L’arte, sopra ogni cosa, ci mostra e rivela il riflesso del mondo: nelle cose piccole, intime e care, così come nelle cose più grandi e misteriose che si muovono nelle memorie dei popoli. In questo gioco di visione e rispecchiamenti le biografie delle artiste si toccano e intrecciano in una comune ricerca della coscienza, in una forma di sapienza profonda, ispirata e collettiva irriducibile, al di là dello spazio e del tempo.
Nel racconto della vita di Ute Lemper qualcosa parla al mondo di oggi con una potenza antica e contemporanea, piena di grazia e scandalo. Viaggiatrice tra le epoche, le geografie, le lingue, le storie, Ute Lemper nasce a Münster, in Germania, nel 1963; è un’artista poliedrica che in oltre quarant’anni di carriera ha costruito un percorso unico fra teatro e danza[1], cinema[2], musica[3] e discografia[4].
Grazie alle interpretazioni del cabaret berlinese e delle opere di Kurt Weill, Bertolt Brecht[5], Marlene Dietrich, Édith Piaf, Jacques Brel, Léo Ferré, Jacques Prévert, Joseph Kosma, Nino Rota, Astor Piazzolla, Stephen Sondheim e Michael Nyman, accanto a un percorso sempre più personale come compositrice e interprete delle proprie creazioni, Ute Lemper si trova all’apice di una carriera ricca di riconoscimenti internazionali. I suoi recital e i concerti sinfonici, con programmi quali The Seven Deadly Sins, Songs from Kurt Weill, Songbook di Michael Nyman e Folksongs di Luciano Berio, l’hanno portata a esibirsi con le orchestre sinfoniche di Londra, Israele, Boston, Hollywood, San Francisco, Berlino, con l’Orchestra Sinfonica della Radio di Parigi, l’Illusions Orchestra diretta da Bruno Fontaine, la Michael Nyman Band e il Matrix Ensemble diretto da Robert Ziegler, calcando i palcoscenici internazionali di tutto il pianeta, da Buenos Aires a Sydney.
L’ho raggiunta a Venezia il 13 Giugno 2026, in occasione del concerto From Berlin to Broadway, per conoscerla, vederla, sentirla cantare. Godendo dal vivo della sua arte ci si rende conto di un legame vivo e materiale, genealogico e visionario tra le donne che hanno costruito la civiltà delle arti: una trama invisibile che ha a che a vedere con il Tempo, con l’essere nel Tempo. Dal vivo comprendi il valore di certe parole usate per descrivere la sua maestria nella “presenza” come elemento drammaturgico autonomo, del suo gesto come azione narrativa. Tra le parole che la stampa anglosassone dedica al suo corpo performativo compaiono formule come commanding stage presence, theatrical physicality, magnetic performer e cinematic presence on stage e ancora volcanic expressivity, che sottolineano la sua capacità di alternare controllo e improvvisi archi d’energia. Dal tedesco arrivano espressioni come starke Bühnenpräsenz, körperliche Ausdruckskraft e perfekte Beherrschung der Bühne, fino alla definizione di Theaterkörper, corpo teatrale inteso come veicolo di memoria culturale della Mitteleuropa. Nella stampa francese emergono espressioni più materialmente sensibili come présence incandescente, corps narratif e interprétation habitée. La nostra lingua editoriale ricorre a “presenza scenica magnetica”, “fisicità teatrale” e “corpo narrante” sottolineando in più luoghi la capacità di occupare lo spazio scenico con precisione architettonica.
La sua sterminata biografia ha lasciato molte tracce, segni che portano in sé nascosto l’incipit di movimenti importanti per un’evoluzione del corpo e dell’anima presi nel desiderio di svincolarsi dai condizionamenti di una società che, purtroppo, oggi volge di nuovo il suo cuore verso miti feroci e impietosi.
