Mirko Casadei: da padre in figlio… il segreto del successo

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Mirko CasadeiCorsi e ricorsi storici, dinastie che si succedono, regni tramandati da padre in figlio che, nel bene e nel male, segnano mutamenti epocali influendo sul destino di intere civiltà. Tanto per elencarne qualcuno potremmo citare uno dei monarchi più famosi della storia antica, il Faraone Ramses II, terzo Re della XIX dinastia, figlio del grande Sethi I che condusse il suo popolo alla vittoria in tantissime battaglie, tra cui quella di Qadesh raffigurata in tutti i templi dell’antico Egitto. Oppure il leggendario Salomone, figlio del grande Re Davide celebrato nei testi biblici come uno dei più importanti regnanti d’Israele. E poi Alessandro Magno, figlio di Filippo II Re di Macedonia, Carlo Magno, figlio di Pipino Re dei Franchi e così via tra imperi conquistati e ricchezze tramandate da generazione in generazione.
La storia moderna ci parla di famiglie a capo di enormi imperi finanziari e di discendenze che si succedono ai vertici dei più importanti sistemi economici, a dimostrazione di un’abitudine, di una propensione e di una spiccata predisposizione al potere marcatamente impressa nel codice genetico. DNA, cromosomi, ereditarietà congenite… e stai a vedere che, quando il mondo si interrogava sull’opportunità e sulla moralità a monte del processo di clonazione della povera pecora Dolly, qualche buontempone si intrufolava segretamente nella stanza dei bottoni del Professor Ian Wilmut e, da un gene del padre Raoul, ha originato un… Casadei a caso, l’ultimo arrivato in una famiglia di grandi artisti Già, perché parlando di stirpe, di reali e di conquiste probabilmente non offenderemo nessuno citando il discendente di una casata le cui gesta sono famose anche ben oltre le mitiche Colonne d’Ercole.
Stiamo parlando di Mirko Casadei, rispettivamente figlio e pronipote del Re e del precursore (Secondo Casadei) della musica da ballo.
A onor del vero, per sua stessa ammissione, non si è mai considerato un musicista di primo livello, bensì un animatore e con la sua chitarra ha iniziato a fare la gavetta sulle spiagge del litorale romagnolo. E onestamente, cosa può desiderare di più un ragazzo di vent’anni quando, per guadagnarti da vivere ti basta cantare sul lungomare di Rimini con quel po’ po’ di vita che ti gira intorno? Poi, con il passare degli anni realizzi che ti chiami Casadei e che forse spetta proprio a te prendere le redini dell’Orchestra e iniziare a fare le cose sul serio.
Personalmente, ho avuto il piacere di incontrarlo nel corso di uno dei suoi concerti e devo dire che si è trattato di un’esperienza molto positiva; il ragazzo che non ti aspetti… umile, disponibile e con le idee chiare sul suo futuro e su quello dell’Orchestra.

La prima è una domanda d’obbligo che credo di aver già fatto a tuo padre in una precedente intervista: musicisti si nasce o lo si diventa in virtù della grande tradizione di famiglia?

Nella mia famiglia ho sempre “respirato” musica a trecentosessanta gradi. L’Orchestra Casadei ha arruolato continuamente artisti di primissimo livello che, chiaramente, hanno in parte influenzato la mia scelta professionale. Malgrado ciò, non sono mai stato ossessionato dal dover diventare un grande musicista; ho iniziato a suonare da autodidatta e ora amo definirmi un comunicatore, il collante di una band formata da bravissimi professionisti che, attraverso la musica, intesa come linguaggio universale, cerca di esprimere le proprie emozioni e le proprie sensazioni.

Mirko CasadeiQualcuno ti accusa di aver “rinnegato il liscio romagnolo” per dedicarti ad un genere un po’ troppo moderno: sicuramente, la tua è stata una scelta coraggiosa. A distanza di nove anni dal famoso “scambio della pipa” con papà Raoul, prova a stilare un bilancio della tua evoluzione artistica.

