Cercatore di Traccia

Intervista a Rinaldo Doro

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Rinaldo Doro - Suisio - PH G.C. BrunelliQuesta volta ci spostiamo nel Canavese, in Piemonte, da Rinaldo Doro. La sua passione per l’etnomusicologia nasce nei movimentati anni Settanta, quando si trova a convivere con quella per il rock progressivo. La sua ricerca, tutt’oggi aperta, lo porta a raccogliere una serie di spartiti e strumenti, che diventano i protagonisti di spettacoli, concerti, conferenze, libri e articoli che varcano i confini nazionali.

Ringrazio moltissimo Rinaldo Doro per avermi concesso questa intervista.

Buona lettura.

Prima lo studio del pianoforte classico a soli dodici anni, poi l’amore per il rock progressivo negli anni Settanta e, infine, l’incontro con Amerigo Vigliermo e il Coro Bajolese dedito alla ricerca della tradizione orale del Canavese. Come hai capito che quest’ultima sarebbe stata la strada da percorrere?

Diciamo che ho percorso due vie parallele, una all’insaputa dell’altra perché, a quell’epoca, l’ambiente del rock, che io ho continuato a frequentare con altri gruppi, e quello del folk non si parlavano, si guardavano con sospetto. A Bajo Dora c’erano una ricerca e un’ attenzione alla tradizione molto rigorose e il mondo del rock reputava lo studio delle musiche popolari una cosa “da vecchi”: erano così gli anni Settanta.

La musica popolare, come si chiamava allora, l’ho conosciuta nel 1978 perché c’era il mio vicino di branda, quando facevo il militare, che suonava proprio il violino tradizionale ed è stato lui a instradarmi. Quelli erano i tempi in cui venivano fuori le cosiddette valli occitane, lui veniva da Savigliano e suonava quei repertori: per me è stata una sorpresa.

Poi, durante una licenza nel novembre dello stesso anno, conobbi Amerigo Vigliermo. Mentre frequentavo il coro, continuavo a fare ricerche per conto mio, perché mi interessavano i cosiddetti ballabili e la musica strumentale che, secondo me, non erano stati molto battuti nella nostra zona e sono ancora oggi da esplorare. Andai anche a comprarmi i dischi dell’Albatros e seguii tutte le pubblicazioni di Roberto Leydi.

All’epoca, la questione della musica tradizionale era molto viva. Mi ricordo addirittura degli scontri e delle contestazioni piuttosto accese al Cantè J’Euv di Bra e nei primi festival di musica popolare che si facevano in Piemonte: erano periodi caldi.

Gli eccessi non vanno mai bene, ma siamo passati dal troppo al, quasi, niente. Mi ricordo che all’inizio era un vanto ritrovare una monferrina o un canto che ancora nessuno conosceva, mentre adesso, nel giro del folk, si privilegia soprattutto la composizione. Una volta chi componeva era considerato di serie B, come dire “non non hai fatto lo sforzo di trovarti le cose”; oggi, invece, sembra che andare a fare ricerca sia quasi un demerito: è incredibile come si siano rivoltate le situazioni.

Io sono convinto che ci vorrebbe, nei tempi odierni, un po’ più di carnalità: mi mancano quei tempi un po’ più combattivi. Adesso vedo che per soddisfare il pubblico basta poco e comincia a esserci il fenomeno dei gruppi che suonano con le basi, oppure con le registrazioni. Secondo me è un peccato perché la musica popolare vive proprio del musicista vero: io non suonerò mai due volte lo stesso brano alla stessa maniera, è impossibile. Anzi, dipende anche da chi mi balla davanti. Invece, purtroppo, la tendenza, anche per motivi pratici ed economici, è un’altra e ha già colpito altri tipi di musica: spero non colpisca anche il folk.

Pensi che ci sia qualche speranza di mantenere vivo l’approccio più tradizionale?

Io penso di sì. Sicuramente, rispetto al passato, abbiamo molti più mezzi di informazione.

Una volta c’erano i bollettini ciclostilati, i giornali tipo il “Folk Bulletin” o il “Folk Giornale” che erano delle cose molto artigianali, ma andavano a studiare un po’ di più certe questioni. Adesso, su internet, è facilissimo trovare qualunque cosa, però manca un po’ quello spirito.

