Vi lascio questa intervista a Luigi “Grechi” De Gregori. Un viaggio che inizia da lui e da ciò che lo ha formato musicalmente, nella sua essenza di folksinger, e finisce con diversi spunti di riflessione sullo status della musica di qualità in Italia, e passa per il significato della rassegna “NOINONCISANREMO” (alla sua quarta edizione), che vuole accendere i riflettori su artisti che semplicemente meriterebbero più attenzione.
“NOINONCISANREMO” sarà a Roma il 24 febbraio, al Teatro Garbatella, e a Milano il 26 febbraio, all’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare.
Ringrazio infinitamente Luigi “Grechi” De Gregori per questa intervista ricca di stimoli. Buona lettura e buon ascolto!
“Luigi il crudele era caduto dal cielo, tutto d’un tratto egli era là… il girovago, l’imprevedibile che aveva per dimora la ferrovia e per atelier lo zaino… Luigi l’uccello, vagava sulla sua bicicletta per tutta la zona delle colline, era qui e là…” Queste sono le parole di Hermann Hesse (L’ultima estate di Klingsor), che hai scelto per la prefazione alla tua biografia, sul tuo sito. Quanto c’è di Luigi “Grechi” De Gregori in queste parole?
Avevo letto questo libro, L’ultima estate di Klingsor, e c’era la descrizione di questo Luigi, che aveva il mio stesso nome. Mi ritrovavo in tutto il romanzo, è stata una strana coincidenza: sembrava proprio che parlasse di me. C’è anche la bicicletta, quindi il richiamo alla storia de Il bandito e il campione. Anche se azzardato, mi è venuto normale metterlo come introduzione alla mia biografia.
C’è anche la metafora del viaggio, un viaggio che sia fisico o culturale, fondamentale anche per chi scrive…
Il viaggio è la prima fonte di ispirazione per tutto: per le poesie antiche, per la narrazione, basti pensare a l’Odissea e a l’Iliade. Bisogna viaggiare per avere qualcosa da raccontare. L’umanità è nata nomade, poi, il peccato originale è stato quello di diventare stanziali, di fare un recinto e dire “questa terra è mia”; ma il concetto della proprietà terriera è venuto molto tempo dopo la nascita della civiltà. L’uomo cerca il viaggio anche quando sta fermo e il ballo, secondo me, è cercare di viaggiare, stando fermi.
Da dove viene la spinta a raccontare storie, anche personali e di vita, su sonorità provenienti dal folk di stampo americano? È nata prima la passione per il folk o è avvenuto prima l’incontro con il Folkstudio?
Il folk americano mi ha appassionato perché, in realtà, è folk africano. Quello che fa della musica americana una musica diversa da quella irlandese, scozzese o inglese, è proprio questo essere cresciuta con un ritmo nero nelle sue ossa. Gli africani sono stati portati in America con navi organizzate dagli arabi per il trasporto di cavalli e buoi: erano uomini considerati solo per il loro corpo, venduti, comprati e fatti schiavi. Venendo da diverse parti dell’Africa, parlavano lingue diverse, quindi, una volta arrivati in America, per capirsi, dovevano parlare inglese, e parlavano questo inglese con un accento un po’ strano. Gli avevano proibito tutta la musica percussiva, perché con i tamburi potevano comunicare a lunga distanza e organizzare rivolte, per cui hanno dovuto inventare il banjo. Il folk americano non era dei bianchi o dei neri, ma era un linguaggio comune che veniva dalle canzoni di chiesa, perché era l’unica musica che potevano sentire i neri, come i poveri bianchi (chiaramente non c’erano la radio, la televisione, i concerti). Questa mistura tra gli inni religiosi, protestanti o cattolici, e il ritmo africano ha creato la musica che poi ha dominato in tutti i secoli in terra americana: sono nati lì il blues, il jazz, il folk, il country, il rock. Gli americani battono tutti i piedi in levare, non in battere: quello che ha portato la musica americana a essere quello che è, è il ritmo sincopato. Inoltre, i bianchi avevano le governanti nere: le canzoni che sentivano fin da bambini, avevano un ritmo afroamericano. Perciò, la mia passione per la musica folk americana viene dal fatto che questa è una musica di sintesi tra tutte le musiche degli emigranti americani: troviamo motivi ispanici, mediterranei, anglosassoni, germanici. Il successo della musica americana in tutto il mondo, deriva anche da questo.
La tua esperienza a Dublino, invece, ha inciso in qualche modo?
L’esperienza a Dublino è stata importante per i luoghi perché se in Italia era una novità avere dei posti in cui ascoltare musica diversa da quella della radio, nelle isole britanniche, in tutti i pub, si faceva musica folk ed erano pieni di persone. Questo ambiente sicuramente mi ha formato.
Prima che arrivassero da noi il folk e il rock (che è suo figlio), la musica era fatta dalle orchestre, come nel caso di Frank Sinatra e dei grandi cantanti classici. La rivoluzione del rock è stata suonare alla maniera popolare, da osteria: due o tre persone con qualche tamburo e qualche strumento a corda, senza un direttore d’orchestra, con la creazione collettiva. Questo è cambiato a cavallo della Seconda Guerra Mondiale.
