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Alberto Burri: “Al di là del concreto e dell’astratto” – 1° parte

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“AL DI LÀ DEL CONCRETO E DELL’ASTRATTO”

Alberto Burri, la musica e la scena primordiale

(prima parte)

 

Vent’anni dalla morte, settanta dalle sue prime opere documentate (ancora – e per poco – figurative), cento dalla nascita. Il 2015 è decisamente l’anno di Alberto Burri, che nasce il 12 marzo del 1915 a Città di Castello, figlio di quell’Umbria artigiana dalla quale apprende a plasmare la materia, che tra le sue mani vive, si dimena, si squarcia, brucia, diventa arte, senza, tuttavia, smarrire mai la propria natura.02 Alberto Burri Che derivi etimologicamente dal sanscrito mât, che indica l’atto del fare con le mani, o dal latino matĕria(m), sostanza di cui è fatta la māter, cioè il tronco dell’albero che produce i giovani germogli[1], la «materia» nasce sacra e rimanda alla creazione, indicando un principio cosmico generante. Manipolata dall’artista, essa si tramuta in «materiale» per divenire forma, attraverso un processo di sublimazione. Con Burri la materia, però, conquista un ruolo da protagonista assoluta e s’impone come entità estetica compiuta[2]. Per dirla con Giulio Carlo Argan, l’arte di Burri è “una sorta di trompe-l’oeil a rovescio, nel quale non è più la pittura a fingere la realtà, ma la realtà a fingere la pittura”[3], laddove la «realtà» s’identifica con la materia. Medico e soldato, catturato dagli Alleati, Burri sceglierà di essere un artista in un campo di prigionia nel Texas.03 Texas (1945) E qualche anno dopo aver sposato (1955, un altro anniversario) Minsa Craig, ballerina e coreografa americana d’origine ucraina, si confronterà anche con la musica, realizzando scenografie e costumi per la coreutica e per la lirica. La scena di Alberto Burri è la skené primordiale, il fondale dei canti e delle danze consacrate agli dei, disadorna e priva di artifici[4]. A farsi scena è l’arte stessa di Burri, che, pur nella schiettezza della sua astrazione, esprime una consapevolezza dello spazio, che non è semplice luogo della rappresentazione, ma suo protagonista assoluto[5].04 Teatro Continuo

