Eleonora Bordonaro: Vuci di fimmina e di salvezza
Dal rock ai canti di tradizione orale
sentu tuttu e sugnu sarva
nenti mi truzza nenti mi struppia.
Mi accendo quando canto,
sento tutto e sono salva,
niente mi sfiora niente mi ferisce.
Eleonora Bordonaro, da Vuci in Cuttuni e lamé. Trame streuse di una cantastorie
Mentre la Sicilia si riprende dal passaggio dell’uragano Harry e così sta… nuda, scoperchiata, piena di fango, sottosopra e presa a schiaffi da ondate spaventose inferte non dalla natura in rivolta ma dalla nostra stessa anima che si fa tempesta… io sento una voce…
Vuci
China
Leggia
Fridda e cristallina
Arraggiata
Schigghienti
Affucata
Sbalancata
Tagghienti
Affilata
Precisa e Netta
‘Mmicchiuta*
Solida [1]
Mentre Niscemi scivola tutta quanta giù, lembo a lembo, oltre una faglia con un crollo che regala all’Italia l’immagine più autentica della nostra epoca: una rocca di popolo friabile che frana in una sola notte laggiù… dove precipita ogni cosa, aldilà del confine tra ciò che l’errore umano è in grado di riparare, e dove avanza l’ignoto che incombe con tutta la sua furia… io sento un canto… di donne… che camminano in processione…
Versu lu ciumi
o la gran fossa
fora o Comuni
la prucissiuni
Fimmina.
All’alba e all’Avi
firriannu ‘ntunnu
a caminari
la prucissiuni [2].
E mentre il lutto pervade le acque tombali del Mediterraneo e il mondo rimpasta il suo cimitero di vinti con il sangue dei corpi senza sepoltura e vedo la Nike siciliana quasi sprofondare in mezzo al mare o quasi sopravvive a tutto questo schianto… sento una musica!
Non su tutti i stissi i varchi ammenzu o mari
Non è la stissa la vogghia di rimari
Non su tutti i stissi i varchi ammenzu o mari
Non è la stissa ’a forza di rimari
C’è cu pisca e cu si pigghia lu suli
C’è cu tira pani suli spuntò
U suli spuntò
Ppi la brama di picca s’astutò
Ppi tutti u suli spuntò
U suli spuntò
Ppi la brama di picca cunsumò [3].
La voce, il canto e la musica sono di Eleonora Bordonaro. Siciliana di Paternò, città di fondazione normanna che guarda l’Etna dal suo versante sudoccidentale, interprete dalle sembianze di donna antica che penetra e taglia l’attualità delle scene musicali contemporanee con i canti di tradizione orale della sua terra, con la poesia popolare dal repertorio sacro e contadino e con la tradizione dei cantastorie.
È il 2014 quando, nella sua città nata da lava e alluvioni, fonda la Casa Museo del Cantastorie, centro di produzione e creazione dell’arte della narrazione da cui lei discende per parte di padre[4]. Scavando da dentro la linea di discendenza maschile sgorga il racconto ricco di riverberi di un mondo femminile potente, intrappolato da secoli dentro un ricorsivo gesto di oppressione, di possesso, di massacro perpetrato in difesa di un deplorevole “onore” patriarcale.
Bordonaro canta e suona accompagnandosi con la chitarra, convertendo il senso di questa narrazione dolorosa: da testimonianza di una cultura della soppressione a manifestazione nitida dell’inizio di un nuovo ramo genealogico di cantastorie siciliane; da storia prima tutta infitta nel degrado della donna indocile a motivo di alta ispirazione per una liberazione fatta da vuci di fimmina!