Sul palco del teatro Goldoni si vede una vera Signora delle scene, un’incarnazione continua delle Furie del Novecento in un corpo che rivela e anticipa, in ogni attimo performativo, un futuro di rinnovata sensibilità, una rivolta poetica nello spazio pubblico. In Ute Lemper si vede il Tempo tornare a essere l’alleato dell’umano femminile, il complice invisibile di una liberazione, di un dispiegamento della sua potenza rivoluzionaria. Proprio nel corpo che invecchia, che assume su di sé il passaggio del vivere, proprio nell’invecchiare, cosa proibita alle donne secondo l’attuale mantra massmediale consumistico, vi è il senso ultimo di una comprensione della nostra comune vulnerabilità, in bilico tra eros e pietas.
Da viaggiatrice tra le epoche, questa artista ci mostra allo specchio dell’arte le nostre illusioni: quelle fatte di oscurità e quelle fatte di luce. Ute Lemper è l’apparizione della resistenza dell’umano femminile sia come posizione intellettuale sia come sogno di liberazione dall’oppressione patriarcale: il suo corpo ricorda la lotta per la dignità insita in ogni piccolo istante; la sua voce testimonia l’immensa cura e l’impegno senza sosta che servono per radicarci nel vivere; la sua intera esistenza porta i segni di una possibile nuova storia d’Europa: sincretica, coraggiosa, compassionevole.
Spero che questa intervista possa parlare al cuore delle più giovani, artiste e non, affinché possano pensare che esista davvero la possibilità di trasformare i fatti, così come ci sembra che si propongano alla realtà, in occasioni di rivelazione, di verità e di poesia. E vorrei anche parlare al cuore delle più vecchie, quelle che hanno già il Tempo inscritto addosso, tra membra e membra, tracciato nella pelle, nello scorrere struggente e fulgido entro cui tutte e tutti danziamo il nostro reciproco esserci.
Dedico dunque queste parole alle vecchie donne che, come me, di questo mondo hanno visto già molto, hanno visto troppo… Abbiamo tutte e tutti visto troppo e c’è molto dolore nella memoria dei nostri popoli. La grande arte è lì a ricordarci il perché, nonostante tutto, ne valga proprio tutta la pena. Ne valga davvero sempre tutto l’amore…
Nel corso della sua carriera ha interpretato repertori nati in tempi di guerra[6], esilio e repressione. Cosa significa oggi portare queste voci davanti a un pubblico contemporaneo?
Ho sempre sentito una vicinanza a un repertorio di canzoni che affrontano i conflitti più profondi e reali della vita. Attraverso un approccio filosofico cerchiamo di comprendere perché siamo tutti “gettati” in questa coscienza, cerchiamo di capire in che modo trovare uno scopo per la nostra esistenza e renderla significativa, giorno per giorno, interrogandoci sul senso della vita. I poeti francesi suggeriscono questo approccio esistenziale nella loro letteratura musicale… sono sempre stata molto attratta dalla loro “trasparenza della disperazione”. Ma esiste anche la dimensione concreta della realtà e dei suoi squilibri: le ingiustizie tra privilegiati e dimenticati… i negletti ovvero coloro che provano a sopravvivere nelle ombre, ai margini. Ci sono poi le canzoni scritte sotto oppressione e canzoni di ribellione che ispirano a cambiare le condizioni della vita, come suggerisce Bertolt Brecht con la sua opera. Tutte queste evocazioni filosofiche e artistiche dell’anima sono eterne: hanno attraversato i tempi, dagli antichi greci fino a impegnare i nostri figli e le nostre figlie oggi.
Lei ha spesso interpretato donne libere, anticonvenzionali e politicamente scomode. Il corpo femminile sul palco è ancora oggi un territorio di conflitto?
Il corpo femminile è un territorio di dignità e libertà. Il mondo è ancora in gran parte governato dagli uomini e dobbiamo continuare a ricordarlo e a difenderci dallo sfruttamento e dalla mancanza di rispetto. Noi siamo coloro che portano amore e pace nei nostri cuori, beni che dobbiamo trasmettere ai nostri figli per il loro futuro. Anche se in molte culture le donne sono state capaci di ottenere diritti parziali, continuiamo a vivere una forma di emancipazione insufficiente che poggia su basi storiche, biologiche, tradizionali.