Per tornare al rock, tutto questo ben di Dio che si ha a disposizione su internet e il fatto di poter ascoltare musica gratis sono ben diversi dalla fatica che facevo da giovane a spendere le 3000 lire per comprarmi un LP: andavo a scuola a piedi, risparmiando sul pullman, per accumulare le 50 lire e prendermi un disco, sperando che fosse bello.

Paradossalmente, ora è tutto più facile, ma non viene più la voglia di fare quello che facevamo. È un discorso che sento fare anche a tanti miei amici: abbiamo tutto a disposizione, ma non ascoltiamo più niente.

Lo stesso vale per la mia ricerca al giorno d’oggi: io avrei fatto carte false per trovare, negli anni Settanta, delle monferrine, delle curent, dei balli. Adesso, ho la casa piena di spartiti di queste cose, di gente che magari è morta, qualche collezionista, qualche famiglia di suonatori che mi regala l’archivio o qualche spartito che ho comprato in giro, e mi domando sempre dove fossero queste cose prima, visto che esistevano già, essendo tutte ottocentesche. Perché non le ho trovate all’epoca e le trovo adesso che interessano a pochissimi? Averle avute allora sarebbe stato molto più interessante.

Comunque sì, penso che ci sia speranza, futuro, ci mancherebbe altro. Credo che non ci siano mai stati così tanti giovani a suonare questo tipo di musica, quindi non la vedo male. Poi, io ho una visione abbastanza limitata al Piemonte e al Nord Italia. Non conosco bene la realtà del Sud e del Centro, però penso che ci sia un fermento piuttosto vivo.

Chiaramente, quel mondo di cui parlavamo, il mondo contadino o quello montanaro, non c’è più. Noi viviamo cento anni dopo, quindi facciamo quello che sentiamo nostro ed è giusto, perché non possiamo vivere come faceva un contadino a fine Ottocento o inizio Novecento. Da quel tempo, dobbiamo prendere il meglio e quello più utile per noi e per la nostra vita, e farlo nostro.

Rinaldo Doro - Milano - PH Roberto RossiDal punto di vista della ricerca, invece, secondo te c’è ancora qualcosa da scoprire?

Secondo me sì, parlo sempre per mia esperienza. Proprio in quest’ultimo anno sto facendo un lavoro insieme a Giuliano Grasso, violinista dei Barabàn e anche lui ricercatore, perché ho ritrovato un manoscritto, spuntato fuori da un antiquario, su un repertorio da ballo del lombardo-mantovano tra Settecento e Ottocento. Questo repertorio non si trovava da nessun’altra parte, ci sono dei balli che non abbiamo la minima idea di cosa fossero e, probabilmente, l’ho trovato perché è morto il signore che ce l’aveva in casa e i nipoti o i figli lo hanno messo sul mercato.

Ho trovato anche una serie di libretti di musica da ballo manoscritti, di due fratelli di Torino: sono libretti che risalgono agli anni Trenta, quindi il periodo tra le due guerre, e ci sono centouno monferrine. Se le hanno trascritte vuol dire che insieme a valzer, polke e mazurke c’era ancora un tipo di danza arcaica.

Quindi, adesso, vogliamo pubblicare, grazie all’editore che ha piena fiducia in noi (Atene del Canavese), questo materiale di cui ho la raccolta. L’ideale sarebbe scansionare tutti gli spartiti che ho e metterli online gratuitamente: credo che la storia vada condivisa, perché è di tutti e per tutti. Ci sono ancora tante cose che ignoriamo e che verranno fuori sicuramente, si tratta di un pezzo di storia italiana, e penso che salvaguardarla serva molto.

Io non ho studiato etnomusicologia, nella vita ho fatto ben altro. Le ricerche le ho fatte extra lavoro e, nonostante mi prendessero molto tempo, questa è una passione, quindi non è assolutamente un impegno gravoso.

Sono anche riuscito a recuperare più di un centinaio di strumenti antichi del territorio che spero finiscano poi da qualche parte, in un museo magari. Credo che sarebbe interessante, sia per gli spartiti, sia per questi strumenti, sapere che ci sono e che chi vuole può studiarli, in modo che tutti possano accedere a queste informazioni e non vengano cancellate.

La ricerca orale, invece, bisogna pensarla in un’altra maniera. Non siamo più ai tempi di Costantino Nigra o Leone Sinigaglia, ma neanche più ai tempi di Vigliermo o di Roberto Leydi. Tanto per dire, mio padre, che era del 1933, era un grande ballerino di boogie woogie e, come mia nonna, che era del 1889, non aveva la minima idea di cosa si parlasse se dicevo “monferrina”.