Sentimi Rosa palora d’unuri
Su sinceri sti me palori
Tu si l’amuri mio
l’unicu ciuri
Ca mi sbucciau dintra lu cori
S’iddu non t’haju ppi spusa mia
T’ammazzu e ju
m’ammazzu appressu a tia! [5]
Bordonaro comincia la sua carriera come interprete di musica rock, jazz, bossa nova nei club di Milano, fino ai suoi trent’anni. Fino a quando Ambrogio Sparagna la sente cantare. E la Sicilia, in tutta la sua struggente essenza, la richiama e riappare in una rilettura incarnata e autoriale, tra sensualità intarsiata di leggerezza e antica irremovibile miseria:
Disidiru mangiari jancu pani
Disidiru manciari jancu pani
E non ni mangiu pi tanti janchizzi
Acqua disiu di frischi funtani
E non ni vivu pi tanti frischizzi
Disidiru li munti fari chiani
E di li chiani poi farini autizzi
Mi secuta cu voli secutari
La donna è vana e non teni firmizzi [6]
Quando la sento per telefono la prima volta, riconosco quell’irrequietezza sapiente di donna che parla di corpo come allarme di gioia, che nomina la voce come atto di festa del corpo, di musica come luogo di incantamento della realtà. E mi dice di un’infanzia in cui una linea d’amore e immaginazione divideva chi conosceva le parole di una canzone e chi non le conosceva, in cui il canto era mimesis di emissioni sonore care, dimora per una natura musicale in continuità con la gioia del vivere, memoria che si è nascosta per lungo tempo sotto strati di acculturazione moderna e che poi riemerge come piena poetica, contenuto e prospettiva, verità di relazione. Mi dice anche, sempre al telefono, di uno straordinario atto di resistenza poetica di cui lei è artefice: Eleonora salvaguarda, attraverso il canto, il patrimonio linguistico e culturale in via di sparizione di lingue appartenenti a parlanti considerati minori, ma che continuano a voler esistere tenacemente, in quell’affresco di caleidoscopica diversità, di vertiginosa qualità della Sicilia che è contaminazione, meticciato, risultato inafferrabile di esili, spostamenti, approdi[7]. Questa resistenza fatta di ricerca, viaggi di scavo in un’archeologia dell’anima multiforme, ricorda a tutte e a tutti che il monolinguismo o il mito delle lingue dominanti è perdente. La pluralità si fa uno: è questo il sunto commovente della storia di un’isola che è insieme abbraccio di accoglienza e terra di saccheggio [8].
Canta la Storia, dunque, Eleonora Bordonaro [9] e la canta in siciliano e nelle lingue piccole di quelli che non vogliono scomparire. Canta la Storia civile dell’esserci, compiendo artisticamente un viaggio a ritroso, verso casa, alla riscoperta del sacro dell’arte che è sempre un rammemorarsi, un ricordarsi dell’umano che vi era in origine.
Eleonora Bordonaro è autrice degli album incisi per Finisterre Cuttuni e lamé. Trame streuse di una canta storie (2017), Moviti ferma (2020) e del recente Roda (marzo 2024).
Cuttuni lamé. Trame streuse di una canta storie (2017)
In Cuttuni e lamé. Trame streuse di una canta storie, primo album solista edito da Finisterre con la produzione artistica di Puccio Castrogiovanni, tredici tracce alternano testi tradizionali e originali e la partecipazione dei musicisti siciliani di maggior talento: da Alfio Antico a I Lautari, da Seby Burgio a Mario Incudine. E ci sono le già citate Vuci e Desidiru manciari jancu pani, e ci sono anche Li fomni, le donne che rubano l’anima e portano alla pazzia, definite canaglie e streghe che avviluppano, malarazza di creature indocili e balorde, rovina degli uomini dai tempi delle Sacre Scritture.
