SEBA, la musica come silenzio della mente
Dentro “Hostage, Stuck in my head”, il debutto che trasforma il rumore interiore in voce
C’è un momento preciso, racconta SEBA, in cui ha capito che l’unico modo per far tacere il rumore nella sua testa era cantare più forte. Non per coprirlo, ma per ascoltarlo davvero…
Con Hostage, Stuck in my head, disponibile dal 17 gennaio 2026 su tutte le principali piattaforme digitali, il giovane artista originario di Quito (Ecuador) firma il suo esordio discografico: cinque tracce live pop-acoustic che non cercano effetti speciali, ma verità.nIl titolo è una dichiarazione emotiva. Hostage, ostaggio. Ostaggio dei propri pensieri, delle insicurezze, di quella voce interiore che spesso sa essere più severa di qualsiasi giudizio esterno. Ma è anche un atto di consapevolezza: riconoscere la prigionia è il primo passo per uscirne.
Registrato presso lo studio di produzione musicale e Art Center Mulino del Ronzone a Vinci (FI), l’album è un racconto autobiografico che attraversa amore, fragilità, depressione e crescita personale. Non c’è finzione, non c’è distanza: solo una voce che sceglie di esporsi.
La redazione di Strumenti&Musica lo ha incontrato per parlare di silenzi, paure e di quella musica che, a volte, sa diventare salvezza.
Il titolo del tuo album, Hostage, Stuck in my head, è molto evocativo. Quando hai capito che quella sensazione di essere “ostaggio” sarebbe diventata il cuore del progetto? Tu parli di una voce interiore che ti faceva sentire “meno di tutti”. Oggi, dopo l’uscita digitale, che rapporto hai con quella voce?
Ho capito fin dall’inizio che Hostage sarebbe stato il punto di partenza del mio mondo e della storia che volevo raccontare. Mi sono sempre sentito ostaggio di me stesso, chiuso in un isolamento dettato da quella ‘vocina’ che ancora oggi, a tratti, torna a sussurrarmi. Attualmente questa voce è ancora presente, ma ha smesso di condizionare le mie decisioni. Attraverso la musica, e l’arte in generale, combatto attivamente tutto ciò che alimenta le mie insicurezze; trasformare quel rumore in canzoni è stato il mio modo per riprendere il controllo.
Hai iniziato a scrivere musica e testi fin da giovanissimo, ma quei brani sono rimasti a lungo “tra le mura della tua camera”. Qual è stato l’input, la motivazione che ti ha spinto a condividerli?
L’idea di rendere pubbliche le mie canzoni è sempre stata latente nella mia testa; sapevo che prima o poi sarebbe successo, ma non riuscivo a individuarne il momento giusto. La svolta è arrivata grazie a Samuele Sperotto, mio collaboratore e chitarrista sin dal primo giorno. Lui ha creduto in me e in questo progetto dal primo istante in cui mi ha sentito cantare, aiutandomi concretamente a trasformare quelle bozze nate in camera in una realtà concreta.
L’album è costituito da cinque tracce live pop-acoustic. In un’epoca di produzioni digitali, la scelta acustica è una presa di posizione artistica?
Assolutamente sì. Abbiamo concepito l’album in versione acustica per renderlo il più autentico possibile: volevo un suono spoglio ma intimo, capace di far percepire la fragilità di ogni parola e la vibrazione nuda delle corde. Lo abbiamo registrato al ‘Mulino del Ronzone’, uno studio che ci ha trasmesso moltissimo e dove ci siamo lasciati trasportare dall’atmosfera circostante. Grazie ad Alberto Piva, il produttore che ha curato le registrazioni, siamo riusciti a creare un ambiente di lavoro stimolante che ha reso i brani ancora più veri e profondi.
Nel disco parli d’amore, depressione e crescita personale. Nella scrittura dei testi hai seguito un ordine cronologico che ha segnato la tua adolescenza oppure ti sei lasciato guidare dallo stato emotivo?
Le emozioni sono le uniche a comandare la mia musica. Ogni canzone è nata da uno stato d’animo specifico; ci sono stati brani iniziati in un determinato periodo e portati a compimento mesi dopo, in contesti del tutto diversi. Scrivo per necessità: se non avverto una vibrazione autentica dentro di me, non riesco a comporre né a trasmettere nulla. La cosa che amo di più del mio processo creativo è che spesso riesco a decifrare davvero ciò che provo solo nel momento in cui metto la parola fine al testo.
Sei originario di Quito, ma il progetto prende forma in Italia. In che modo le tue radici influenzano la tua sensibilità artistica?
È una domanda complessa, ma credo che le mie origini siano le fondamenta della mia passione. Mio padre mi ha trasmesso tutto ciò che conosco, insegnandomi per primo a suonare la chitarra; osservarlo mentre suonava con il suo gruppo mi ha ispirato profondamente, rendendo la musica una sorta di ‘casa’: un luogo sicuro dove proteggersi e ritrovarsi, ovunque io sia.
Molti giovani cantautori oggi parlano di fragilità e disagio. Cosa rende il tuo racconto diverso dagli altri?
Credo che l’unicità risieda semplicemente nell’essere se stessi. Tematiche come la fragilità appartengono a tutti, non solo alla mia generazione, ma il modo in cui ognuno di noi le vive e le esterna è strettamente legato al proprio vissuto personale. Io mi limito a raccontare la mia vita con onestà: spero che le mie esperienze possano creare un ponte con chi ascolta, facendo sentire meno sole le persone che si rivedono nelle mie parole.
Programmi per il futuro?
Il mio obiettivo principale è continuare a fare ciò che amo e connettermi con chi si sente coinvolto dalle mie storie. Al momento abbiamo formato una band di musicisti professionisti che ci sta supportando nella preparazione dei live previsti per l’estate. Soprattutto, stiamo già lavorando al mio secondo album, che vedrà proprio la collaborazione di questi fantastici musicisti. Ci sono molte altre idee in cantiere su cui sto lavorando insieme a Samuele e Alberto, e non vedo l’ora di poterle condividere con chi mi segue.