Difficile definire Claudia Bombardella con una sola parola, e forse non ce n’è poi così bisogno: perché è tante cose, esattamente come la sua musica, fatta di elementi molto complessi, ma allo stesso tempo, interpretati in modo così naturale che sembrano innati. La scelta attenta dei suoni, delle vocalità e degli strumenti rende ogni suo brano un bellissimo viaggio immersivo in altre dimensioni.
Ringrazio infinitamente Claudia Bombardella per avermi concesso questa intervista.
Buona lettura.
A oggi, conosciamo la Claudia Bombardella compositrice, cantante, polistrumentista e studiosa dei suoni e delle vocalità del mondo. Viste le tue origini lussemburghesi e il fatto che sei nata da madre tedesca, è facilmente immaginabile da dove possa venire la tua propensione al poliglottismo. Ma come nasce, e in che modo si alimenta, questa sensibilità musicale?
In casa si parlava tedesco e italiano, e in Lussemburgo si parlava francese: quindi già dalla nascita parlavo tre lingue. All’età di dodici anni mia mamma mi spedì in Inghilterra a visitare una famiglia di amici e, nel giro di un mese, imparai l’inglese. Più tardi, quando iniziai a fare i seminari sulla voce, andavo spesso in Spagna e, anche lì, nel giro di un mesetto, ho imparato lo spagnolo.
Ci sono ricerche scientifiche che spiegano come chi ha questo tipo di educazione da bambino sviluppi proprio una parte del cervello per cui è molto facile imparare i suoni. Anche per questo, forse, ora ho questa grande mania di cantare in moltissime lingue.
Mia madre avrebbe voluto che io studiassi lingue, ma non era proprio la mia cosa. Lei era una traduttrice, ma anche una musicista (suonava il piano e il violino), quindi ho seguito comunque la sua traccia. Diciamo che tutta questa facilità musicale, probabilmente, è dovuta a questa sensibilità linguistica.
Se dovessi individuare delle fasi evolutive nel tuo percorso professionale, quali sarebbero?
Prima di tutto, io nasco come strumentista, non come cantante. Da bambina, a cinque anni, iniziai a suonare il violino, ma volevo solo suonare, appunto, non studiare.
Questo è stato un po’ l’atteggiamento di tutta la mia prima fase: prendevo gli strumenti e li suonavo abbastanza facilmente. Suonavo il violino e la chitarra perché li avevamo in casa, poi, a sedici anni, ho iniziato con il sassofono che però, all’epoca, non era così facile da trovare.
Sapevo che la banda di Lussemburgo aveva questo strumento e lo dava a condizione di suonare lì. Non amavo molto quel tipo di musica, ma promisi che ci avrei suonato. Poi, invece, presi questo sassofono e scappai non facendomi vedere per un bel po’, fino a che non lo vollero indietro. Nel frattempo lo avevo suonato, facendo dei piccoli concerti con degli amici ma, ovviamente, avevano iniziato a sopraggiungere dei limiti e iniziai a prendere lezioni da un maestro che ricorderò per tutta la vita perché, a un certo punto, mi disse che sarebbe stato inutile andare da lui se non avessi studiato. Lì per lì rimasi un po’ scioccata, poi lui chiamò mia mamma dicendole che ero molto dotata e suggerendole di farmi fare un seminario specifico in Germania: e così fece. Fu un po’ una rivelazione in cui capii che era bello studiare, perché ero immersa in un contesto di musicisti molto bravi.
In seguito, venni in Italia e cominciai ad andare alla scuola di musica di Fiesole. Tra l’altro ci fu una storia particolare, perché ero in una fase della vita un po’ complicata, per cui sarebbe stato molto importante per me entrare e ci tenevo molto. Inizialmente, mi dissero che non ero stata ammessa, ma il maestro dall’altra parte del telefono sentì che c’era della disperazione nella mia voce, pur non essendo a conoscenza della mia situazione, e mi disse che avrebbe richiamato dopo una settimana (la settimana più lunga della mia vita), dopodiché riuscii a entrare.
Lì iniziò proprio uno stravolgimento della mia vita, perché studiavo quasi quattordici ore al giorno. Ora non studio più così tanto, anche perché credo che a un certo punto sia meglio mantenere una certa freschezza e lasciare più spazio alla ricezione di impulsi.
Il mio problema è che ho cominciato a studiare tanti strumenti perché ho iniziato a fare composizione e, nonostante avessi una mente fervida, non mi piaceva l’idea di farlo senza toccare con mano e saper suonare gli strumenti che servivano. Questo mi ha permesso di capire cosa doveva affrontare il musicista nel momento in cui ho composto per gli altri.
A proposito di evoluzione, a un certo punto, proprio per esigenze compositive, hai sentito il bisogno di ampliare lo spettro dell’espressione creativa con l’aggiunta della fisarmonica. Come è entrata a far parte della tua vita professionale e qual è stato il valore aggiunto di questo strumento?