Insieme a Ezio Guaitamacchi sei il direttore artistico di “NOINONCISANREMO”, organizzato da I Giovani del Folkstudio. Da dove nasce l’esigenza di una rassegna annuale, alla sua quarta edizione quest’anno, che metta al centro la canzone d’autore?
Alla base c’è l’esperienza del Folkstudio, da cui ho preso anche il nome I Giovani del Folkstudio.
La domenica pomeriggio, Giancarlo Cesaroni (gestore del locale dopo il fondatore Harold Bradley) faceva il “Folkstudio Giovani”, in cui si esibivano giovani musicisti, per lo più cantautori.
Dovendo portare il suo cavallo da corsa all’ippodromo Capannelle proprio la domenica, affidava a me la direzione artistica. Io colsi l’occasione per mettere mio fratello, Francesco De Gregori, per la prima volta su un palco e farlo suonare davanti a un pubblico. Al “Folkstudio Giovani” si sono esibiti poi anche Antonello Venditti, più tardi Stefano Rosso, Mimmo Locasciulli e numerosi rappresentanti della canzone d’autore che gravitava intorno a Roma.
Anche gli artisti che faranno parte dello spettacolo al Teatro Garbatella di Roma (il 24 febbraio), vengono fuori da undici, dodici anni di programmazione in un paio di locali romani, dove facevamo una serata al mese dedicata alla canzone d’autore. La scelta ricade su artisti che non aspirano agli stadi, ai palasport o alla musica commerciale, ma che pensano in termini folk, inteso come lo spirito con cui si fanno queste cose e libertà espressiva, oltre che come gli obiettivi che un artista si pone (che non sono quelli commerciali).
Tra l’altro quest’anno, per la prima volta, lo spettacolo sarà anche in trasferta a Milano…
Sì, io ho vissuto a Milano per più di vent’anni e ci ho suonato. Conosco benissimo tutto l’ambiente musicale milanese. Questo, tra l’altro, è il primo anno anche che portiamo I Giovani del Folkstudio in un teatro, a Roma. Prima si svolgeva in un locale ed era una situazione, fisicamente, molto diversa. A Milano, invece, sarà nell’Auditorium di Radio Popolare, che è un posto che ho visto nascere, con la direzione artistica di Ezio Guaitamacchi. Con lui ho collaborato tanti anni fa, quando organizzava dei folk festival di musica americana e bluegrass e io facevo il presentatore, o “Maestro di Cerimonie” (Master of Ceremonies), come si usa dire nell’ambiente country.
Quindi, ci conosciamo da tanti anni e abbiamo gusti comuni. Mi è sembrato naturale portare a Roma e a Milano, due capitali della musica, questa iniziativa garbatamente alternativa a Sanremo.
Lo scopo fondamentale non è quello di fare guerra a Sanremo, ma, piuttosto, di mettere una pulce nell’orecchio e migliorare la programmazione del festival degli ultimi anni. In passato, sia pur nell’ambiente commerciale, ha portato delle canzoni ben scritte, oltre a ospiti di valore come Louis Armstrong, per dirne uno. Io lo seguo da quando ero bambino, ho visto la vittoria di Papaveri e papere di Nilla Pizzi: una canzone eccezionale che sarebbe piaciuta moltissimo a Elio e Le Storie Tese, per esempio.
A proposito, Il bandito e il campione, da te scritta, ha vinto la Targa Tenco nel 1993…
Sì, quella è una storia vera, che mi fu raccontata da un amico, di due personaggi famosi a Novi Ligure: Costante Girardengo, campione ciclistico che in realtà conoscevano tutti, e Sante Pollastri, il bandito gentiluomo, temuto da tutti in città.
I tempi cambiano e si raccontano storie differenti. Attualmente, secondo te, cosa ha da offrire il panorama cantautoriale?
Come provo orgoglio per aver portato Francesco per la prima volta su un palco, provo lo stesso per aver fatto suonare Lucio Corsi, prima che diventasse famoso con Sanremo, volendolo sul palco dei Giovani del Folkstudio. Lui suonava in piccole formazioni, da solo o in duo, in giro per l’Italia già da dieci anni, per cui aveva fatto già una bella gavetta. Scrive canzoni che mi sono piaciute da subito, al primo ascolto. Senz’altro rappresenta una novità e un miglioramento di qualità eccezionale: nella sua esibizione a Sanremo ha dato l’idea di un vero artista, che sa alzarsi dal pianoforte senza perdere una battuta, prendere in mano la chitarra e finire la canzone con uno strumento diverso. Questa cosa, fatta in una serata così prestigiosa, dà prova di una professionalità superiore. Come ho scoperto le potenzialità di Francesco De Gregori tanti anni fa e come mi sono appassionato alla musica di Lucio Corsi, mi appassiono ad artisti, più o meno giovani, come quelli che porteremo sul palco di “NOINONCISANREMO”: che lavorano seriamente e hanno in mano buone carte, ma che hanno bisogno di una gestione della musica più competente, da parte di chi la conosce. Mio fratello, tanti anni fa, mi disse che se fosse andato adesso a fare il provino per una casa discografica, con le sue canzoni di successo, gli avrebbero detto che non avrebbero venduto.
