Generosità e condivisione al servizio dell’arte
Nella visione artistica del fisarmonicista Raffaele Conti, l’unità di intenti è un irrinunciabile punto cardine
Raffaele Conti è un fisarmonicista jazz di puro talento. Sempre pronto a sperimentare, ad affrontare percorsi musicali talvolta impervi, senza mai avvertire la paura del nuovo, animato da un autentico spirito di ricerca attraverso cui desidera mettersi in gioco, il musicista marchigiano accende la lente su di sé raccontandosi non solo sul piano puramente artistico, ma mostrando anche le sue qualità umane.
Nel tuo percorso di formazione è stato fondamentale uno fra i più grandi fisarmonicisti jazz italiani in attività, assai stimato anche a livello internazionale: Simone Zanchini. Lui, per te, è stato determinante in particolar modo nell’approfondimento relativo proprio al linguaggio jazzistico?
Simone Zanchini, per me, è stato una lunga ricerca e trovarlo è stato un vero evento. Dal primo momento in cui l’ho ascoltato ho percepito qualcosa di profondo, come se avesse espresso ciò che avevo già dentro. Quando lo incontrai, più di vent’anni fa, non era ancora il “grande Zanchini” che tutti conoscono oggi, anche se lo era già in partenza. Io ero una “pulce” al suo cospetto, e ne ero ben consapevole. Per anni ho ascoltato ogni suo disco, trascritto i soli che sentivo necessari, seguito i suoi concerti. Quella è stata la mia palestra, il mio viaggio. Non sono un jazzista o un bopper puro, e Simone non è un insegnante nel senso tradizionale. Proprio per questo le sue lezioni sono state importanti, ma ancora più determinante è stato osservare il suo modo di immaginare, di muoversi, di pretendere da sé stesso. Non capita spesso di assistere all’ascesa di un grande artista e fisarmonicista da così vicino. Questo ha inciso profondamente sul mio modo di comprendere il linguaggio jazzistico e sulla mia visione personale della musica, oltre a farmi capire che abbiamo mete e strade differenti pur guidando la stessa “macchina”.
Nel 2019 hai conquistato due secondi posti al concorso internazionale “La Fenice”. Artisticamente e umanamente, come hai vissuto quell’esperienza?
Per come sono fatto, quel concorso è stato più un esperimento che una gara da vincere. Non avevo mai partecipato a una competizione musicale e volevo capire cosa sarebbe emerso dalla mia personalità artistica e umana in un contesto simile, e anche che tipo di ambiente e di persone si muovessero in quelle scene. A mio avviso, quando si mette a confronto l’arte in forma competitiva, accade qualcosa di critico: l’opportunità dell’arte scompare e gli artisti rischiano di trasformarsi in performer funzionali a un certo scopo di ritorno. E per un musicista non è una cosa bella. Sono comunque orgoglioso dei due premi ottenuti, ma non li considero qualcosa che possa definirmi. Sono stati un passaggio, un’esperienza utile. Non un punto d’arrivo, né un’etichetta che sento addosso.
Inoltre, sei stato artista ospite al “Jazz Accordion Festival” di Castelfidardo, docente e coordinatore della “Jazz Accordion Masterclass 2025” e hai partecipato al “VII Festival Internacional da Sanfona”, in Brasile, con il video Retrò-Marcia. Quanto queste esperienze hanno accresciuto il tuo bagaglio come insegnante e fisarmonicista?
Sono esperienze molto diverse tra loro, per cui ciascuna mi ha insegnato qualcosa di differente. Del “Jazz “Accordion Festival” ricordo l’emozione. Castelfidardo è un piccolo paese che, in quei giorni, diventa un crocevia internazionale, e la mia fisarmonica ha conquistato pubblico e colleghi, “sgommando nelle orecchie”, come dico io. L’unico rammarico è che il direttore artistico dell’epoca, ovvero Simone Zanchini, non era presente al mio concerto. La “Jazz Accordion Masterclass”, invece, è stata una mia iniziativa nata dal desiderio di creare uno spazio di generosità e condivisione fra fisarmonicisti attraverso l’improvvisazione, in cui ho voluto coinvolgere anche l’amico e fisarmonicista-pianista Domenico Saccente per la parte dell’improvvisazione libera. L’assessore Ruben Cittadini ha appoggiato l’idea con entusiasmo, quindi ho capito quanto sia apparentemente semplice ma profondamente complesso creare opportunità e, soprattutto, esortare le persone a coglierle. Il “Festival Internacional da Sanfona 2021”, infine, è arrivato come una sorpresa totale: selezione a livello mondiale ed ero l’unico collegamento dall’Italia. Mandai un video del mio blues minore Retrò Marcia, non brasiliano, per una forma di rispetto reciproco e sincerità artistica. Vederlo trasmesso in live streaming mentre seguivo il festival dal mio VW T3, tornando dalla Puglia, è stato un momento unico, pieno di soddisfazione. Questa sì, è stata una conferma. Tutto ciò ha ampliato il mio bagaglio umano e professionale e mi ha fatto crescere sia come fisarmonicista che come insegnante.
A proposito della tua intensa attività didattica, stai sviluppando un tuo metodo, molto personale, definito come una “filosofia della musica”. Nello specifico, in cosa consiste?
