Castelfidardo: la storia vera di un accordatore di fisarmoniche

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Enrico Garbattini - accordatore“C’ho un mestiere che oggi è raro”…  Incontro Enrico Garbattini nella fabbrica della famiglia Pigini. Ora è in pensione, ma, qualche volta, ci torna per salutare gli amici. Filippo Pigini fondò l’azienda nel 1946: un anno dopo, a dodici anni, Enrico avrebbe iniziato a lavorarvi perché “a quell’era là non c’era possibilità di studiare e allora i genitori ti mandavano subito a lavoro. Ho iniziato su un po’ di ditte, prima con la meccanica e i bottoni, poi la tastiera, e poi dopo, alla fine, ho imparato ad accordare la fisarmonica”, mi spiega.
Siamo nelle Marche, a Castelfidardo, “la Città della fisarmonica e dell’Unità d’Italia” come si legge nel sito del Comune: lo strumento, per la presenza dei numerosi stabilimenti e per il Museo oggi in restauro; il Risorgimento per quella battaglia, che, nel 1860, permise l’annessione delle Marche e dell’Umbria al Regno di Sardegna.
Quando Enrico accetta di parlare con me, dalle finestre guardiamo distendersi un cielo plumbeo. Poco distante, gli operai stanno fabbricando fisarmoniche a mano, ma non come ha imparato a fare lui. “L’accordatura è molto complicata, perché ci sono due-tre elementi molto difficili da imparare con l’orecchio. Ma a quell’era là, quando io ho imparato, nel ’51, non c’erano le macchinette elettroniche, c’era il diapason”. Dal 1951 al 1960, Enrico lavora alla Victoria e, come mi spiegherà, deve imparare in fretta ad accordare lo strumento perché non può permettersi di perdere il lavoro. “Siccome io sono molto religioso e a casa non c’era da mangiare, non c’era niente, mio padre era sotto le armi, allora io ho sempre pregato Dio che mi aiutasse a imparare questo mestiere”. La Victoria dava tre mesi di tempo per imparare ad accordare, se non ci riuscivi, dopo quel periodo andavi a casa. Ma c’erano quei due-tre elementi che gli davano filo da torcere… “Le quinte, le quarte, le terze. I tremoli, sarebbero le vibrazioni, e quello lì è molto difficile farlo a orecchio perché devi contare tutte le battute. Questi tremoli, che noi chiamiamo musette, ce ne sono parecchi, dieci, dodici, in tutto il mondo” racconta, “era giunto il terzo mese e io non riuscivo a raccapezarmici. Il titolare della Titano Victoria, Adriano Picchietti, lui era accordatore, uno dei migliori, m’ha detto ‘domattina vieni su. Io ti do un tremolo, se non lo sai fare la porta è lì’. Io quella sera sono andato a casa, da Castelfidardo alle Crocette so’ tre chilometri a piedi, non ho cenato che non c’era quasi niente, sono andato a dormire, ho pianto tutto il tempo e ho pregato sempre. Alla mattina vado su che manco ce volevo andare. Me da’ sto tremolo, faccio sto tremolo, e lo do al titolare e prendevo la porta e uscivo via. Lui bestemmiava, attaccava la Madonna e dice ‘aspetta, famme sentì’. Sente ‘sta fisarmonica e mi dice ‘che t’è successo?’. Per me è stato un miracolo: se non riesci a imparare in tre mesi come fai a imparare dalla sera alla mattina?”
Negli anni Sessanta, Enrico parte per gli Stati Uniti, si sposa, ha due figli, poi, nel 1972, torna in Italia e comincia a lavorare con la ditta Soprani, quella fondata da quei visionari, che fecero partire tutto nel 1863, come leggenda vuole, da un organetto. A parte la necessità, questo lavoro è finito per piacergli anche se per suonare non ha mai trovato il tempo, neanche alla Excelsior, quando si era messo in testa di imparare qualche canzonetta da far ascoltare a chi veniva a visitare la ditta. “Mio fratello faceva il maestro di musica, era uno che o imparavi bene oppure… alla fine gli ho detto no, lavoravo sempre” ricorda, “la fisarmonica per me è lo strumento più bello che esiste sulla Terra” sorride appassionato.
Si capisce che per lui questo è diventato più di un lavoro perché ne parla come se fosse una persona. “Tutto mi piace, perché è il mio lavoro, è il mio mestiere. Ci sono cose della fisarmonica molto impegnative che solo l’orecchio può aggiustare”. Poi, precisa: “non è tutto merito mio, io ci ho messo la voglia di lavorare, il di più lo ha fatto lui, l’80%” (indicando con il dito Dio, ndr). Con Pigini, grazie al lavoro di accordatore, va in Cina e con lui visita anche la Grande Muraglia. “Ho visto cose impressionanti” che non riesce a paragonare con quelle viste in Italia, “una delle nazioni più belle del mondo con i governi più scadenti” ammette con amarezza, “io c’ho troppa età sennò me ne ero andato via un’altra volta dall’Italia, ma mia moglie… c’abbiamo i figli, i nipoti, siamo diventati bisnonni e da lasciare mia moglie da sola all’età che c’abbiamo, lei c’ha 80 anni e io 84, do’ vai più?”. Nonostante l’età, è ancora richiesto nell’ambiente. Capisco che non scherza quando accoglie la mia curiosità e mi fa ascoltare, con il permesso dei padroni di casa, come si accorda una fisarmonica: gratta l’ancia per variarne il peso, così, quando il mantice sposterà l’aria, la nota che uscirà sarà crescente o calante. Accenna il tremolo americano, italiano, inglese, tedesco; il più forte, lo percepisco anch’io, è scozzese, “uno dei più difficili”, ma lui li ha imparati tutti e ormai li sa a memoria.
“Ho lavorato giorno e notte fino a vent’anni fa, poi ho imparato a mio figlio e mi ha tolto la notte. Siccome mi è piaciuto sempre lavorare, ho un viziaccio, mia moglie dice che è un viziaccio, faccio collezione di monete e francobolli: c’ho quasi tutto il mondo”, mentre lo dice i suoi occhi brillano come se con questo si fosse guadagnato un riscatto in vita per non aver avuto nulla durante l’infanzia. “Ecco, questa è la mia vita” tira le somme prima di salutarci, deve andare a prendere la moglie con cui quest’anno festeggerà i 60 anni di matrimonio. Si sono conosciuti andando a messa nel 1958, quando c’erano ancora poche case, “uno sguardo oggi, uno sguardo domani…”. Aveva 23 anni, e, presto, sarebbe partito per l’America…