Quando la musica è natura e impegno sociale
La visione artistica del fisarmonicista Luca Piovesan si fonda su uno spirito di aggregazione a 360 gradi
Fisarmonicista onnivoro, di larghissime vedute, aperto al costante confronto con le persone, Luca Piovesan è un artista dall’animo nobile. Proveniente da una famiglia contadina, si è trasferito in Belgio sette anni fa, dove è entrato in contatto con un tessuto multiculturale e multilinguistico. Perdutamente innamorato della natura, elemento indispensabile e sempre presente nella sua musica, Piovesan si racconta come un libro aperto, non solo sotto l’aspetto professionale.
Sei italiano, ma vivi in Belgio. Da quando sei di casa a Bruxelles, quali sono le principali analogie e le differenze più importanti che hai notato, rispetto all’Italia, soprattutto dal punto di vista artistico?
Vivo a Bruxelles da sette anni e, col tempo, ho imparato ad apprezzarne sempre di più il respiro internazionale, la multiculturalità e il multilinguismo. È una città che offre un accesso straordinariamente ampio e diversificato alla cultura, grazie anche ad una densità altissima di spazi preposti. Questo genera uno scambio artistico e umano continuo e crea uno stimolo costante a crescere dentro il contesto in cui si vive. Una differenza importante rispetto alla mia esperienza in Italia riguarda l’accesso ai finanziamenti per la cultura: qui in Belgio esistono più possibilità di sostenere concretamente i propri progetti, attraverso finanziamenti dedicati, residenze d’artista, festival. Ciò rende possibile vivere pienamente del proprio lavoro artistico. In Italia, invece, vedo molti colleghi orientarsi fin da giovani solo verso situazioni più stabili, come l’insegnamento. Detto questo, non è un percorso semplice: cambiare Paese significa confrontarsi con nuove lingue (a Bruxelles sono l’inglese, il francese e il neerlandese), nuove relazioni e nuovi punti di riferimento. È un processo che ti mette continuamente in discussione.
Oltre alla tua attività fisarmonicistica, sei attivo in campo sociale e impegnato nell’ambito della giustizia climatica. In cosa consiste esattamente questa tua mission?
Sono nato in una fattoria, figlio di contadini, so guidare il trattore e mungere le mucche. La fisarmonica è stata per me lo strumento per uscire da questa realtà e la musica mi ha generosamente portato a una costante scoperta di altre persone, contesti culturali, luoghi. Con il tempo, però, ho realizzato che il rapporto privilegiato con la natura che avevo da bambino aveva lasciato tracce profonde: una prossimità concreta con il mondo della flora e della fauna, ma anche una consapevolezza “dal basso” sui meccanismi di privilegio sociale, culturale ed economico. Quando mi sono trasferito a Bruxelles, mi sono accorto di cercare costantemente il contatto con la natura. Da lì è stato immediato l’avvicinarmi a gruppi di artisti e collettivi attivi su temi ecologici e sociali. Parallelamente mi sono impegnato in pratiche legate alla mobilità sostenibile: faccio volontariato come meccanico e insegnante di bicicletta per persone minorizzate e razzializzate che non hanno mai avuto accesso a questo fantastico mezzo di trasporto. Sono attivo anche in un network impegnato in tematiche di alloggio accessibile e sostenibile.
La tua visione artistica si fonda sulla promozione dell’inclusività e dell’accoglienza di comunità e luoghi. Come nasce questa esigenza?
Ricollegandomi alla risposta precedente, nel tempo questo percorso ha iniziato a permeare profondamente la mia pratica artistica, non solo nei contenuti e nelle narrazioni, ma anche nel modo in cui concepisco i processi, le relazioni e le forme di condivisione. In realtà, in modo piuttosto intuitivo, sono sempre stato un artista in dialogo con il pubblico. Ho spesso proposto concerti come forme di storytelling, creando momenti di scambio diretto con le persone presenti, con domande, aperture e un forte bisogno di connessione. Col tempo questo approccio è diventato più consapevole, poiché ho iniziato a mettere in discussione la figura del musicista “romantico”, che sale sul palco e propone un sapere in modo unidirezionale, quasi cattedratico. A quella immagine ho progressivamente sostituito quella di un artista che si situa come parte di una comunità e di un luogo, che si mette in discussione e in dialogo continuo con entrambi. Per me l’arte ha prima di tutto un ruolo collettivo e sociale. Questa visione nasce anche da un ascolto sempre più attento di ciò che ci circonda, che definirei ecologico, capace di includere e valorizzare le molteplici presenze (non solo umane) che abitano uno spazio.
