Valentino Lorenzetti: anima e corpo per la fisarmonica

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Valentino LorenzettiValentino Lorenzetti è un fisarmonicista dalla sconfinata esperienza, musicista di rara sensibilità e cultura, nonché raffinato specialista della fisarmonica elettronica. Attraverso questa ricca conversazione, l’artista nato a Crocette, frazione di Castelfidardo, narra alcuni fra i momenti più importanti della sua vita.

Nel tuo percorso di crescita concernente la fisarmonica figura un personaggio importantissimo che, fin da subito, ha creduto nel tuo talento e nel tuo enorme potenziale: Giovanni Marcosignori, papà del celeberrimo Gervasio. Potresti raccontare gli aneddoti più significativi legati a questa esperienza?

«Giovanni era una figura unica! Ero legato a lui da un affetto profondo. Causa la sua timidezza, in tre anni lo sentii suonare la fisarmonica un’unica volta. A occhi chiusi toccava la tastiera con una leggerezza eccezionale. Lo strumento parlava. Quando smise mi guardò quasi dispiaciuto: «Sono un vecchio presuntuoso». Un sabato pomeriggio, mentre stavo provando un brano di Frosini, nella stanza entrò Gervasio (Marcosignori, ndr). Il cuore prese a battermi così veloce da star male. Rivolto al padre: «È lui il ragazzino di cui mi parli sempre?», e mi accarezzò i capelli. Mitiche le merende a base di salame, prosciutto e vino novello guardando il giro d’Italia in televisione. Amava il ciclismo e da giovane era stato un bravo corridore».

Sei diventato uno fra i più sopraffini e blasonati interpreti della fisarmonica elettronica, questo grazie alla collaborazione con la ditta “Excelsior” di Castelfidardo e l’azienda Kawai. Com’è nato questo sodalizio professionale?

«Devo tutto all’Excelsior e in particolare a Emilio Zuppante, il titolare dell’azienda. «Mi hanno parlato bene di te», mi disse al primo incontro. «Da poco abbiamo cominciato a produrre strumenti elettronici. Tu ci puoi aiutare». Negli anni ‘80 l’elettronica stava assumendo un’importanza fondamentale in tutti i settori. I costruttori di strumenti musicali capirono che era necessario avvalersi della nuova tecnologia per rimanere al passo con i tempi. Le aziende giapponesi come Yamaha, Roland, Korg e Kawai stupivano il mondo per la qualità dei loro prodotti. Trovare un sodalizio con una di queste sarebbe stato un colpo eccezionale. Riuscì proprio ad Emilio Zuppante, soprattutto grazie al prestigio di cui godeva il marchio Excelsior in Giappone. Gli ingegneri della Kawai progettarono il Digisyzer insieme all’ingegnere Marco Galeazzi e a me nella loro sede di Hamamatsu, ossia una fisarmonica elettronica che sanciva la prima collaborazione tra una ditta di Castelfidardo ed un colosso giapponese».

Wolmer Beltrami, straordinario fisarmonicista e compositore fra i più rappresentativi soprattutto negli anni ’40, ’50 e ’60, è stato un artista fondamentale per la tua carriera, in quanto stringeste un profondo rapporto d’amicizia e di stima reciproca. Quali sono stati gli insegnamenti più preziosi, sul piano umano e musicale, che Beltrami ti ha inculcato nel corso delle vostre proficue collaborazioni?

«Per lanciare il Digisyzer in Italia, Zuppante contattò la RAI. Si aprirono le porte di “Domenica In”. Pippo Baudo volle anche Wolmer Beltrami. Così, nacque una bellissima amicizia fra di noi. Volammo insieme negli Stati Uniti per un concerto a New Ulm nel Minnesota. In aereo, mentre mi raccontava la sua vita, l’uomo maturo che mi sedeva accanto ritornò il giovane pieno di entusiasmo che viveva di musica e per la musica. Passò da Mina a Fausto Leali, da Kramer al trio con le sorelle, da Morricone a Nino Rota, da Fellini a Orson Wells, da Londra agli Emirati Arabi, a Cinecittà. A New Ulm lo presentarono come il Paganini dell’accordion. La sua tecnica, il suo gusto musicale, la sua creatività entusiasmarono il pubblico. «È il numero uno!», erano i commenti. Tra i grattacieli di Manhattan si mise a canticchiare: «Ho in mente due, tre temi che voglio sviluppare per la tua fisarmonica elettronica quando torno a Cerveteri». Wolmer, grande uomo, grande artista».