È un mondo molto arcaico e bisognerà fare ricerca orale in altri ambiti, ma c’è ancora una ricerca sociale da fare, con le nuove immigrazioni e i nuovi movimenti che sicuramente porteranno delle cose interessanti.

Mi viene in mente, per parlare di questo mélange, che nei nostri alpeggi non c’è più nessuno che vuole andare a fare la vita del montanaro perché è molto dura, e si sente parlare quasi solo marocchino, senegalese o maliano. Quindi chissà cosa succederà, è interessante pensare alle etnie che si mischiano in una vita tradizionale alpina, chi l’avrebbe mai immaginato? Io sono curioso di vederne gli sviluppi. So che, per esempio, a Cogne c’è questa coppia di coniugi rumeni, o forse uno albanese e uno rumeno, che nell’ultima casa del paese fanno dell’ottimo formaggio. Mi piace questa cosa. Con il lavoro di ricerca che abbiamo fatto proprio a Cogne abbiamo visto che, già all’inizio del Novecento, grazie alla miniera, si era realizzato il miracolo perché sono arrivati bresciani, bergamaschi, veneti e calabresi, che hanno creato una comunità unica, mischiando musiche e canti. Se già una volta si è creato questo crogiolo multiculturale, non vedo perché non si possa creare adesso.

E quali sono gli strumenti che hai ritrovato, legati in particolare a quel territorio?

Ho trovato un po’ di tutto, la stragrande maggioranza sono strumenti a mantice, come organetti e fisarmoniche, che da noi si chiamano armonia semitoun: un’ibridazione tra l’organetto e la fisarmonica con numerose varianti di accordatura e intavolatura.

Poi ci sono ghironde, pifferi, chitarre, mandolini, violini, e ci sono quelli che io chiamo gli strumenti “poveri”, che sono le raganelle, i flauti di corteccia e tutti quegli strumenti legati a un mondo naturale, che mi piacciono molto. Certi li ho fatti restaurare per farli funzionare, e certi altri no, ma li teniamo così.

Tra i tuoi progetti c’è anche una conferenza-concerto con gli strumenti legati alla non musica, come tu stesso li definisci.

Sì, ed è la mia branca preferita, perché lì si è scatenato l’ingegno umano, in un mondo in cui non era previsto spendere soldi e, anzi, bisognava farsi le cose da sé. È interessante vedere cosa siano riusciti a creare in passato con le cose povere che avevano a disposizione: dalle pentole ai cucchiai, ai mestoli, alle ossa. Chiamiamola pure non musica, perché non facevano delle melodie o delle armonie, però venivano usate comunque a fine musicale, segnaletico o di allarme o, ancora,  religioso, come le raganelle o le battole.

Si tocca con mano la storia: per me avere una raganella che ha fatto un signore centocinquant’anni fa in Val Chisone è come avere tra le mani un vaso etrusco. Il bello è questo.

Quando porti in giro questo tipo di progetto, qual è la risposta in genere? Immagino che le persone ne siano incuriosite…

Sembrano veramente provenire da un altro mondo. C’è una memoria e c’è una riconoscibilità dell’oggetto perché, poi, le persone vengono a chiedere e ricordano i nonni o quando erano piccoli, però non ce l’hanno sotto le mani: magari ne hanno sentito parlare, ma non lo hanno mai visto.

Una cosa che piace, quando lo facciamo nelle scuole, è il corno di stambecco, che i bambini, spesso, prendono per la coda di un dinosauro. Toccandolo con mano sentono quanto pesa e si rendono conto della potenza che hanno questi animali. E allora si riscopre un contatto arcaico con la natura e con una cosa che è conosciuta, ma viene travisata: è incredibile che sia più forte l’immagine di Jurassic Park, che quella dello stambecco, che comunque non è un animale estinto.

Abbiamo anche il pubblico dell’Unitre, che non è poi tanto differente dai bambini: è tutta gente più o meno della mia età che ha vissuto un periodo felice della storia, senza guerre, con il boom economico, e ha perso di netto il contatto con la civiltà contadina.

Siete sbarcati anche all’estero…

Ecco, questa è una cosa interessante perché si parla di contaminazioni.