A proposito di questo tuo vulcanico spirito di sperimentazione, hai dato vita alla poliarmonica, ovvero l’utilizzo della fisarmonica con l’elettronica e le registrazioni ambientali del luogo in cui vivi. Questa singolare idea è frutto di una profonda ricerca artistica e interiore?
Sì, assolutamente. La poliarmonica nasce inizialmente da una fase di sperimentazione molto concreta e artigianale: assemblavo pedaliere e dispositivi elettronici con l’aiuto di amici, cercando di espandere fisicamente e sonoramente lo strumento. Alla base c’è una ricerca costante sull’esplorazione ed espansione del suono della fisarmonica, che ho portato avanti per anni attraverso il repertorio contemporaneo e il lavoro con compositori e strumentisti con un approccio affine al mio. A un certo punto questa pratica è diventata anche oggetto di riflessione teorica: ho messo questa espansione strumentale al centro di un percorso di dottorato (un PhD in Arte alla “VUB” di Bruxelles, recentemente concluso). In questo contesto ho indagato come uno strumento esteso possa informare e trasformare il rapporto tra compositore e interprete, mettendo in discussione alcune convenzioni consolidate. Nella sua evoluzione attuale, la poliarmonica si apre sempre di più a dimensioni collettive: includo pratiche comunitarie di field recording, workshop di ascolto e registrazione, momenti di scambio e creazione collettiva. È diventato uno strumento che apre uno spazio di relazione e dialogo.
Soffermandosi sulla fisarmonica, quale modello utilizzi in genere nei concerti e in studio di registrazione?
Ho la fortuna di avere un meraviglioso strumento di Pigini, sistema a bottoni C griff. Ce l’ho da una decina di anni, dopo averlo sognato per molto tempo. Ho richiesto diverse personalizzazioni e sento che cresce con me, anno dopo anno. Questo strumento è comunque il core della poliarmonica. Non uso uno strumento elettronico, perché volevo mantenere questa qualità di suono e di emissione. E poi ho anche una piccola Galliano a bassi standard, un gioiellino di un artigiano di Treviso: Luciano Gallo. Ora l’attività è continuata e rinnovata dalla figlia Francesca, che ha fatto un totale restyling anche del mio strumento. Mi accompagna nei momenti più leggeri e in molti spostamenti in aereo, grazie alla sua compattezza che evita la necessità di un biglietto extra seat.
Sei anche un tecnico del suono. Questo ruolo ti completa e ti arricchisce in qualità di fisarmonicista?
Avevo iniziato ad addentrarmi nel mondo della registrazione audio con un’idea un po’ azzardata e splendidamente ingenua: registrare da solo il mio primo album, ormai una ventina d’anni fa. Col tempo, però, questa curiosità è diventata una vera passione: ho frequentato una scuola di fonico e ho gestito uno studio per diversi anni in Italia. Oggi lavoro soprattutto on location, scegliendo progetti che mi interessano artisticamente e acusticamente. Questo percorso mi ha dato tantissimo. Forse, sul piano musicale, anche più di tanti anni di studio dello strumento. Lavorare come fonico significa entrare in un momento molto intenso del processo creativo, quello in cui dei musicisti cercano di fissare una traccia che è il risultato di mesi o anni di lavoro. Ho la fortuna di aver vissuto questo passaggio almeno un centinaio di volte, con strumenti, linguaggi e artisti diversissimi. Ogni volta una full immersion umana e musicale di alcuni giorni. È una sorta di masterclass continua, per la quale sono profondamente grato ad ogni persona con cui ho collaborato.
Da qui alla fine del 2026, quali sono i tuoi appuntamenti artistici particolarmente degni di nota?
Sul fronte del repertorio più tradizionale, sta per uscire per l’etichetta inglese First Hand Records il disco Seasons, in duo con la violinista anglo-canadese Sadie Fields. In questo progetto abbiamo registrato una nostra versione delle Stagioni di Vivaldi e Piazzolla. Ho curato personalmente gli arrangiamenti e la registrazione, quindi sono molto felice di aver fissato su disco questo lavoro. Seguiranno diversi concerti di presentazione, soprattutto tra Belgio, Inghilterra e spero Italia. Parallelamente, stanno prendendo forma due progetti di più ampio respiro, che uniscono ascolto, fieldrecording, pratiche di comunità, cammino e mobilità lenta. Uno si svilupperà lungo le piste ciclabili di Bruxelles, mentre l’altro seguirà a piedi il corso del fiume Piave, accanto al quale sono nato. Quindi, per un po’, sarò ad ascoltare le molteplici voci che si sviluppano lungo l’acqua natìa.
(Foto di Zahra Helmipour e Stefano Giacomuzzi)