In un’epoca segnata da guerre, crisi democratiche, ritorni autoritari e trasformazioni nei modelli di mascolinità, quale ruolo può ancora avere l’arte?
Raramente l’arte può cambiare le circostanze, ma può sempre consolare, interpretare e stimolare il pensiero e il confronto ampliando la prospettiva e incoraggiando le persone a sostenere il cambiamento, a ribellarsi. Il mio nuovo progetto MOTHERS in quindici lingue è un appello universale a tutte le madri affinché si facciano portatrici di pace e umanità, per un futuro giusto che includa libertà e istruzione per i nostri figli e le nostre figlie.
Marlene Dietrich è una presenza centrale nel suo immaginario artistico. In che modo parla ancora al presente?
Marlene Dietrich era una donna del futuro in un’epoca in cui alle donne era negato essere sincere in un mondo di uomini. Marlene ha infranto tutte le regole: era una donna naturalmente emancipata e istruita che ha raggiunto una posizione di parità ispirando una generazione di donne con il suo coraggio e il suo stile. Ha oltrepassato i confini dell’identità di genere vestendosi da uomo, parlando con l’autorità riservata agli uomini ed essendo anche bisessuale… era decisamente una donna del futuro!
Lei si definisce una viaggiatrice nel Tempo. Cosa è cambiato e cosa è rimasto invariato nel suo percorso?
Sono madre da 33 anni[7] e, a dire il vero, questa è la mia più grande ispirazione nella vita. Sono performer da molto più tempo, da 43 anni. Amo ancora il momento concentrato della vita sul palco, la celebrazione della libertà nella musica, l’emozione autentica, la profondità dell’anima e la fragilità del cuore. Cerco di vivere una sofisticazione senza Tempo e accolgo l’invecchiamento come un fattore di liberazione. Sono molto più vicina all’essenza delle mie scelte adesso rispetto a trent’anni fa; cerco di restare lucida e forte senza cedere a pressioni e paure. Cerco di godermi ogni momento del percorso, perché questo è tutto ciò che abbiamo: il viaggio… non puoi fermarlo e indugiare, puoi solo accogliere il cammino e le prospettive e le emozioni in continuo mutamento, un corpo che attraversa costantemente difficoltà e adattamenti, e i compromessi che ciascuno è chiamato ad accettare per riuscire a mantenere uno sguardo positivo sulla vita. Il bicchiere non è mai pieno, è sempre mezzo pieno e non lo vedo mai mezzo vuoto. Le donne hanno ottenuto molto, ma sono ancora spesso chiamate a sostenere una doppia responsabilità: madri e lavoratrici allo stesso tempo, donne che sostengono la famiglia e autentiche combattenti, dotate di un cuore immenso, e solo di rado fredde, egoiste e vanitose come gli uomini possono essere. Sento che le donne rappresentano spesso una saggezza più profonda rispetto a quella degli uomini, una saggezza umana basata su una connessione più diretta con il cuore che dona. Essere madre mi ha tenuto la testa sulle spalle. Sono rimasta umile e gentile, grata per le cose semplici della vita come la famiglia, la salute, l’innocenza, la natura e la gioia semplice. La pandemia ha riportato in primo piano il valore di questa vita più semplice e domestica. Mi sono emancipata molte volte e continuo a farlo ogni giorno per restare libera. Non mi piace essere controllata o trattata con mancanza di rispetto. Ho bisogno di libertà, nel lavoro e nelle relazioni. Questo richiede scelte costanti per restare fedele alle mie idee e alla mia visione. Pretendo grande dedizione dalle persone con cui lavoro, dai miei figli e da me stessa, e naturalmente sono pienamente emancipata anche nel mio matrimonio.
Nella storia della musica occidentale, le donne sono state spesso riconosciute più come interpreti che come compositrici. Come vede oggi il ruolo delle donne nella musica?