Avevo un duo di sassofoni con il mio compagno, Luca Di Volo, e per tanti anni abbiamo fatto concerti in questa formazione. Poi, a un certo punto, siccome avevo questa facilità musicale, lui mi regalò una fisarmonica, oltre a vari altri strumenti.
La fisarmonica ci permetteva di andare in varie direzioni. Tra l’altro, era un periodo in cui mi occupavo molto di musica dell’est, dalla klezmer a quella balcanica, in cui questo strumento ha una certa rilevanza. In quel momento suonavo anche il pianoforte, ma per quanto molto bello era anche molto scomodo, perché non te lo potevi portare dietro facilmente. Quindi, iniziò tutto un viaggio a comprare fisarmoniche per i rom, per poi rivenderle ad altri rom, una storia divertente.
Collaborammo con l’Orchestra Regionale Toscana e invitammo, in quell’occasione, Dragan Nikolić, fisarmonicista rom strepitoso. Era divertentissimo perché andavamo nella sua roulotte (era il capo del campo nomadi vicino a Bologna, parliamo degli anni Novanta) a cercare di insegnargli qualcosa, in modo da integrarlo nel concerto che avevamo scritto, ma non era proprio possibile: non era in grado di fare do-re-mi, ma faceva delle cose incredibili del suo repertorio. Perciò, passavamo le giornate con lui in questa roulotte in cui ci veniva servito caffè e pollo fritto dalla sua mamma.
Tornando al mio rapporto con la fisarmonica, l’ho sempre usata come un’ennesima lingua, un colore. Per me le lingue, come gli strumenti, sono colori e la fisarmonica ne ha tanti, quindi mi piace molto usarla.
Il modo in cui viene espressa la vocalità o vengono usati certi strumenti e suoni racconta molto di un popolo, della sua cultura e anche del rapporto che ha con la natura e con ciò che lo circonda. C’è qualcosa che ti ha colpito in modo particolare nel tuo ampio lavoro di ricerche dal mondo?
Io sono sempre rimasta stupita da come una lingua ti trasporti in una dimensione. Infatti, ora, sono in una fase in cui faccio concerti e uso tantissime ispirazioni linguistiche, grammelot ma legate a varie lingue del mondo di cui ho studiato maniacalmente la pronuncia e le inflessioni. Entri in una dimensione che non è razionale, ma ti parla e ti apre delle porticine interiori, per cui è come se ricevessi delle informazioni.
Adesso mi è tutto molto più facile, basta che sento una cosa una volta e la incamero, ma quando ero più giovane e affrontavo tutte queste lingue, dall’azerbaigiano alla lingua yiddish, al mongolo volevo essere precisa. Andavo in giro per i negozi di dischi, in particolare a Lussemburgo, dove avevano una raccolta di etnomusica che ascoltavo, per comprare poi quello che mi serviva: avevo accesso a un materiale acustico straordinario. Questo mi permetteva di assimilare il suono delle parole pur non capendo la lingua, anche se i testi delle varie culture, soprattutto nella musica popolare, si ispirano, in genere, a storie d’amore, a meditazioni, o alla natura: quindi è anche facile immergersi. Per esempio, nella musica mongola, essenzialmente, si trovano grandi riflessioni sul rapporto con il cielo e con le nuvole, che sono come luoghi divinatori in cui si legge il futuro, sulla vastità dei loro luoghi, o sul rapporto con gli animali: tutto questo è raccolto nel suono. Poi, chiaramente, m’interessa anche sapere cosa dicono e lo vado a ricercare.
Per quanto sia paradossale, alla fine ricordo meglio i canti in lingue che non pratico, piuttosto che quelli in italiano. Un canto mongolo, azero o un canto delle Isole Salomone non lo dimenticherò mai più e, appena lo ritiro fuori, lo canto alla perfezione; mentre un canto in italiano me lo scordo. Mi è più difficile perché, in questo caso, si lega a un emisfero del cervello più razionale, mentre nell’altro si lega all’emisfero destro, più istintivo, che ha radici molto più profonde dentro di noi. Ora, insegnando voce, ai seminari mi diverto a vedere come alcune persone siano più istintive e funzionino come me, mentre chi non ha questa “valvola” attivata fa molta fatica e si sente molto frustrato: è un po’ un abbandonarsi.
I tuoi brani sono dei veri e propri viaggi immersivi, anche grazie alla naturalezza con cui li interpreti. È tutto merito di quel negozio di dischi in Lussemburgo o la tua ricerca è anche frutto di viaggi nelle terre da cui prendi ispirazione?
Gran parte dei miei studi è avvenuta attraverso gli audio, oppure grazie agli amici. Per esempio, un mio carissimo amico armeno mi ha insegnato dei canti della sua terra.
Poi c’è un grandissimo amore per l’Iran, dove sono andata proprio a studiare. Lì ho avuto dei maestri eccezionali. L’Iran per me è proprio un pezzo di cuore perché, nonostante sia una donna, sono stata accolta benissimo: loro hanno questo amore assoluto per la loro tradizione e, se qualcuno si avvicina col cuore puro e vuole veramente avvicinarsi al loro mondo, ti spalancano le porte. Sono stata molto fortunata perché ho incontrato persone eccezionali che mi hanno aiutato tantissimo.
