questa musica è di metà Ottocento, ma la fisarmonica non c’era a quell’epoca: c’erano quelli che adesso chiamano, nel Centro-Sud Italia, organetti e che, nell’alta Italia, si chiamavano armoniche (c’era l’armonica a bocca e l’armonica a mantice, che, qua da noi, semplicemente, non avevano nella loro costruzione le tonalità minori e il giro armonico in minore). Nel momento in cui tu hai una fisarmonica, una chitarra o un violino, puoi farlo il giro minore, è bello e ti dà tantissime possibilità ma, all’epoca, non poteva essere così, perché lo strumento con cui suonavano non ce l’aveva. Capiamo realmente com’era quando suoniamo uno strumento che non ha quelle possibilità, oppure vediamo una cosa, o sentiamo parlare le persone: perché se tu non senti la voce di quelle persone, come loro parlavano e soprattutto dove mettevano i silenzi, non puoi comprendere fino in fondo.

Nella mia bottega, ho appeso una lavagnetta, quando ho aperto quindici anni fa, con l’idea che ogni settimana avrei cambiato la frase. Scrissi questa frase che mi rappresenta: “La tradizione è custodia del fuoco, non venerazione della cenere” (attribuita a Gustav Mahler). Poi, non l’ho più cancellata, perché non mi viene da scrivere nient’altro.

In Sardegna, o nel Sud Italia, e nel Centro per altri versi, oppure in alcune valli piemontesi, hanno una tradizione che non è mai morta. In Sardegna, spesso, i bambini sognano di entrare nel gruppo folk, perché fa parte della famiglia, della comunità; oppure penso all’Alto Adige, dove si vestono con costume tradizionale tutte le domeniche: per loro è normale così, mentre per noi, vestirsi con un costume pseudo-tradizionale è folklorismo. Quindi, fintanto che rimangono delle tracce e fanno parte di te, le desideri; mentre quando le tracce non ci sono più e appartengono a un qualcosa che è finito, non ce l’hai più come desiderio, perché il desiderio nasce dall’esperienza personale. Come il cibo. Per esempio, qui da noi, alla vigilia, che sia di Natale o di Pasqua, si mangiano i bigoli conditi con le acciughe: è una tradizione che c’era in tantissime famiglie. Se tu ce l’hai come tradizione, ed è vigilia, mangi i bigoli in salsa, se invece la perdi, mangi quello che vuoi. Per me è un sacrilegio mangiare il kebab alla vigilia, per esempio. Dipende da quello che vivi.

Per quanto riguarda il tuo lato artigiano, essendo anche musicista, probabilmente hai una sensibilità spiccata nel capire quali possano essere le necessità di un fisarmonicista. Ma come capisci realmente quale albero e quale fisarmonica è quella giusta per te o per gli altri musicisti? La fisarmonica deve essere una sorta di estensione del proprio corpo per una perfetta sintonia?

Tra le varie cose che ho studiato, c’è anche la Tecnica Alexander, che è una tecnica di consapevolezza del corpo. Da lì, ho fatto vari studi sul corpo e, soprattutto, su tutta la muscolatura che viene impiegata dai musicisti nei vari tipi di strumento.

Per quanto riguarda la fisarmonica, nel momento in cui io costruisco, ci sono delle parti che sono vincolate, e le devi fare in un determinato modo. Tutto quello che non è vincolato lo adatto ergonomicamente al musicista, in base alle mani, al modo in cui parla, alla postura, ai movimenti: cambiano completamente il peso dei tasti, l’attacco della voce, la meccanica dei bassi (quanto è larga o stretta), la posizione del porta-bassi, le cinghie. Quindi c’è una base, e poi, da questa base, la fisarmonica viene cucita su misura, a seconda di come è il musicista: io dico sempre che è un incontro tra il musicista e lo strumento. Sono più i “no” che dico, rispetto ai “sì”, nella costruzione. Tantissima gente mi chiede se posso fare la fisarmonica, ma magari rispondo che non hanno bisogno della mia fisarmonica e li mando dai colleghi a Castelfidardo indicandogli la ditta dove, secondo me, trovano quello che gli piace: 99 volte su 100, ritornano a ringraziarmi. Io, una cosa che non ho proprio è il senso della concorrenza: per me non esiste una fisarmonica uguale a un’altra, ma esistono fisarmoniche simili. Chiaramente, nel momento in cui costruisci in serie, come fanno la maggior parte delle ditte di Castelfidardo, non puoi permetterti di fare cose diverse come faccio io, non è possibile, e infatti hanno costi e tempi di lavorazione completamente diversi.