O ami fad, ch’ suana ‘ntra ù maund, ch’ d’ fomni tant m’ fduama! La fomna è tanta birba, ch’ nia faund e a chieri nati nieuc tucc ù v’ duama. D’ prim m’ accarozza, e ps’ aund m’arrabba d’erma, e cau ch’ pusduama; uloss assei parder, e m confaun, pr’ quent è grena sta pazzja ch’ avuoma. S’ la segra sscrittura niuc dìuoma, ed osseruama ncò addaura gh fu, d’ cuòi greng ami, ch’aura parduama d’ Salamang, Sansuni e jeucc chiu, chi sapjaint, e chi d’ farza suama in da chi miser stat sar duggion, tutti quent l’ viest m’ sciunduoma, cumunzand dla testa fina ‘n giù. Cunchiud ch’ l’fomni suan birbi, suan tutti ma manjeda d’ cajardi. Cu macchiavelli, chiu assei d’la Tirbi* m’nchieccu a tucc sanz avair cardi; suan tutti na canegghia e mali scirbi, suan pessimi, r’versi, suan balardi, ch’en stet e suan d’ gh’ iami gren ruina; o ch’scattassu tutti na matina! [10]
Qui, proprio qui, in Cuttuni e lamé, si incontra pure Rosa. Rosa Balistreri [11]: co-madre e maestra di recupero di canti della tradizione popolare. Rosa: casa di ogni cantautrice siciliana, porta della resistenza da cui bisogna passare, capostipite di una genealogia di figlie che alla fine sanno reinventarsi diverse: libere figlie senza precedenti! E la Bordonaro riesce in Maria passa pii na strata nova [12] (canto molto diffuso in Sicilia e interpretato anche dalla Balistreri in Passa Maria) a passare anche lei per una strada nuova, con voce sola, nuda, furiosa di lutto e di autentica vocalità.
Maria passa pi ‘na strata nova,
La porta di un fìrraru aperta è.
O caru mastro cchì sta fannu a’ st’ura?
Fazzu ‘na lància e ttri pungenti chiova.
O caru mastru, non la fari a st’ura.
Ca ‘u stissi vi la pagu la maestria,
O cara donna nun lu puzzu fari
Unni c’è Gesu cci mìntinu a mmia.
O caru mastru mi nni duni nova
Unn’è lu figghiu amatu di Maria
O cara donna, lu vulìti asciàri
Lu stesso sangu v’impara la via [13]
Moviti ferma (2020)
Moviti è un ossimoro della lingua e del pensiero siciliani. Non significa “muoversi” ma “restare”. È una parola sotto tensione: va verso il partire ma anche verso il fermarsi, verso il desiderio e verso immobilità, verso l’affetto stabile di relazioni tra cose umane e non umane e verso la sconfitta di chi si spezza nel recidere la radice. Scrive così Bordonaro su motivi ferma: “è un’aspirazione e un destino. è il desiderio di scappare dal corpo quando non è regno… ma prigione. È il sentimento di tanti costretti ad andare via. È l’inganno di cose che sembrano simili e non lo sono, è il dondolìo di una culla e di una barca…”
Ferma
Mi movu ferma
Non aju jammi
Non aju vrazza
Sulu a facci è viva
Chiummu ntê spaddi
E catini la carina
Aggiuccata ntâ rrina
Sugnu unna ca non sbatti
Azziccata nô munnu
Radica nun crisci
Urricàta ô scuru
Simenza ca non spunta
Ammucciàta nt’ agnuni
Mi fazzu ùmmira ju stissa [14].
È l’album in cui tutta la vitalità autoriale di Bordonaro si fa strada, diremmo anche il più femminista per la rivelazione dell’essenzialità della presenza nel mondo delle donne, della loro storia di riti sempre uguali che è sempre e comunque storia di cura e trasmissione sapienziale. In questo album si rivela l’artista che combatte la battaglia per una società del femminile libero dall’oblio e fulgido per indipendenza. In Sprajammu di la luna Bordonaro usa la melodia classica che connota lo sdegno d’amore e l’umiliazione verso colei che ha osato rifiutare l’uomo, trasformandola in inno di autodeterminazione.
Purtamu frutti di nova cuscenza
Simenza antica, amuri nsichitànza
A cunvivenza, u preju, a nostra scienza
N’apprufittàti dâ nostra pacienza
Vinni lu tempu di lu nostru tempu
Lu nostru tempu ca nun cc’è cchiù tempu
Accunsintìti ccû mpocu i curaggiu
Ca senza i niàutri si finìu u viaggiu
Accunsintìti ccû forza e curaggiu
Ca senza i niàutri si finìu u viaggiu
Accunsintìti ccû mpocu i curaggiu
Ca senza i niàutri si finìu u viaggiu [15]
Roda (2024)
Esploratrice di isole linguistiche, Eleonora Bordonaro si dedica all’atto d’amore e di resistenza più puro verso idiomi antichi e moderni: li canta! Affinché possano sopravvivere alla voracità delle lingue dominanti, coloniali e tecnocratiche attraverso un’azione di cura attuale e illuminata[16]. Sono nove le tracce dell’album Roda che nasce dopo quindici anni di lavoro. In esso la musica elettronica si ibrida con gli strumenti della tradizione di San Fratello: le trombe dei Giudei, modello 1884 a un solo pistone, per gli arrangiamenti del coautore del progetto musicale Puccio Castrogiovanni.