Rientrato dalla prigionia americana nel febbraio del 1946, e dopo aver soggiornato per un breve periodo a Città di Castello, Burri si trasferisce a Roma. È qui, che, nel luglio del 1947, presso la galleria “La Margherita”, espone per la prima volta i suoi lavori, ancora di segno figurativo. Il 1948 è l’anno della svolta: sempre presso la stessa galleria, Burri propone le sue prime opere astratte, che mostrano qualche relazione con quelle di Klee e di Miró, e, dopo un viaggio a Parigi, comincia a realizzare i primi “catrami”. Non per caso, nella capitale francese ha visitato la galleria di René Drouin in Place Vendôme, uno dei centri più importanti della nuova stagione artistica che sarà denominata “informale”.Fondation Dubuffet Non si tratta di una corrente dai tratti distintivi rigorosamente delineati, com’era stato per le avanguardie storiche. Alle sue radici ci sono tali e tante influenze e suggestioni, sia artistiche, sia filosofiche (l’impressionismo, il dadaismo, il surrealismo, l’espressionismo, la fenomenologia husserliana, l’esistenzialismo di Heidegger e quello postcubista) da farne un movimento estremamente eterogeneo, che schiera personalità anche profondamente diverse tra loro (tra gli altri, Fautrier, Dubuffet, Mathieu, Tàpies, Hartung, Vedova, Birolli, Capogrossi e gli americani dell’action painting: Pollock, De Kooning, Kline).06 Opera di Emilio Vedova L’informale nasce nel clima culturale postbellico, caratterizzato da una profonda sfiducia nei valori conoscitivi e razionali. Per gli artisti informali l’atto creativo si identifica con l’azione, mentre segno, disegno, colore e figura perdono qualsiasi significato manifesto. L’artista trasfigura in oggetto d’arte la materia, della quale indaga le potenzialità espressive. Burri eserciterà una forte influenza su un’intera generazione di artisti informali, pur non rientrando in senso stretto nell’area dell’informale “storico”[6]. L’opera di Burri non esclude, infatti, l’esigenza di raggiungere un equilibrio plastico-formale. Ciò che gli interessa essenzialmente non è l’informe in quanto tale, quanto dare una forma ad esso. Burri non rigetta la bellezza, ma la assume come scopo fondamentale del proprio lavoro: “Io vedo la bellezza e basta. E la bellezza è la bellezza e basta, sia che sia un bellissimo sacco, sia che sia un bellissimo legno, ferro o altro”[7]. Rispetto all’apologia dell’informe, Burri stabilisce un rapporto con la materia assai più complesso, elevando, sostiene lo psicanalista lacaniano Massimo Recalcati, “in un movimento di sublimazione rigorosamente freudiano, la carne scomposta della materia alla dignità dell’opera”[8]. All’inizio degli anni Cinquanta, la ricerca di Burri sfocia nei “sacchi”, ed è subito scandalo.07 Sacco nero e rosso (1955) Se i “catrami” e le “muffe” potevano – almeno – ancora evocare gli impasti pittorici da stendere sulla tela, l’apparizione della juta rappresenta l’inconsueto assoluto, soprattutto quando, verso il 1952, l’artista cessa di mescolarvi il colore, per alternare ed accordare i sacchi grezzi secondo la diversa, intrinseca gradazione delle loro trame. Due anni dopo, Burri dà il via alle combustioni, che sperimenta sulla carta e, successivamente, su sacchi, ferri e plastica.08 Legni Sui “legni”, poi – siamo verso la fine degli anni Cinquanta – la fiamma sostituisce il pennello per accendere di rosso i delicati passaggi cromatici della materia. Ai sacchi si avvicendano, nel 1955, i primi “ferri”: all’ago e al filo, che suturano le “ferite” inferte ai sacchi da una desolata esistenza, subentrano vigorose saldature, ma tutto permane entro i confini di un discorso pittorico bidimensionale.09 Fabbro Nel 1960, Giovanni Carandente realizza il primo documentario sull’opera di Burri[9], il quale, circa due anni dopo, espone i frutti delle sue nuove sperimentazioni: quelle sulle “plastiche”, pellicole lucide e sgradevoli “per la loro pretesa asettica, per quel «vedere e non toccare» che è quasi una provocazione e che chiede, invoca una lacerazione”[10].10 Plastica

Nel 1963, Burri debutta come scenografo e costumista alla Scala di Milano per Spirituals per orchestra in cinque movimenti, con coreografie di Mario Pistoni e musiche di Morton Gould (1913–1996), compositore, pianista e direttore d’orchestra, che ha mosso i primi passi al Radio City Music Hall per poi approdare a Broadway, a Hollywood, all’American Ballet Theatre e al New York City Ballet.11 Morton Gould C’è un’indubbia e pressoché ininterrotta attitudine di Burri alla grandezza, a infrangere i limiti del quadro per irrompere con la pittura nello spazio esterno e pervaderlo di essa. È un’inclinazione che troverà particolare occasione di appagamento proprio nella realizzazione delle scene e nell’allestimento degli spazi espositivi degli ex Seccatoi a Città di Castello.12 Ex seccatoi del tabacco Spirituals è una partitura del 1941, ispirata a temi del Nuovo Testamento (la sofferenza di Cristo, la pietà della Vergine, la redenzione della peccatrice), la cui drammaticità è amplificata dai potenti contrasti cromatici ideati da Burri: rosso e nero folgoranti, accostati ad un fondo ligneo ingigantito fino all’inverosimile e ritemprato dall’energia della combustione, che lascia segni indelebili sulla superficie irregolare.13 Spirituals Rosso e nero -vita e morte? tenebra e luce? – straripano dal palco fino a riversarsi sull’intero teatro, accordandosi ai movimenti dei danzatori e visualizzando quelli della musica. Cinque anni dopo sarà la volta della realizzazione delle scene per L’avventura di un povero cristiano di Ignazio Silone, diretto da Valerio Zurlini per il teatro Stabile dell’Aquila e messo in scena a San Miniato,14 L'avventura di un povero cristiano mentre nel 1972 disegnerà e realizzerà le scene e i costumi per November Steps, musica di Tōru Takemitsu e coreografia di Minsa Craig, per il Teatro dell’Opera di Roma.

