Il Mulino del Po: la passione al servizio dell’arte

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Il Mulino del PoLa mia piccola ricerca volta a censire le orchestre e gli artisti legati alla musica da ballo, si fregia della segnalazione di una delle band più longeve e acclamate del nord Italia: “Il Mulino del Po”.
Omettendo, almeno per il momento, le indubbie qualità tecniche che fanno di questo gruppo un riferimento per gli amanti della musica folk, mi soffermo su alcune virtù non propriamente comuni alla totalità delle formazioni orchestrali. Professionalità, esperienza, simpatia… sono la risultante di un’equazione il cui minimo comune denominatore è dato dalla volontà di fare della musica uno strumento di aggregazione e di socializzazione. Si può, del resto, rimanere sulla cresta dell’onda per oltre quarant’anni se non si condividono principi e se non c’è unità di intenti, se viene a mancare quella passione che fa di un lavoro, a volte particolarmente duro, un viatico alle problematiche e ai pensieri quotidiani?
La risposta è no. Andiamo dunque a conoscere questa bella realtà.
Le origini dell’orchestra risalgono agli anni Sessanta, quando un gruppo di ragazzi decide, in maniera quantomeno inusuale, di aggregarsi per “strimpellare” insieme. Fino a qui niente di strano, non fosse altro che, a meno di prova contraria, per fare musica si richiede il possesso di strumenti e loro, almeno per il momento, ne sono totalmente sprovvisti. Anche l’assegnazione dei ruoli (c’è da decidere chi suonerà la chitarra, chi la batteria, chi canterà, etc.) è del tutto singolare; nessuno di loro ha delle competenze specifiche, perciò si decide a tavolino l’apporto di ogni singolo elemento nell’autonomia della band, sulla base di capacità più o meno presunte. Una volta decise le incombenze personali ci si dedica alla ricerca degli strumenti e, complice il periodo di ristrettezze economiche, anche questa formalità assume i connotati di una scalata alla cima dell’Everest in mutande e canotta.
L’entusiasmo e il trasporto li porta ben presto a superare tutti gli ostacoli e, quando non basta… si ricorre ad un vecchio furgone Fiat 1100T (gentilmente prestato da un amico che durante la settimana trasporta forme di grana) e si parte alla volta dei primi concerti e dei primi consensi.
Apache degli Shadows , The house of the rising sun, I’ve been loving you di Otis Redding e i successi delle orchestre più in voga del momento: sono questi i brani che caratterizzano le loro acclamatissime serate. Passano gli anni, e nel gruppo si alternano inevitabilmente nuovi elementi, ai musicisti della prima era succedono i nuovi e la consapevolezza di aver avuto quel tanto di testardaggine e incoscienza da rendere possibile la scalata della cima dell’Everest “in mutande e canotta” ha permesso allo spirito di questa band di rimanere immutato, del tutto indifferente all’inclemente incedere del tempo.
È lo stesso Niki, leader della formazione attuale, a spiegarne i motivi in questa intervista rilasciata a S&M.

Niki, stiliamo un bilancio di questi primi quarant’anni di attività. Quale è stato, ammesso che sia soltanto uno, l’elemento che ha contribuito più degli altri all’affermazione della band?

L’armonia, la disponibilità e l’altruismo hanno permesso a questo grande gruppo di costruire oltre quarant’anni di storia e di successi. Tutti, indistintamente, hanno fatto la propria parte anche se figure come quelle dei mitici Renzo Bonora e Vito Santimone, autori peraltro di molti dei brani del nostro repertorio, hanno contribuito pesantemente all’affermazione dell’orchestra.

Quali sono gli stimoli che esortano un gruppo di amici a investire così tanto tempo in una realtà che va ben oltre la semplice orchestra e il rapporto di lavoro?

Indubbiamente, una grande passione che lega tutti noi, quindi il desiderio di comunicare qualcosa… le nostre emozioni. Al resto pensa la gente, il pubblico… Vederli sempre così numerosi durante le performance è qualcosa di estremamente gratificante, di unico!

Il Mulino del PoC’è un episodio che più degli altri ha segnato la vostra storia e la vostra brillantissima carriera artistica?

Io posso solamente parlarti della mia esperienza all’interno del gruppo, limitata a questi ultimi anni della storia dell’orchestra e, più che a un singolo episodio, penso che la nostra consacrazione sia legata ad un brano che ha segnato la maturazione artistica della band. Mi riferisco a Carezze, un valzer lento che ci ha portato alla ribalta delle grandi platee; naturalmente, abbiamo scritto tante altre canzoni, ma a questa siamo particolarmente affezionati!

Cosa pensi del modo di fare musica attuale, l’avvento dell’elettronica ha portato così tanti benefici?

Qui divento decisamente cattivo, non sono per niente d’accordo! Purtroppo l’elettronica ha dato a chiunque la possibilità di fare musica, anche a chi non ne capisce nulla, con conseguenze drammatiche per chi ha studiato, per chi ha fatto sacrifici pensando ad una grande carriera artistica e a un impiego stabile. Benefici? Fino ad un certo punto. La qualità sonora indubbiamente ne trae vantaggio, è tutto perfetto, forse fin troppo. Io trovo che sia decisamente meglio sentire uno strumento dal vivo piuttosto che uno campionato! Oggi, il pubblico si è abituato ad ascoltare delle registrazioni e non c’è più pathos, comunicazione… sono scelte commerciali. Io posso “giustificare” chi sceglie di fare il playback, ma sarebbe preferibile che fosse comunque un musicista, ma non mi trovo d’accordo con chi non sa tenere uno strumento in mano e fa finta di suonare! Noi, lo dico con orgoglio, ci esibiamo dal vivo e siamo fortemente convinti che una nota, stonata, ma fatta con il cuore, sia molto meglio della perfezione che deriva dalle macchine!

Il mondo dello spettacolo è chiaramente in difficoltà; ci sono sempre meno giovani che frequentano le sale e forse la causa non va attribuita esclusivamente alla crisi economica. C’è, a tuo modo di vedere, una soluzione per invertire questa tendenza e quale futuro prevedi per la musica da ballo?

Indubbiamente, la crisi economica incide… e parecchio, ma se nelle sale non c’è stato un consistente “riciclo di gente”, le motivazioni vanno cercate altrove, magari proprio alla condotta poco professionale di alcuni operatori dello spettacolo, o pseudo tali. La speranza della musica da ballo è riposta nelle sempre più numerose scuole che, fortunatamente, coinvolgono anche i più giovani e comunque sta a noi musicisti saper interpretare le esigenze del pubblico, saperci adattare ai tempi e “perorare la causa della musica da ballo”.