Roda [17] nasce esclusivamente in dialetto gallo-italico, patrimonio della comunità ristrettissima di San Fratello che lo mantiene in vita molto orgogliosamente e vero protagonista del nuovo e recente lavoro discografico, parlato da non più di tremilacinquecento persone, tra giovani, vecchi e bambini. La raccolta include diversi canti provenienti da Nicosia, San Fratello e altri paesi (Aidone, Sperlinga, Montalbano Elicona), dove le comunità si comprendevano solo attraverso questo idioma.[18]
Scrive la Bordonaro: “Ai margini del bosco dei Nebrodi, di fronte alle isole Eolie, un borgo di antica colonizzazione normanna, in cui si mescolano popolazioni delle regioni del Nord Italia. Potrebbe essere paradigma di tutte le comunità delle aree interne per orgoglio di appartenenza, devozione alla tradizione, sapienza artigiana, fragilità idrogeologica, complessità sociale. Eppure è una roccaforte di originalità per peculiarità della lingua, superbo isolamento, unicum di tradizioni”. E ancora: “Nell’album si racconta un rito che si celebra a San Fratello: la Pasqua dei Giudei. Durante la Settimana Santa, dal mercoledì al venerdì santo, tra le strade del borgo fanno la loro comparsa musicisti, figuranti, acrobati, disturbatori dei riti sacri che impersonano gli uccisori di Cristo. Con le loro trombe suonano melodie militari, marce, danze, a ritmi e volumi esasperati proprio a intralciare e infastidire la passione di Cristo. Sono gli uomini del paese che in quel momento dell’anno possono vivere questa metamorfosi quasi carnevalesca, mascherati con costumi colorati, elmi, mantelli cuciti di paillettes o dipinti dalle donne. Oppure trasformati in animali, con pennacchi e code di cavallo. Dissacranti, ribelli, gioiscono accompagnando il passo mesto della processione funebre. Sodali, uniti, sono i sopravvissuti, quelli rimasti a tenere in vita un borgo la cui identità si afferma nella celebrazione perpetua del rito di rinascita”.
Ma perché i Giudei dissacrano il lutto per la morte di Cristo? In Giuriei, così viene risposto:
Ma sicam ni canuosciu la viritea ghj’auoma dir cam stean daveru li causi pi fer cisser munzagni e malignitea: Gesù fu mies n crausg u Venardì e nudd ô maun pulaia maginer ch’ô terz giuorn avoss arvinì. Ma ssa bella nutìzzia ai Sanfrardei chi fu ghji la cunfirea dì giuorn prima e u Merculdì ancìan li sträri di giuriei, chi, pi n’avar la pacianzia d’aspiter, anticipean la Pesqua di trai giuorn mittànnis a satarier e trumitijer pi la arana ch’arviniva u Patratern. E agliauri li sunäri dî giuriei ni son fätti p’atrager Mart e Passian ma ntô cuor e nta la mant dî Sanfrardei son cuntuntozzi pi la Rrisurrizzian. N’è veru nanqua chi fuoma causi strämi se prima di fer suner li campeuni mi divirtuoma a fer sgrigner li trumi! [19]
Roda è un dono da poter leggere e ascoltare in gallo-italico! Un dono di vera ricerca e passione per le cose piccole, difficili da trovare. Un dono sacro da raggiungere a piedi…
*****
Incontro dal vivo Eleonora Bordonaro a Ostia, sul tetto di quel teatro della resistenza che è Il Teatro del Lido. Passeggiamo sopra la scritta The Art of Disobiedience dipinta a caratteri cubitali dal writer Geco. Eleonora mi dice che il teatro per lei è un luogo naturale di un’arte che va tramandata a tutte le future generazioni di donne: l’arte di scegliersi! Perché, dice ancora, “già da bambine va insegnato il valore dell’imperfezione, invece dell’ossessione per la perfezione, che produce solo insicurezza. Imperfette e coraggiose verso l’impresa che le aspetta”.