(fine prima parte…)

 

NOTE

[1] Manlio Cortellazzo, Paolo Zolli, Dizionario Etimologico della Lingua Italiana, Zanichelli, Bologna, 1999.
[2] Giuliano Serafini, Burri, Dossier Art N° 62, Giunti, Firenze – Milano, novembre 1991.
[3] Giulio Carlo Argan, “Alberto Burri”, in AA. VV., Salvezza e caduta dell’arte moderna, Il Saggiatore, Milano, 1960, p.260.
[4] Rita Olivieri, “Burri, l’essenzialità della scena”, in C. Sarteanesi, M. Calvesi, Burri, Skirà, Milano, 2008.
[5] Maurizio Calvesi, Percorso di Burri, in http://www.fondazioneburri.org/ita/pdf/calvesi.pdf.
[6] G. Serafini, op. cit.
[7] Riportato in Massimo Recalcati, Il miracolo della forma: per un’estetica psicoanalitica, Bruno Mondadori, Milano, 2007, p. 158.
[8] Ibidem, p. 159.
[9] Il documentario di Giovanni Carandente, Burri, è conservato presso Palazzo Collicola Arti Visive “Giovanni Carandente” di Spoleto (PG).
[10] Cesare Brandi, Burri, Editalia, Roma, 1963.

 

PER APPROFONDIRE

BIBLIOGRAFIA

Luca Massimo Barbero (a cura di), Informale. Jean Dubuffet e l’arte europea 1945-1970, Skira, Milano, 2005.

Renato Barilli, Informale, oggetto, comportamento. Vol. 1: La ricerca artistica negli anni ‘50 e ‘60, Feltrinelli, Milano, 2006.

Renato Barilli, Informale, oggetto, comportamento. Vol. 2: La ricerca artistica negli anni ‘70, Feltrinelli, Milano, 2006.

Maurizio Calvesi, Le due avanguardie. Dal futurismo alla pop art, Laterza, Bari, 2008.

Gillo Dorfles, Ultime tendenze nell’arte di oggi. Dall’informale al neo-oggettuale, Feltrinelli, Milano, 2001.

Fondazione Palazzo Albizzini, Burri Contributi al Catalogo sistematico, Petruzzi, Città di Castello, 1990.

Virgilio Patarini (a cura di), La via italiana all’informale. Da Afro, Vedova, Burri alle ultime tendenze, Editoriale Giorgio Mondadori, Milano, 2013.

Jackson Pollock (a cura di E. Pontiggia), Lettere, riflessioni, testimonianze, Abscondita, Milano, 2006.

James Johnson Sweeney, Burri, L’Obelisco, Roma, 1955.

 

LINK AUDIOVISIVI

https://www.youtube.com/watch?v=t6J806HFilE&list=PLJ8TpA0OxPY3wbj1E2Xl00FGTK7dghhTG&index=5

https://www.youtube.com/watch?v=Dp-s6LdBy0A&index=22&list=PLJ8TpA0OxPY3wbj1E2Xl00FGTK7dghhTG

http://www.arte.rai.it/articoli/alberto-burri-i-sacchi-e-la-verit%C3%A0-della-materia/13765/default.aspx

https://www.youtube.com/watch?v=UOiYWs2LcA0

Autore: Sergio Macedone

Sergio Macedone ha scritto 61 articoli.



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