Abbiamo suonato un po’ dappertutto: in Francia, in Spagna, negli Stati Uniti, in Ucraina e tutta Europa. Però, con la Spagna, e in particolare con la regione della Catalogna, abbiamo scoperto delle affinità sia nella lingua (molte parole in piemontese sono le stesse in catalano), sia nelle musiche e nelle canzoni. Circa venti anni fa, come Ariondassa, facemmo un lavoro con un importante gruppo della Catalogna, El Pont d’Arcalís, pubblicando il disco Del Piemont als Pirineus (2003), per far vedere, appunto, le similitudini che c’erano tra queste due regioni distanti.

Poi, abbiamo collaborato anche con gruppi savoiardi e con gruppi bretoni, ma come dicono i CCCP ci sono “affinità e divergenze”. Parlando per la mia esperienza, abbiamo sicuramente delle cose di confine con la Savoia e anche con il Delfinato, però con la Catalogna il legame è molto forte e non ci siamo spiegati il perché.

Beatrice Pignolo, la mia compagna, che insegna danza, ha tenuto qualche mese fa una lezione di danze piemontesi a Barcellona e hanno preteso che lo facesse in piemontese, per il fatto che era più comprensibile rispetto all’italiano: difatti l’hanno capita tutti, quando neanche in Piemonte, a volte, capiscono il piemontese. Vale anche per i canti: come scrisse Costantino Nigra, le ballate sono europee e anche d’oltreoceano perché, chiaramente, gli europei sono emigrati, portando le stesse storie in giro per tutto il mondo. Ma ci sono tantissime similitudini anche negli strumenti.

Questo, secondo me, è un aspetto da esplorare per il futuro: cercare di fare dei trait d’union tra gruppi italiani, francesi, svizzeri, inglesi, scandinavi, o magrebini, chi lo sa?

Potrebbe succedere di tutto, sicuramente abbiamo tante cose in comune come umanità, e spero che il futuro ci riservi delle sorprese in questo senso.

Rinaldo Doro - Milano - PH Roberto RossiL’organetto, invece, quando e come è arrivato nella tua vita?

C’è un nome e un cognome. All’epoca, nel 1977, qua da noi era uscito un disco di un gruppo che si chiamava La Lionetta e c’era Vincenzo Gioanola, che, tra i vari strumenti, suonava l’organetto: io non sapevo neanche che cosa fosse. Grazie a lui mi è venuto questo suono nelle orecchie che mi è piaciuto moltissimo e son partito con un organetto a due bassi della Hohner, con un mantice da 10 centimetri: non c’erano ancora gli organetti belli che ci sono adesso. Ho cominciato con delle cose tremende e mi ricordo che, all’epoca, in Piemonte, saremmo stati in sei o sette ad avere questi strumenti, non di più. Ero andato da Verde e, addirittura, il vecchio gestore voleva convincermi a prendere una fisarmonica, piuttosto che l’organetto, dicendo che non li usava più nessuno.

Nel 2014, il tuo lavoro di ricerca è stato riconosciuto con il titolo di “Cercatore di Traccia” dalla Rete Italiana di Cultura Popolare…

Questo mi fa piacere, ma io mi considero sempre un ricercatore della domenica. Ripeto: non ho studiato etnomusicologia e tutto quello che ho fatto è da autodidatta, con un metodo mio molto spontaneo, anche se la scuola di Bajo Dora qualcosa mi ha insegnato per andare ad approcciare la gente. Spero, appunto, che non si cancelli tutto quello che ho, che qualcuno usi questo archivio e lo tramandi.

Seppur da autodidatta, il tuo è un lavoro trasversale di ricerca, raccolta e divulgazione tramite libri, conferenze e concerti.

Sì, recentemente abbiamo fatto un CD dedicato al ballo al palchetto e ai riti: un lavoro che è stato anche narrato in un libro, diventando poi uno spettacolo teatrale in cui sono stati coinvolti dei giovani.

Adesso, andiamo a registrare una sorta di blogspot su un sito di racconti noir, con la storia di questo suonatore maledetto, Giovanni Aggeri di Casale Monferrato (il Paganini della ghironda), che ha una storia simile a quella del Faust. Lui diventa il più grande ghirondista di Francia, pur essendo un italiano, e, a un certo punto, se ne perdono le tracce. Dove suona lui il teatro brucia, oppure arriva un’inondazione e spazza via il palco, appare e scompare in Francia. Vince dappertutto, la stampa lo adora, ma muore in povertà, pur essendo stato ricchissimo, e scompaiono la moglie e lo strumento. E la tomba non esiste.