Mentre Eleonora Bordonaro va via penso che avrei voluto chiederle un’ultima cosa: com’è dunque la voce delle donne oggi? Com’è questo umano verso incarnato tra membra e fiato? Ma Eleonora Bordonaro a questa domanda ha già interamente risposto: è salva! La voce delle donne è salva! Perché custodita da molte di noi, posta al centro di una poetica della parola e del vivere più forte dell’uragano, più forte della frana, più forte di qualsiasi forma di sconfitta che la natura, il tempo o la violenza umana possano infliggerci.
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[1] Voce, piena, leggera, fredda e cristallina, arrabbiata, squillante, soffocata, spalancata, tagliente, affilata, precisa e netta, invecchiata,* solida. Da Vuci in Cuttuni e lamé. Trame streuse di una canta storie (2017), testo di Eleonora Bordonaro, musica di Puccio Castrogiovanni.
[2] Verso il fiume/o la grande fossa/fuori dal paese/la processione Femmina./ All’alba e all’Ave /girando intorno/a camminare,/la processione. Da Menza Spogghia in Moviti Ferma. L’introduzione è recitata da Gaspare Balsamo, autore con Bordonaro del testo e della musica composta con Bordonaro e Agostino Tilotta.
[3] Un giorno il cuculo, il picchio e il gufo cantarono./Ma i ricchi che felicità ne hanno se i poveri sono tristi? Che li prendessero i diavoli di Vulcano /e li bastonassero con la mazza. /Non sono tutte uguali le barche in mezzo al mare, non è uguale la voglia di remare. /C’è chi pesca e chi prende il sole, c’è chi tira pane solo per campare./Per tutti il sole spuntò/e per la brama di pochi si spense./Per tutti il sole spuntò per la brama dei potenti si consumò. Da I dijevu di Vurchean (I diavoli dell’isola di Vulcano) in Moviti ferma, testo in siciliano scritto da Bordonaro ispirato dal catanese Saro Nievski, personaggio iconico e punto di riferimento per tutta la comunità, paladino dei più fragili. La musica è opera di Sambazita (orchestra itinerante catanese formata da strumenti a percussione tipici delle Baterie di Samba) e dalla Piccola Orchestra Giovanile dell’Etna Jacarànda.
[4] La Casa Museo del Cantastorie di Paternò, centro di produzione e creazione dell’arte con una esposizione permanente dedicata ai cantori popolari della famosa scuola etnea riporta al pubblico l’arte del cantastorie dimenticata. Non si rintracciava più memoria di Ciccio Busacca e Ciccio Rinzino, musicisti popolari di professione che si esibivano per le strade dei paesi siciliani, poeti ambulanti girovaghi che recitavano composizioni poetiche originali, fatti di cronaca, opere di fantasia o storie realmente accadute. Si accompagnavano con la chitarra o con l’organetto. Proprio Ciccio Rinzino, cugino primo del padre, fu il parente della vergogna perché associato alla figura di un disonorevole mendicante di piazza, cantori di storie di miseria, di degrado e di abusi. Storie da tenere nascoste.
[5] Ascolta Rosa, parola d’onore /Sono sincere queste mie parole/Tu sei l’amore mio, l’unico fiore/Che mi sia sbocciato nel cuore/Se non potrò averti come mia sposa/Ti ucciderò e mi ucciderò dopo di te! Da Sentimi Rosa in Cuttuni e lamé. Trame streuse di una canta storie (2017, Finisterre). Testo di Ciccio Rinzino sulla musica di Puccio Castrogiovanni.