Nei primi vent’anni della mia carriera sono stata un’interprete e non una creatrice delle opere che presentavo. Poi ho smesso di partecipare a grandi produzioni e sono diventata creatrice, autrice e compositrice, seguendo un percorso artistico molto più libero che preferisco. Posso essere artefice del mio percorso, scegliere e costruire in totale libertà il messaggio e la visione del mio lavoro. Questo mi permette di gestire meglio il tempo, sia come madre sia come artista, senza dover accettare grandi compromessi. Posso identificarmi pienamente con il mio universo creativo[8].
Ha inoltre collaborato con il Tanztheater di Pina Bausch. Può raccontarci questa esperienza e spiegare in che modo ha influenzato la Sua comprensione del corpo, della scena e della voce?
Pina Bausch è stata una coreografa rivoluzionaria che ha reinventato la danza. Era l’esistenzialista senza vanità del teatro-danza: nulla aveva a che fare con la scuola classica del movimento, tutto riguardava il realismo, l’espressione e la storia che doveva essere raccontata. Ha rovesciato il corpo, lasciando che ciò che era dentro venisse fuori. È stata unica nel suo genere e sono grata di aver lavorato con lei per un periodo. Tuttavia, ho dovuto aderire completamente alla sua visione, che alla fine limitava la mia libertà interpretativa.
Durante il suo tour italiano del 2026 si esibirà in città come Chiasso, Roma, Padova e Venezia. Che rapporto ha oggi con l’Italia?
Ho un rapporto lungo e profondo con l’Italia. Sono profondamente grata del fatto che il mio pubblico mi segua da molti decenni e che nuove generazioni continuino a scoprire la mia storia. È meraviglioso tornare con nuove idee, nuovi spettacoli, nuove storie in parola e musica e sorprendere sempre il pubblico con un nuovo capitolo del mio percorso. Continuo a evolvermi e non mi fermo mai su vecchie abitudini. Il pubblico cresce, come cresco anch’io, ma cresciamo anche in consapevolezza e gratitudine. Grazie Italia per avermi accompagnata attraverso i mulini a vento della vita verso il domani.
Fonti biografiche: https://www.utelemper.com/
[1] Dopo gli studi di danza all’Accademia di Colonia e di recitazione al Max Reinhardt Seminar di Vienna, Ute Lemper inizia la sua carriera teatrale nella produzione originale viennese di Cats, interpretando i ruoli di Grizabella e Bombalurina. Ha poi vestito i panni di Peter Pan a Berlino e di Sally Bowles nel Cabaret diretto da Jérôme Savary a Parigi, interpretazione che le ha conferito il Premio Molière come migliore attrice. A Berlino è stata Lola ne L’angelo azzurro sotto la direzione di Peter Zadek. Maurice Béjart ha creato per lei il balletto La Mort Subite. La collaborazione con il Tanztheater di Pina Bausch, in particolare nei progetti legati alla musica di Kurt Weill, ha rappresentato un ulteriore momento fondamentale del suo percorso artistico. Il ruolo di Velma Kelly nella produzione londinese di Chicago le è valso il Laurence Olivier Award; lo spettacolo è stato poi trasferito a Broadway, dove ha ricevuto l’American Theatre Award.
[2] In ambito cinematografico ha recitato, tra gli altri spettacoli, in L’Autrichienne di Pierre Granier-Deferre, Prospero’s Books di Peter Greenaway, Moscow Parade di Ivan Dykhovichny, Prêt-à-Porter di Robert Altman, Bogus di Norman Jewison, Combat de Fauves di Benoît Lamy, A River Made to Drown In di James Merendino e Appetite di George Milton. In televisione è apparsa in produzioni quali Rage/Outrage, The Dreyfus Affair (Arte), Tales from the Crypt (HBO), Ute Lemper Sings Kurt Weill (Bravo), Illusions (Granada), Songbook diretto da Volker Schlöndorff, The Wall di Roger Waters e The Look of Love di Gillian Lynn.