Questa storia l’abbiamo messa come appendice alla traduzione di Les Maîtres Sonneurs perché è una storia analoga: George Sand scrisse, nell’Ottocento, la storia di un suonatore di cornamusa talmente bravo che alla fine viene ucciso, per invidia o per rubargli i soldi, e tra la gente si era diffusa l’idea, per lavarsene anche un po’ la coscienza, che il diavolo ne avesse richiesto l’anima e che, quindi, era normale che uno così bravo venisse ucciso.

Se dovessi individuare un progetto in particolare, tra quelli a cui ti sei dedicato, che ti rende particolarmente fiero?

Il concerto e suonare per il ballo è sempre gratificante, perché comunque hai una risposta immediata del pubblico. Però, devo dire che la cosa che mi piace di più di questa ricerca è la creazione di un archivio sonoro e lo scrivere i libri, sempre comunque legati alla diffusione del repertorio storico presso il maggior numero di persone interessate.

Anche qui la tecnologia ci aiuta perché non dobbiamo più fare mille copie di un libro di cui poi, magari, molte rimangono invendute: se ne può anche fare una copia per volta, abbattendo i costi.

So che è difficile, ma sarebbe bello avere uno spazio televisivo, come c’è all’estero, dedicato alla musica popolare italiana, che, secondo me, è una grande carenza che abbiamo.

In Spagna, in Portogallo, in Francia, ma anche in Belgio, sia in radio, sia in televisione hanno grandi spazi.

Per ricapitolare, novità in arrivo?

Il libro con Giuliano Grasso su Luigi Compagnoni: questo manoscritto che abbiamo ritrovato, con musiche per danza di cui ne pubblichiamo centotrentacinque, ma ce ne sono molte di più dentro.

Speriamo anche di fare un altro progetto transfrontaliero Piemonte-Catalogna, magari più in piccolo di una volta, con il nostro progetto Banda Solìa e il gruppo catalano Ballaveu.

Poi, continuiamo a suonare, portiamo in giro questo spettacolo sul mondo del ballo a palchetto e continuiamo a scrivere libri, ho già in mente altri titoli.

Avrei anche il desiderio di trovare un regista che facesse un film sulla figura di Aggeri, tra il demoniaco e il misterioso: quest’uomo che arriva dal Piemonte, del quale non si sa nulla perché le prime notizie dicono che fosse già celebre nei teatri di tutta Italia, mentre sui giornali non viene mai menzionato, e non sappiamo neanche dove sia nato esattamente, perché sull’atto di morte c’è scritto “Royaume d’ Italie”.

Lasciaci un messaggio per i lettori, se ti va…

Faccio riferimento alla storia di Tajanda, che ho trattato nel primo libro che ho scritto: questo violinista che era uno dei militari italiani che avevano detto no ai repubblichini ed erano stati deportati in Germania. Dalla Grecia, lui si è trovato a Buchenwald e sarebbe stato destinato ai forni per il fatto che era molto magro (se non eri utile non sopravvivevi).

Era il più famoso violinista popolare del Canavese e suonava molto bene: i gerarchi si sono accorti di questo suo talento e lui si è salvato la vita andando a suonare alle feste degli ufficiali nazisti. Fu liberato, poi, dai russi e tornò a casa a piedi con questo violino.

La storia è un po’ più complicata ma, per farla breve, la morale che andiamo a raccontare anche nelle scuole è che la musica salva la vita: non disdegnate di saper fare qualcosa nella vita che vi piace e che vi può aiutare. Se Tajanda, arrivando da una cascina contadina e venendo da una famiglia che lo denigrava, non avesse saputo suonare il violino a quel livello, sicuramente sarebbe morto. Quindi la musica salva la vita. Con lui i militari presi tra la Grecia e l’Albania furono ventimila, ma ne tornarono otto.

 

DISCOGRAFIA

Ël Bal ëd la Còrda (Electromantic Records, 1994)

Il Tabernacolo dell’Onesto Peccato (SMC Records, 2001)

In Cerca di Grane (Folkclub-Ethnosuoni, 2005)

Del Piemont als Pirineus (Discmedi, 2008)

Campagne Grame (Folkclub-Ethnosuoni, 2009)

 

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