Questa è una domanda abbastanza ricorrente… Quando si propone un cambiamento si va inevitabilmente a confrontarsi con il passato, pertanto, il pubblico e i fans legati allo stile romagnolo e ai vecchi successi faticherà un po’ a metabolizzare questa nuova proposta musicale. In realtà, il grande segreto dell’Orchestra Casadei è sempre stato il “rinnovamento”; non si resta sulla cresta dell’onda per ottant’anni senza adeguarsi ai tempi e alle nuove generazioni. Lo stesso Raoul, trent’anni fa, con la Musica Solare e con il lancio di nuovi ritmi è stato un innovatore! Io adoro la tradizione e lo stile romagnolo, ma ho cercato di portare qualcosa di nuovo. Si parla tanto di società multietnica e anche la musica è figlia della globalizzazione quindi, a mio parere, è importante, anzi, determinante affacciarsi ai nuovi linguaggi e alle nuove tendenze. Dovessi fare una valutazione, ad oggi, della mia carriera non potrebbe che essere positiva se penso ai grandi nomi con cui ho avuto il piacere e l’onore di collaborare. Le jam session con i vari Andrea Mingardi, Gloria Gaynor, Gipsy Kings, Claudio Baglioni, se da un lato vanno a impreziosire il curriculum e il bagaglio di esperienze di un artista, almeno nel mio caso sono servite anche a promuovere e a valorizzare la musica tradizionale, pur con sonorità non propriamente attinenti agli standard romagnoli, ma sicuramente al passo con i tempi e vicine al gusto dei giovani.

Come giudichi il mondo che ti circonda, chiaramente da un punto di vista musicale e quanto è difficile rimanere sulla cresta dell’onda, vista l’ossessiva ricerca di nuovi idoli e talenti che portino audience e consensi?

C’è tanta, troppa tecnologia e spesso anche i musicisti più bravi faticano ad emergere schiacciati da un sistema che privilegia esclusivamente l’immagine a scapito dei valori e della qualità. Anche il mondo dello spettacolo è cambiato e molto. Una volta, bastava fare un passaggio in televisione ed eri già una star; oggi, ci sono talmente tante proposte che alla fine rischi di essere sempre uno qualsiasi. Una televisione “poco meritocratica”, figlia dei nostri tempi, che valorizza le comparse del momento ed emargina i più meritevoli, che restano quasi sempre fuori dai giochi. Personalmente, ho avuto la fortuna di partecipare, per due anni consecutivi, anche al Maurizio Costanzo Show e, chiaramente, questo tipo di visibilità non può che aver giovato alla mia consacrazione, ma è il contatto con il pubblico, il calore della gente, il brivido del palco il momento più bello e importante per un artista.

Nella tua ancor breve ma promettentissima esperienza di “vita da palco”, c’è un musicista o un qualsiasi artista che ti ha impressionato, fatta eccezione per tuo padre naturalmente. C’è qualcuno in particolare con cui vorresti collaborare?

Detto delle tante collaborazioni vorrei soffermarmi su Mario Reyes il chitarrista dei Gipsy Kings, un musicista eclettico e secondo me geniale. Ripeto, nell’Orchestra Casadei hanno transitato grandi personaggi, ne cito uno su tutti “Lele il Saraceno”, una voce bellissima, a mio parere, tecnicamente una delle migliori in circolazione. Riguardo alle collaborazioni future non faccio nomi specifici, c’è sempre qualcosa da imparare, qualche segreto da “carpire”.

Tutti nella vita abbiamo un traguardo, una meta alla quale, tra mille difficoltà, speriamo di arrivare: qual è il tuo sogno nel cassetto?

Nel breve, i miei sforzi sono concentrati sull’organizzazione del tour estivo che toccherà tante piazze in Italia, sulla realizzazione del disco e su una probabile collaborazione con qualche programma televisivo. Un sogno da realizzare? Vorrei tanto scrivere una canzone che faccia il giro del mondo e che cantino proprio tutti! Qualcuno in famiglia c’è già riuscito…