[6] Desidero mangiare pane bianco /e non ne mangio per troppa bianchezza./Desidero acqua di fresche fontane /e non ne bevo per troppa freschezza./Delle montagne vorrei fare pianure /e delle pianure poi farne vette./Mi segua chi vuole seguirmi/la donna è vana e incoerente. Da Disidiru mangiari jancu pani in Cuttuni e lamé. Trame streuse di una cantastorie. Il testo tradizionale è tratto dalla Raccolta di canti popolari siciliani di Lionardo Vigo su musica composta da Eleonora Bordonaro, rielaborazione dell’antico canto di uno zolfataro.
[7] Bordonaro recupera la poesia popolare antica di Lionardo Vigo attraverso la lettura e lo studio della Raccolta di canti popolari siciliani pubblicata nel 1857. La raccolta di Vigo contiene poesie in siciliano autentico e in gallo-italico e numerose in arbëreshë, la lingua degli albanesi che si insediarono in Sicilia nel XVI secolo fuggendo dalla loro terra e insediandosi in alcune zone dell’area di Palermo, come Piana degli Albanesi, Santa Cristina Gela.
[8] Eleonora Bordonaro è nominata dal Presidente Mattarella Cavaliere al Merito della Repubblica (2025).
[9] Prende parte alla prima italiana dell’opera I was Looking at the ceiling and then I saw the sky del compositore John Adams eseguita dal PMCE Parco della Musica Contemporanea Ensemble, insieme a David Moss all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Si esibisce all’ Umbria Jazz, alla Fiesta Des Suds di Marsiglia, Auditorium Parco della Musica di Roma, a Les Trois Baudets di Parigi, al Teatro Franco Parenti di Milano, Palais des Festivals di Cannes, Premio Nazionale Città di Loano per la Musica Tradizionale Italiana, al Festival dei Due Laghi, al Messapia Jazz Festival, al Festival Mundus, al Teatro Nuovo Montevergini di Palermo, al Catania Folk Festival, al Brass Jazz Club di Catania e in tour in Russia, Francia, Spagna, Svizzera, Germania, Iraq e Yemen. Recentemente alcuni suoi concerti sono stati trasmessi da Rai Radio3, Rai International, Al Jazeera International, Iraqi Media Network, TV2000 e Radio Popolare. Ha collaborato con alcune delle formazioni più interessanti del panorama italiano, come l’OPI Orchestra Popolare Italiana dell’Auditorium Parco della Musica di Roma diretta da Ambrogio Sparagna.
[10] O uomini folli, che siamo nel mondo che ci fidiamo tanto delle donne! La donna è tanto birba che non c’è fine e noi tutti lo vediamo a chiare note. Da prima ci accarezza, poi ci ruba l’anima e tutto quel che possediamo; vorrei parlare a lungo ma mi confondo per quanto è grande questa pazzia che abbiamo. Se leggessimo le Sacre Scritture ed osservassimo cosa accadde a quei grandi uomini di cui ora parliamo, Salomone, Sansone e altri sapienti e fortissimi, in che misero stato si ridussero, ci strapperemmo tutte quante le vesti cominciando dalla testa fino a giù. Concludo che le donne sono birbe tutte una manata di fuggifatica con inganni più grandi di quelli della Tirbi (strega)* ci legano senza aver corde; sono tutte canaglie, mala razza, pessime, indocili, balorde; che sono state e sono degli uomini la rovina Oh, crepassero tutte in una mattina! Da Li fomni, testo scritto da Sarvadaur Scagghiang di San Frareau (da Canti Popolari Siciliani), musica di Eleonora Bordonaro.
[11] Cantastorie e interprete, ricercatrice della tradizione dei canti siciliani, Rosa Balistreri cantò la mafia, la corruzione nella Chiesa e nello Stato, le donne abusate e sfruttate, l’immensa sofferenza sociale di una Sicilia abbandonata alla miseria e all’ignoranza, avvalendosi spesso delle poesie di Ignazio Buttitta.
[12] Bordonaro la recupera attraverso la registrazione di Alan Lomax e Diego Carpitella a Sommatino (Caltanissetta) avvenuta nel 1954 dalla voce di un contadino che intonò il canto di mietitura U métiri: il testo è parte di una composizione più ampia chiamata Lamientu oppure Passiu Santu, noto come Canto di Passione.