Però, per me, è proprio un incontro: c’è chi è adatto a uno strumento e chi è adatto a un altro, come una macchina o un vestito. Io parlo sempre di colleghi nel momento in cui parlo di altri costruttori o altri riparatori, perché ognuno fa il meglio che può con quello che ha. Secondo me, ognuno di noi ha una particolarità, e la mia è quella di aver studiato il corpo. Quindi, nel momento in cui faccio una fisarmonica, il musicista se la infila e dice “Caspita, è mia!”.

C’era tutta una mappatura degli alberi, ma, per adesso, non tagliamo perché di legname ne abbiamo parecchio e la costruzione è pochissima in questo momento, proprio per questa difficoltà del musicista che spesso non sa quello che vuole. Mi ricordo che all’epoca in cui costruiva mio padre, arrivavano e gli dicevano esattamente quello che volevano, mentre adesso dicono “ha una fisarmonica delle sue da farmi provare?”. Ma non posso avere un modello per ogni tipo di repertorio: il jazz ha il suo, il classico ha il suo e così via.

Una cosa che non costruisco è la fisarmonica a bassi sciolti, perché ritengo che la qualità e la precisione degli strumenti che fanno a Castelfidardo sia molto alta, e preferisco collaborare con le ditte.

La manutenzione, la riparazione e i restauri li faccio in qualsiasi fisarmonica, ma non faccio il restauro o le modifiche strutturali a fisarmoniche di ditte attualmente in attività, tranne che per quelle che mi hanno autorizzato a farlo, altrimenti non sarebbe corretto.

Lasciaci un messaggio per i lettori, se ti va.

Secondo me, è proprio quella frase attribuita a Mahler “La tradizione è custodia del fuoco, non venerazione della cenere”, in tutto. Dove “tradizione” non vuol dire stare fermi, ma vuol dire “traghettare”.

Per esempio, io il primo corso sull’intelligenza artificiale l’ho fatto quasi due anni fa: lavoravamo con ChatGPT 2.0, appena uscita. Questo vuol dire essere una persona del proprio tempo, vivere questo tempo: io non posso stare fuori dai social, non posso non considerare l’intelligenza artificiale, non posso non avere il registratore più performante o non avere le attrezzature in bottega, che ci sono. Io devo stare al passo, ma avere la consapevolezza di traghettare una tradizione. Per dirti, noi, in laboratorio, abbiamo sempre puntato alla qualità e alla particolarità, alla mancanza, più che all’abbondanza. A me interessa dire “bene, va fuori uno strumento, è rappresentativo mio”, mentre se avessi dovuto ragionare sui numeri, avrei dovuto cambiare completamente, ma non sarebbe stato più il ceppo iniziale.

Devo portare avanti una tradizione adattandola ai tempi, e la stessa cosa vale per le canzoni. Io mantengo vivo questo fuoco della tradizione, portandolo nel mondo dove siamo. Che sia musica, che sia lavoro manuale, che sia storia, oggi, dove siamo, non si può continuare a lavorare con strumenti inadeguati.

Non è il fatto di andare via con gli zoccoli che mi permette di raccontare la storia di una volta, te la posso raccontare anche in tacco 12, basta che io sia consapevole di quello che sto dicendo.

Non rinnego neanche la musica elettronica, che mi piace tantissimo, e neanche il rock, perché ci sono gruppi stratosferici. Per esempio, mi piace anche l’operazione dei Modena City Ramblers, che, anni fa, hanno preso dei canti sulla Resistenza, li hanno rielaborati e li hanno portati sul palco: sono bellissimi. Sono operazioni che facciamo, basta essere, però, consapevoli che stiamo facendo un’operazione. Questo forse un po’ il messaggio.

 

Foto: Raffaella Vismara

 

Sito web: https://www.gallianoeploner.it/

Facebook: https://www.facebook.com/share/1KWXBgpsAx/

YouTube: https://youtube.com/@lartigianachecanta?si=TNdrMt6QWOgDLoaI

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA