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Alberto Burri: “Al di là del concreto e dell’astratto” – 2° parte

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“AL DI LÀ DEL CONCRETO E DELL’ASTRATTO”

Alberto Burri, la musica e la scena primordiale

(seconda parte)

 

All’inizio degli anni Settanta, Alberto Burri inizia a lavorare ai “cretti”, frutto di una miscela granulosa di collanti acrovinilici, creta, caolino e bianco di zinco, che, a contatto con l’aria e con il calore, si rigonfia e si crepa. Burri interviene sul processo di “crettatura” bloccandolo con uno strato di vinavil nel momento in cui ritiene che abbia raggiunto l’armonia compositiva desiderata. Non si tratta di un’apertura all’arte concettuale, allora in piena fase di riconoscimenti internazionali.Alberto Burri - seconda parte - Grande cretto nero L’evidente rimando geologico è “solo occasione per realizzare un nuovo progetto […] estetico, scandito come una litania nel nulla (o nel tutto) cromatico: il bianco e il nero”[1]. E “che si tratti di un procedimento artistico e non artigiano” – sostiene Cesare Brandi – “lo dimostra il fatto che si basa tutto sullo stesso principio del mosaico – il parcellamento delle tessere […]. Alla base della artisticità del mosaico non sta infatti la somiglianza alla pittura, non sta la piccolezza delle tessere e la graduazione delle sfumature, in modo da non fare avvertire che da vicino la fragmentazione della superficie: il mosaico, per avere valore autonomo e non rappresentare una copia della pittura, deve invece sottolineare il reticolo delle tessere. Quando il mosaico, al Sesto secolo, raggiunge la sua perfezione, le tessere conservano un solco d’ombra fra di loro: si vedano e ricordino i sublimi mosaici di San Vitale a Ravenna.03 Alberto Burri seconda parte Giustiniano San Vitale Ravenna Ora il principio delle screpolature, come è adottato da Burri, è esattamente lo stesso: sottolineare come motivo intrinseco di ritmo il parcellamento delle screpolature”[2]. È lo stesso periodo in cui il maestro umbro si dedica alle scenografie di November Steps per il Teatro dell’Opera di Roma (1972). Sono trascorsi quasi dieci anni dall’ultimo confronto di Burri con la musica e con la danza. La coreografia è di Minsa Craig, moglie di Burri, mentre l’autore delle partiture è il giapponese Tōru Takemitsu (1930-1996).Alberto Burri - seconda parte - Tōru Takemitsu Formatosi su autori come Debussy e Messaien, Takemitsu aveva ottenuto il primo importante successo nel 1957, quando il suo Requiem per orchestra d’archi era stato pubblicamente apprezzato da Igor Stravinsky. Nei primi anni ’60 le sue opere sono, invece, manifestamente influenzate da quelle di John Cage. Takemitsu rinnega la tradizione musicale nipponica, sebbene non rifiuti di utilizzarne alcuni strumenti come hiwa e shakuhachi, e, seguendo la lezione di Debussy e dell’Impressionismo, trae spesso ispirazione dalla letteratura e dalle arti figurative. November Steps è uno spettacolo che decanta “le malinconie autunnali, trasposizione dell’estrema stagione della vita dell’uomo”[3]. Per esso Burri sceglie una scenografia «virtuale», proiettando su un grande schermo una superficie bianca che si fa cretto.Alberto Burri - seconda parte - Cretto Grande Bianco La prima immagine è folgorante: una luce bianca, abbagliante, avviluppa la scena sulla quale si muovono i danzatori in costume bianco. Due drammaturgie prendono vita, sincronicamente, sotto gli occhi dello spettatore, quella del ballo e quella, proiettata, della metamorfosi della materia. Il linguaggio dei corpi fa da contrappunto a quello delle immagini.Alberto Burri - seconda parte - November Steps La “scenografia mutante”[4] di Burri si disvela nel corso dell’intero spettacolo, mostrando il moto interno del cretto, “fino alla fase finale, quando le fessure, e il sottile limite fra una zona e l’altra, sfumano nel nero delle ombre”[5]. Questo balletto “ha rappresentato un evento nella storia della scenografia” – scrive Cesare Brandi subito dopo avervi assistito – “è una rinverginazione della medesima, al di là del concreto e dell’astratto”.

Il percorso di scenografo di Alberto Burri prosegue, nel 1973, con il Teatro Continuo (oggi distrutto) al parco Sempione di Milano.Alberto Burri - seconda parte - Progetto per il Teatro Continuo Concepito per la Triennale, è una sorta di sintesi tra architettura teatrale e scultura, esperimento di opera totale. Nello stesso anno, realizza anche il manifesto per il 16° Festival dei Due Mondi di Spoleto, allora ancora prevalentemente musicale.Alberto Burri - seconda parte - Spoleto Festival 1973 Il 1975, invece, è l’anno del confronto con la musica di Wagner e con il “cellotex”. Con il cellotex, Burri rinnova, in chiave inedita, un rapporto già consolidato. Composto di colle e segatura di legno ed impiegato in edilizia come isolante, il cellotex era stato utilizzato dall’artista come supporto per le proprie opere. Ora, levigato e cesellato con rigore, è eletto a “luogo di un serrato dialogo tra luce e ombra”[6].09 Alberto Burri seconda parte Cellotex

Burri conclude il proprio percorso scenico nel 1976, con Tristano e Isotta di Richard Wagner, il «solo» dramma musicale nel quale si riconosceva[7]. L’opera è messa in scena al Teatro Regio di Torino da Francesca Siciliani, mentre l’orchestra è affidata a Peter Maag (1919-2001),Alberto Burri -seconda parte - Peter Maag allora direttore artistico dello stesso teatro. A soli diciannove anni Maag era stato assistente di Arturo Toscanini e, in seguito, pupillo di Wilhelm Furtwängler, che lo aveva incoraggiato ad intraprendere la carriera di direttore d’orchestra. Gli interpreti principali dell’opera sono Anna Green, soprano e Richard Cassilly, tenore americano, specialista in ruoli wagneriani.Alberto Burri - seconda parte - Richard Cassilly Non a torto, Burri considerava Tristano e Isotta “la più bella opera lirica di Wagner, […] una musica senza pause con due o tre pezzi che sono alla base della musica moderna”[8], concordando con l’opinione di uno dei più importanti musicologi italiani, Massimo Mila, che l’aveva definita “l’opera più perfetta di Wagner, sorretta da una continuità nell’ispirazione unica forse nella storia del teatro musicale. […] L’opera in cui il cromatismo wagneriano perviene alle sue estreme conseguenze, operando un’autentica rivoluzione nel linguaggio musicale del secolo XIX”[9] L’essenza della tragedia dei due amanti risuona nella pittura di Burri, che, ancora, si fa scena.12 Alberto Burri seconda parte Tristano e Isotta Sipario Il sipario, un’imponente, minacciosa plastica nera, si apre sul ponte della nave del primo atto, che richiama i “legni”, assemblati in una rapida fuga verticale; una plastica trasparente, che è al tempo stesso vela, tenda e sipario frammenta la scena per circoscrivere lo spazio d’azione dei personaggi. Sulle sue superfici la luce guizza e si rifrange in un’inesauribile molteplicità di toni cromatici. Lo sfondo del secondo atto è ancora una smisurata plastica nera, sorretta da sbarre metalliche orizzontali, vertiginosamente avviluppata, che reca i segni della combustione, indelebili come quelli lasciati sugli amanti wagneriani dal fuoco d’amore che li fa ardere.Alberto Burri - seconda parte - Tristano e Isotta - atto II Un cellotex color ocra è, invece, il fondale del terzo atto, che si leva come un orizzonte lontano e sembra dissolversi, come Tristano nel momento della morte, tra la luce del fondo e le ombre laterali.14 Alberto Burri seconda parte Tristano e Isotta Atto III Con quest’ultima scena Burri porta a sintesi la solarità delle plastiche trasparenti del primo atto e le suggestioni notturne del secondo: è la celebrazione del trionfo della diade wagneriana Eros-Thanatos, Amore-Morte.

Con la fine degli anni Settanta si inaugura una nuova fase del lavoro e della vita di Burri. Inizia allora, con il Viaggio (1979), la stagione dei grandi cicli pittorici, mentre a Città di Castello, per volere dello stesso artista, nasce la “Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri” (1978), che accoglie le opere donate alla città natale. Nel 1990, sempre a Città di Castello, nuovi spazi espositivi si associano a quelli dello storico palazzo: sono i giganteschi capannoni degli Ex Seccatoi del tabacco, nei cui giardini trovano posto le sculture in ferro alle quali il maestro aveva iniziato a lavorare parallelamente ai grandi cicli pittorici. Dalla metà degli anni Ottanta al 1995, periodo segnato da problemi di salute e, infine, dalla morte, Burri si concentra sui temi del nero e della notte, o dell’Annottarsi, per usare il titolo che egli dà – così significativamente – a molti suoi lavori. Si tratta di opere di intensa incisività, con l’uso prevalente di colore acrilico su cellotex, che torna ad essere supporto, spesso unito alla pietra pomice.Alberto Burri - seconda parte - Annottarsi Profili neri su fondi di un grigio carico lasciano intuire una sorta di approdo ad una quiete solenne in cui sembra di poter scorgere “paesaggi o architetture intravisti nella notte, e tuttavia senza alcun riferimento naturalistico”[10].

Pur senza più tradurre la propria pittura nel linguaggio della musica e del teatro, Burri non trascurerà mai quell’ordine, quella misura e quel rigore costruttivo, che hanno consentito a qualcuno di definire i suoi quadri “architetture piane”, nel cui impianto compositivo ogni struttura ed ogni linea si sintonizza sulle leggi delle creazioni[11].

 

NOTE

[1] G. Serafini, op. cit., p. 18.
[2] Cesare Brandi, Musica, Danza, Teatro. Scritti ritrovati 1937 – 1986, Castelvecchi, Roma, 2013, pp. 104-105.
[3] Vittoria Crespi Morbio, Burri alla Scala, Umberto Allemandi & C, Torino, 2002, p. 25.
[4] R. Olivieri, op. cit., p. 40.
[5] Ibidem, p. 39
[6] Massimo De Sabbata, Dizionario Biografico degli Italiani, in http://www.treccani.it/enciclopedia/alberto-burri_(Dizionario-Biografico)/ (2013).
[7] Vittoria Crespi Morbio, op. cit.
[8] Conversazione di Rita Olivieri con Alberto Burri, in R. Olivieri, Alberto Burri e il teatro, tesi di laurea, Scuola di Perfezionamento in Storia dell’Arte, Università degli Studi di Urbino, p.41; 45.
[9] Massimo Mila, Breve storia della musica, Einaudi, Torino, 1963, p. 249.
[10] M. Calvesi, op. cit.
[11] G. Serafini, op. cit.

 

PER APPROFONDIRE

 

BIBLIOGRAFIA

Cesare Brandi, Collezione Burri, Fondazione Palazzo Albizzini (catalogo della mostra permanente I ed.), 1986.

Flavio Caroli, Burri, Mazzotta, Milano, 1979.

Enrico Crispolti, Burri. Un saggio e tre note, Scheiwiller, Milano, 1961.

Fondazione Palazzo Albizzini, Burri Contributi al Catalogo sistematico, Petruzzi, Città di Castello, 1990.

Chiara Sarteanesi (a cura di), La Fondazione Burri, Skira, Milano-Ginevra 1999.

Nelo Sarteanesi, Collezione Burri, (catalogo della mostra permanente I ed.), Fondazione Palazzo Albizzini Ex Seccatoi Tabacco, 1992.

G. Serafini, Burri, Viaggio al termine della materia, Federico Motta Editore, Milano, 2005.

Rubens Tedeschi, Invito all’ascolto di Richard Wagner, Mursia, Milano, 1983.

Emanuele Villa (a cura di), Alberto Burri. Teatri e scenografie, Catalogo della mostra (Rossini Opera Festival), Rubini & Petruzzi, Città di Castello, 1981.

Richard Wagner (a cura di G. Manacorda), Tristano e Isolda, Le Lettere, Firenze, 1994.

Stefano Zorzi, Parola di Burri, Allemandi, Torino, 1995.

 

 

LINK AUDIOVISIVI

https://www.youtube.com/watch?v=t6J806HFilE&list=PLJ8TpA0OxPY3wbj1E2Xl00FGTK7dghhTG&index=5

https://www.youtube.com/watch?v=Dp-s6LdBy0A&index=22&list=PLJ8TpA0OxPY3wbj1E2Xl00FGTK7dghhTG

http://www.arte.rai.it/articoli/alberto-burri-i-sacchi-e-la-verit%C3%A0-della-materia/13765/default.aspx

https://www.youtube.com/watch?v=owDLdu3jguw

http://www.arte.rai.it/articoli/alberto-burri-la-plastica-diventa-arte/13772/default.aspx

http://www.arte.rai.it/articoli/grande-rosso-p-n-18-di-alberto-burri/13774/default.aspx

https://www.youtube.com/watch?v=9AOZlSi04Hc&index=18&list=PLJ8TpA0OxPY3wbj1E2Xl00FGTK7dghhTG

https://www.youtube.com/watch?v=7CZEZxo6bBM

https://www.youtube.com/watch?v=e64EMdnnRNo

https://www.youtube.com/watch?v=UOiYWs2LcA0

Autore: Sergio Macedone

Sergio Macedone ha scritto 60 articoli.



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