[3] Ute ha ricevuto una candidatura ai Grammy Awards per l’album Paris Days/Berlin Nights, inciso con il Vogler String Quartet e il pianista Stefan Malzew. Il disco propone un raffinato repertorio a metà tra musica classica e chanson, con composizioni di Hans Eisler, Kurt Weill, Jacques Brel, Edith Piaf e Astor Piazzolla, oltre a canti popolari in yiddish e in russo. L’ensemble ha effettuato una lunga tournée in Nord America nella primavera del 2012.
[4] Tra le sue incisioni più celebri per Decca figurano Ute Lemper Sings Kurt Weill (volumi I e II), The Threepenny Opera, The Seven Deadly Sins, Mahagonny Songspiel, Prospero’s Books, Songbook, Illusions, City of Strangers e Berlin Cabaret Songs, pubblicato sia in tedesco sia in inglese. Nel 1993-1994 la rivista Billboard l’ha nominata Crossover Artist of the Year. All’inizio degli anni Duemila Decca/Universal Music ha pubblicato Punishing Kiss, contenente brani scritti appositamente per lei da Elvis Costello, Tom Waits, Philip Glass e Nick Cave. È seguito But One Day, che propone nuovi arrangiamenti di brani di Weill, Brel, Piazzolla, Heymann ed Eisler insieme alle sue prime composizioni originali. Ha inoltre inciso Crimes of the Heart, Life Is a Cabaret, Ute Lemper Live, Espace Indecent, Nuits Étranges e She Has a Heart.
[5] Di recente ha riportato in scena una delle opere che ama di più del repertorio di Bertolt Brecht e Kurt Weill ovvero I sette peccati capitali (The Seven Deadly Sins). Ha intrapreso una tournée con la Potsdamer Kammerakademie, presentando il lavoro nelle più prestigiose sale da concerto della Germania, e continuerà a eseguirlo con numerose altre orchestre europee. Con particolare emozione, a venticinque anni dalla loro prima esperienza artistica comune, ha inoltre ripreso quest’opera insieme al Tanztheater di Pina Bausch, con numerose rappresentazioni al Théâtre du Châtelet di Parigi e successivamente in Germania.
[6] Ogni anno, in occasione dell’anniversario della liberazione di Auschwitz, Ute Lemper presenta il progetto Songs for Eternity, dedicato ai canti composti dai prigionieri ebrei durante l’Olocausto. Il programma raccoglie musiche create nei ghetti e nei campi di concentramento tra il 1942 e il 1944. Insieme a Francesco Lotoro e Orly Beigel, Ute ha condotto una lunga ricerca che ha riportato alla luce una straordinaria raccolta di brani nati nei momenti più bui della prigionia, tra sofferenze indicibili, torture e morte.
[7] Ute Lemper vive a New York con i suoi quattro figli: Max, Stella, Julian e Jonas.
[8] Nel 2011 e nel 2012 Ute Lemper ha portato in tournée Ultimo Tango, uno spettacolo dedicato all’universo musicale di Astor Piazzolla. Oltre a cantare in spagnolo, ha realizzato adattamenti dei brani in tedesco, francese e inglese. Lo spettacolo racconta storie di amore, abbandono e decadenza ambientate tra Buenos Aires, Berlino, Parigi e New York, con la partecipazione dell’originale sestetto di Astor Piazzolla proveniente da Buenos Aires. Inoltre si ricordano: The Bukowski Project, un collage musicale d’avanguardia ispirato alle poesie di Charles Bukowski. Il progetto, ideato e composto in gran parte dalla stessa Ute, nasce dalla collaborazione con il compagno Todd Turkisher e il pianista Vana Gierig. Nell’opera Forever Ute rende omaggio al poeta cileno Pablo Neruda attraverso un ciclo di canzoni originali composte da lei composte sui suoi celebri versi d’amore. Questo intenso progetto musicale ha viaggiato nei teatri di tutto il mondo ottenendo un notevole successo di pubblico e di critica.
(Foto di Stefan Brending)
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