Anche un’altra icona sacra della fisarmonica ha recitato un ruolo da protagonista nella tua vita artistica: Peppino Principe. Che ricordo hai di lui?

«Peppino, davvero un’icona sacra. Mi ha sempre impressionato la sua capacità di coinvolgere qualsiasi tipo di pubblico, dal meno esigente al più raffinato. Sapeva essere semplice nella complessità. Un grande jazzista. Qualche volta veniva in sala dimostrazione all’Excelsior mentre provavo e mi ascoltava in silenzio. Poi mi faceva ripetere e mi fermava: «In questo punto metterei solo un tappeto d’archi, qui aggiungerei degli ottoni, il finale deve essere più pieno». Non potevo non ascoltarlo. L’ho rivisto l’ultima volta al Teatro Astra di Castelfidardo quando ha compiuto 90 anni: «Sai, un mio disco jazz è al terzo posto nella classifica mondiale. Non hai più bisogno di consigli!»

Valentino LorenzettiNell’arco della tua sterminata attività concertistica hai avuto l’opportunità di esibirti a tutte le latitudini: dagli Stati Uniti all’Australia, dal Messico all’Egitto, dal Canada alla Russia, dall’Uruguay al Brasile. Ma c’è un concerto in particolare che rappresenta per te la vera e propria pietra angolare della tua carriera: il live assieme ai Maestri Roberto Lucanero e Mirco Patarini, datato 20 febbraio 2001, presso la “Konserthuset” di Stoccolma, sala nella quale vengono conferiti i Premi Nobel. Rispetto alla miriade di concerti tenuti in tutto il mondo, perché proprio quello in Svezia ti ha lasciato un segno indelebile?

«La Konserthuset è la sala da concerto più prestigiosa della Svezia. Lì erano passati artisti che solo a nominarli facevano tremare le gambe. Appesa alla parete del camerino incombeva severa la foto di Rachmaninov, firmata dal grande pianista. Al nostro concerto ci sarebbero stati 2000 spettatori, tutti svedesi. Roberto e Mirco suonarono alla grande. Un successo strepitoso. «Adesso ci penso io a rovinare tutto!», riflettevo appena seduto sullo sgabello al centro del palco. Giuro che la mezz’ora in cui eseguii i miei pezzi, ancora oggi, mi sembra di non averla mai vissuta. Nei miei ricordi è rimasto soltanto il momento in cui, alzando gli occhi dalla fisarmonica, vidi 2000 svedesi in piedi che applaudivano».

Sei vicepresidente di un’associazione culturale che porta il nome del grande Gervasio Marcosignori, nata con il nobile intento di divulgare l’amore per la musica, segnatamente per la fisarmonica, fra tutti i giovani. Questa carica ti fa sentire una sorta di ambasciatore della cultura e dell’arte?

«Nella mia vita ho fatto il chirurgo rubando qualsiasi momento alla professione per dedicarmi alla fisarmonica. Oggi, che sono in pensione, voglio far conoscere ai giovani un artista e un uomo che la stampa inglese definì “il poeta della fisarmonica”, Gervasio Marcosignori, al quale debbo la scelta di suonare l’elettronica. Ambasciatori della cultura e dell’arte sono tutti coloro che fanno parte dell’associazione: dirigenti, soci e chiaramente i quattro artisti che portano in giro per l’Italia uno spettacolo intitolato “Accordion in time”: Giuliano Cameli o Massimo Marconi, Antonino De Luca, Mirco Patarini e il sottoscritto».

Ultimamente hai preso parte a un musical con la “Compagnia della Rancia” per la regia di Saverio Marconi, partendo il 18 giugno da Tolentino, per poi proseguire a Fabriano, Camerino, Montegiorgio e Castelfidardo, qui in occasione dell’apertura del PIF. Qual è il tema di questo spettacolo teatrale?

«Il musical si intitola “Armonicamente – Fisarmoniche e Musical insieme”. Il regista Saverio Marconi ha fatto incontrare due eccellenze marchigiane, cioè la Compagnia della Rancia e la Fisarmonica, dimostrando che dalla loro unione si ottiene un risultato strepitoso. Gianluca Sticotti, con gli allievi del Corso per Performer di Musical Theatre e assieme ai fisarmonicisti dell’Associazione Gervasio Marcosignori, ha dato vita a «uno spettacolo fresco, scorrevole, avvincente e di spessore». Questi sono stati i commenti del numeroso pubblico presente al “Teatro Astra” il 18 settembre, in occasione dell’apertura del PIF».