Qual è stata la risposta, da parte del pubblico, nelle edizioni precedenti di “NOINONCISANREMO”?
Nel locale dove per più di dieci anni abbiamo fatto la programmazione di una serata al mese, avevo scelto il giorno più infame di tutti: il martedì. Ero sicuro che mi avrebbero dato la possibilità di gestire la serata, perché il martedì il locale era praticamente vuoto. Negli anni è diventato abbastanza affollato e quando, quattro anni fa, abbiamo fatto la prima serata di “NOINONCISANREMO” ho visto il pubblico crescere. L’ultima volta era pienissimo.
Non solo il pubblico è cresciuto numericamente, ma anche come qualità di ascolto, perché in un locale dove si beve e si mangia, ascoltava con attenzione e in silenzio, invece di vedere la musica solo come sottofondo.
A proposito del Folkstudio o di altri locali e club in giro per l’Italia, secondo te, in che modo la chiusura dello storico locale di Roma nel 1998, e la scarsità, in Italia, di locali simili per “dichiarazione di intenti”, ha inciso sulla sorte della musica d’autore e del folk?
Certamente se ce ne fossero stati di più, ci sarebbe stato un altro circuito, per quanto ci siano dei locali, come il FolkClub di Torino (grande come poteva essere il Folkstudio), che va avanti e resiste facendo musica internazionale di grande qualità, ma di cui nessuno ne parla. Franco Lucà, che era il gestore del FolkClub, era amico di Giancarlo Cesaroni: c’era una collaborazione con il Folkstudio e un giro di artisti comune. Adesso c’è Paolo Lucà, il figlio di Franco, che ne continua la gestione. Per cui, c’è qualche realtà che sopravvive facendo una buona programmazione, pur senza avere spazi enormi: anche perché l’ascolto della musica richiede un po’ di concentrazione.
Sappiamo bene che la tua propensione ai live supera di gran lunga quella per i dischi: d’altronde, le sensazioni e l’energia che regala la musica, sono amplificate in un concerto dal vivo e in presenza.
Certamente, la musica nasce così. Io ascolto molte cose, musica da tutto il mondo, e anche jazz e musica da camera. Scopro cose bellissime, come che nel Madagascar c’è una musica incredibilmente bella. Ma è un paese povero e privo di un sistema mediatico come può essere il nostro. Ho visto dei musicisti di strada con intorno gente di tutti i generi che sta in silenzio e ascolta rapita la loro musica: dove non esiste altro che la musica dal vivo, c’è un ascolto rispettoso che commuove.
Il tuo ultimo progetto discografico è Sinarra (2021), ma c’è qualche possibilità che ci regali nuove uscite?
Sì, Sinarra è l’ultimo in ordine temporale e, in realtà, è l’ultimo anche perché non ne farò altri. Potrei avere ancora tante cose da dire, ma preferisco far suonare gli altri e combattere questo tipo di crociata. Ho sempre sognato di fare l’autore: scrivere e far suonare le mie canzoni ad altri.
Hai qualche consiglio da dare agli artisti emergenti?
Il consiglio che do agli emergenti è di volare basso, di non pensare ai grandi spazi e ai grandi numeri, ma di cercare di incontrare un pubblico più ristretto, anche se è difficile, perché pochi posti propongono musica dal vivo. Io per tanti anni ho fatto così, la vita da folksinger. Era difficile, significava viaggiare scomodi e dormire sui divani, ma mi ha dato molto: mi ha dato amici in giro per tutta Italia e non solo. Quindi, consiglio ai giovani di seguire questo tipo di strada; poi, naturalmente, quando uno diventa bravo, prima o poi arriva qualcuno che se ne accorge e che gli dà credito.
Lasciaci un messaggio per i lettori, se ti va.
Venite ad ascoltarci a Roma e a Milano, se potete. L’anno prossimo vorrei che fosse una settimana di musica in tutta Italia, per togliere un po’ di spazio a quello che viene dall’alto e partire dal basso. Un proverbio dice “L’ora più buia è quella prima dell’alba”.
DISCOGRAFIA
Accusato di libertà (PDU, 1975-1976)
Luigi Grechi (PDU, 1977)
Come state? (PDU, 1979)
Dromomania (CBS, 1987)
Azzardo (autoprodotto, 1999)
Girardengo e altre storie (Sony Music, 1994)
Cosivalavita (Sony Music, 1999)
Pastore di nuvole (Sony Music, 2003)
Campione senza valore (autoprodotto, 2005)
Ruggine (autoprodotto, 2007)
Angeli e fantasmi (autoprodotto insieme a Paolo Giovenchi, 2012)
Tutto quel che ho (autoprodotto, 2015)
Sinarra (autoprodotto insieme a Paolo Giovenchi, 2021)
SITO WEB: https://www.luigigrechi.it
SPOTIFY: https://open.spotify.com/intl-it/artist/6CSd03M8TsRBxvWWe48Z8T