[13] Maria passa per una strada nuova /La porta di un fabbro è aperta./“O caro maestro, che fate a quest’ora?”/“Faccio una lancia e tre chiodi pungenti /“O caro mastro, non lo fate /vi pagherò comunque il lavoro”/“O cara donna, non lo posso fare/altrimenti mi metteranno al posto di Gesù”/“O caro mastro, mi dai notizie,/Dov’è il figlio amato di Maria?/O cara donna, se lo volete trovare/È lo stesso sangue che vi insegna la strada. Da Maria passa pii na strata nova in Cuttuni e lamé. Trame streuse di una canta storie.
[14] Ferma /resto ferma/non ho gambe/non ho braccia./Solo la faccia è viva /piombo sulle spalle /e catene sulla schiena. /Accovacciata sulla spiaggia /sono onda che non sbatte;/conficcata nel mondo /radice che/non cresce,/sotterrata al buio/seme che non germoglia,/nascosta in un angolo /mi faccio ombra da sola. Da Moviti ferma (omonimo album). Testo di Eleonora Bordonaro e Giovanni Calcagno, musica di Puccio Castrogiovanni e Michele Musarra.
[15] Siamo arrivate qua ascoltateci/per mostrarvi ciò che non vedete./Siamo più furbe di quanto pensiate/per troppo tempo docili e sottomesse./Sottomesse per amore della pace/e vessate da questi quattro stolti/adesso che avete rovinato il mondo/per favore fatevi da parte./Siamo arrivate anche da lontano/ consegniamo alla terra senno e sostanza./Con gli occhi al cielo guardiamo lontano,/piedi nel fango e coltello in mano./Siamo sbarcate con la luce della luna/femmina, nuova piena e calante/e come lei lucenti e cangianti/originali, sconfinate e fuori dagli schemi. Da Sprajammu di la luna (Siamo sbarcate dalla luna) scritto insieme a Marinella Fiume, ex sindaca di Fiumefreddo (Catania).
[16] Vedi progetto Skanderband, ideato da Michele Lobaccaro dei Radiodervish che lavora sul repertorio Arbereshe e sulle contaminazioni con quello popolare italiano. Nel 2013 Bordonaro incide La custodia del fuoco con il Majarìa Trio, in cui si rielabora il repertorio tradizionale siciliano e i testi delle raccolte ottocentesche di Lionardo Vigo, Giuseppe Pitrè e Salvatore Salomone Marino in chiave etnojazz.
[17] Roda significa “lei” in gallo-italico. Si riferisce alla figura di Adelasia del Vasto, di stirpe aleranica, originaria del Monferrato, che nel 1087 sposò a Mileto, in Calabria, il conte normanno Ruggero I di Sicilia, suggellando così un’alleanza tra popoli. Portò con sé in Sicilia un seguito di suoi conterranei liguri e piemontesi: fu l’inizio delle colonie lombarde di Sicilia.
[18] Chiamato anche lombardo di Sicilia, nacque esattamente al centro dell’isola, quando i Normanni (popolo di origine scandinava, insediatosi poi nella Francia occidentale, la Normandia) vi si stabilirono a partire dal 1061 e portarono coloni provenienti dal Piemonte, dalla Liguria, dalla Lombardia, dalla Provenza.
[19] Gesù fu messo in croce il Venerdì e nessuno al mondo poteva immaginare/che il terzo giorno sarebbe resuscitato. Ma questa bella notizia ai Sanfratellani qualcuno la confidò/due giorni prima e il Mercoledì riempirono le strade di Giudei che, non avendo avuto la pazienza/di aspettare, anticiparono la Pasqua mettendosi a saltellare e strombettare per la gioia che resuscitava/il Padreterno. E quindi le sonate dei Giudei non sono fatte per oltraggiare Morte e Passione/ma nel cuore e nella mente dei Sanfratellani sono gioie per la Resurrezione. Non è vero, dunque,/che combiniamo cose storte se prima di far suonare le campane ci divertiamo a far squillare le trombe! Da I Giuriei. Testo di Antonino Versaci da Chjièchjari a d’aumbra di Rracafart, traduzione di Benedetto Di Pietro, musica di Puccio Castrogiovanni ed Eleonora Bordonaro.