Credo che i grandi dell’arte, in ogni ambito, abbiano tutti cercato qualcosa, ma spesso non sappiamo davvero cosa e come. Anche gli artisti stessi, molte volte, non comprendono a fondo il processo che li ha trasformati e, se rifacessero oggi gli stessi passi di allora, le cose non funzionerebbero alla stessa maniera. E un Antonello Salis, per esempio, non sarebbe quello che è. Sono sempre stato colpito da un momento preciso nei concerti: l’attimo in cui l’artista smette di parlare con il pubblico, fa una pausa e sta per cominciare a suonare. In quell’istante accade qualcosa di folgorante, che non tutti percepiscono, ma che io ho sempre osservato con stupore e interesse. Ho compreso la natura di quel momento solo dopo aver incontrato gli insegnamenti di Georges Ivanovič Gurdjieff e di Gesù. È il passaggio in cui la personalità dell’artista chiama il “vero Io”, quello capace di raccontarsi attraverso lo strumento e di compiere il miracolo. Quello è il punto in cui nasce davvero l’arte. Questa “filosofia musicale” è un insieme di studio interiore, osservazione, disciplina, presenza. Una ricerca che, secondo me, è necessaria per qualsiasi artista: se non c’è un “Io”, chi sta facendo arte ora? È il cuore del mio modo di insegnare e di suonare.
Parlando del tuo strumento, sia dal vivo che in studio di registrazione, quale modello di fisarmonica utilizzi?
La mia fisarmonica attuale è un tributo personale a una vecchia “viola” Ottavianelli che comprai direttamente da Simone Zanchini e che mi fu rubata dall’auto durante un suo concerto. Una brutta storia, uno strappo emotivo. Per questo ho voluto ricrearne lo spirito partendo da un modello “Super Jazz Ottavianelli”, sistema bassi standard, con scelte estetiche e funzionali mirate: tastiera completamente nera, colore vinaccia, tastiera alta e dura e piccoli dettagli personali. L’elemento più personale è il traforo “Il Baffo di Apollo”, che ho disegnato appositamente per lei. Anche se possiedo uno strumento superiore sulla carta, Zdouble 16 n. 01, la mia voce la sento più vicina a questa fisarmonica, più vissuta e imperfetta ma autentica e “vocale”. In futuro potrei farmene costruire una nuova, senza escludere l’idea di cambiare costruttore. Ascoltare ciò che c’è intorno fa sempre bene, non solo in musica.
In ambito concertistico ti esibisci regolarmente sia in “Solo” che in ensemble. Dal punto di vista strettamente musicale, quale fra queste due dimensioni senti più affine alla tua personalità artistica?
Per natura sono un animale sociale. Per me il “fare insieme” ha sempre avuto più senso e più bellezza. Ho costruito anche la mia vita familiare su questo sentire. Il problema nasce dall’esperienza. Molti musicisti con i quali ho condiviso momenti profondi hanno poi mostrato il lato più debole della professione: l’utilitarismo, la paura del nuovo, la ricerca costante di un’opportunità alternativa. Nel jazz, e non solo, spesso ci si trova direttamente sul palco senza un percorso comune. Nella ricerca molti parlano di sperimentazione, ma pochi accettano davvero di affrontare l’ignoto, il “senza riferimenti”, l’abbandono di sé stessi. Per queste ragioni, oggi i percorsi solistici mi sono più congeniali. Vado dove voglio senza appesantirmi di carichi, non espongo nessuno e tutti siamo più felici. Rimane comunque aperta la porta a chiunque voglia veramente mettersi in gioco in un percorso autentico, come mi accade con i musicisti e gli ensemble di musica contemporanea e sperimentale con cui collaboro stabilmente.
Dall’inizio del nuovo anno in poi, quali sono i tuoi impegni più importanti live e in studio di registrazione?
L’anno che verrà è ancora in costruzione, ma alcuni impegni importanti sono già definiti. A febbraio terrò una masterclass di improvvisazione al conservatorio “Gioachino Rossini” di Pesaro, nella classe di fisarmonica del M° Cesare Chiacchieretta, da poco nominato direttore artistico del PIF. Nello stesso periodo farò vari concerti con l’ensemble LIMS-EE (Laboratorio Improvvisazione Musica Sperimentale – Elettroacoustic Ensemble) e probabilmente registreremo un paio di dischi, fra cui uno che potrebbe coinvolgere Daniele Roccato. L’appuntamento che attendo con più emozione, però, è il “Cyprus International Accordion Festival 2026”, dove presenterò Fly My Soul in un concerto solista e terrò una masterclass dedicata alla fisarmonica, all’improvvisazione e alla mia filosofia musicale. Sicuramente nasceranno anche altre occasioni, ma in generale, dopo una performance importante, per me arriva sempre una fase di vuoto primordiale, necessario alla rigenerazione. In questo spazio stanno nascendo nuove idee che vanno dalla ricerca sonora contemporanea al lavoro con elettronica e algoritmi, fino a una recente esplorazione della vocalità negli overtones e nei registri gravi della voce. Ultimamente scopro ancora di più che il suono della fisarmonica è davvero bellissimo e meravigliante, ed è un peccato che i fisarmonicisti lo interrompano continuamente cambiando nota. Mi piacerebbe lavorare su quest’intuizione. Per ora curo gli impegni certi e resto in ascolto. So che, come sempre, l’universo indicherà la direzione quando sarà il momento opportuno.
(Foto di Carlo Paci)