Nel tuo repertorio ci sono canti tradizionali dal mondo, ma anche brani originali, ispirazioni da testi letterari, suoni dalla natura. Potremmo dire che la tua musica sia un gioco armonioso di intrecci e interconnessioni di generi e stili.
Sì, ho sempre lavorato in questo modo, anche nel mio progetto più classico, Il risveglio (2012) con quintetto d’archi e coro. È tutto un viaggio attraverso gli stili, perché è come se tramite le varie culture si potessero esprimere valori interiori che una sola cultura non riesce: è un linguaggio che parla direttamente al cuore.
Questa cosa è molto femminile, penso che un compositore maschio non scriverebbe mai in questa maniera. Poi, io non so chi scriva veramente, perché il mondo della creatività è talmente grande che noi siamo delle pedine al suo servizio.
Anche il tuo ultimo album Memoria degli Alberi (2024) non smentisce questa tua sensibilità. Qui gli alberi diventano portatori di moltissime storie diverse…
Sì, questo album vuole essere un po’ uno stimolo, per me e per tutti, a ritrovare un contatto vero con la natura, in cui veramente si ascolta, perché ha tanto da dire. Ma vuole anche essere una sorta di inno alla gioia. Sono molto dispiaciuta quando vado in giro e vedo così tante persone tristi. Ogni tanto faccio degli esperimenti sulle scale del supermercato: le guardo sorridendo e, nella maggior parte dei casi, le persone si girano o hanno paura che io gli parli (siamo sulla scala mobile, per cui non c’è nemmeno il pericolo che io mi avvicini). Questo mi fa riflettere su come l’Italia, che è sempre stato un paese estremamente accogliente e gioioso, stia attraversando un momento molto buio.
Quindi, appunto, la molla di questa Memoria degli Alberi, insieme a Silvio Trotta e Alessandro Bruni, musicisti meravigliosi, era fare una cosa che portasse gioia. Poi, gli alberi sono un’opportunità per entrare in un’altra dimensione ancora, un linguaggio molto più sottile.
Ci sono nuovi progetti in cantiere?
Di nuovo c’è uno spettacolo che faccio da sola, diverso da quello che facevo prima (Leggende, strumenti e voci dei popoli), la cui sintesi è l’incontro: ci sono io che incontro i miei strumenti e con gli strumenti incontro le persone che sono ai miei concerti.
Si tratta di uno spettacolo quasi del tutto improvvisato, in modo che l’incontro sia reale. Qui la voce si esprime in maniera estremamente libera, lasciandosi guidare un po’ da questa energia dell’incontro delle persone con gli strumenti. Questo è un piccolo progetto che mi piace tenere nel cassetto.
Un grande progetto, invece, è una composizione che ho fatto per grande orchestra e grande coro (circa centosessanta musicisti), su un testo spirituale laico che si chiama La Grande Invocazione. L’originale è in inglese, e io l’ho tradotto in tantissime lingue, tra cui lo zulu, l’ebraico e il cinese. Ho usato le lingue come suoni evocativi delle varie fasi di questa invocazione della luce, dell’amore e del potere affinché si ristabilisca un equilibrio sulla terra (non appartengo a questo genere di cose, ma trovo il testo molto bello).
Con l’invocazione del potere andiamo a toccare un tema molto delicato perché, per noi, ha un significato quasi negativo, ma qui si parla di acquisire un potere creativo lasciandosi guidare da una forza spirituale più ampia. In questo caso ho usato delle lingue molto forti come lo zulu, l’ebraico e l’arabo, mentre per la luce ho usato il cinese.
Questa è un’opera immensa, che ovviamente non è di facile realizzazione, ma in Germania ci sono vari direttori interessati. Diciamo che è un progetto in divenire, di cui parlo come se non fosse una cosa che ho fatto io, anche perché è talmente pazzesco che non so chi lo abbia scritto veramente. Ci ho messo tanti, tanti anni. Ho iniziato nel 2013 e ho finito un anno e mezzo fa.
Ci sono state lunghe interruzioni, ma sono successe anche cose magiche. Mi ero presa un periodo per lavorare soltanto a questo progetto, che mi impegnava dalla mattina alla sera. Sotto casa mia abitava una coppia dello Sri Lanka, che poi mi aiutava in campagna. Non sapevano cosa stessi facendo, ma un giorno la moglie mi chiamò perché mi aveva preparato il pranzo, e ha continuato a farlo tutti i giorni per due mesi.
Sono piccole magie, come è stato per Il risveglio (2012). A Firenze, c’era un teatro da cui mi chiamavano in continuazione chiedendomi di fare un concerto. Nel frattempo, era iniziata la primavera e mi ero appena trasferita in una nuova casa in campagna. Lì, tutte le mattine, verso le 4:00 o le 5:00, un enorme uccello nero con il petto arancione si appoggiava sulla balaustra e mi svegliava battendo sul vetro. Non contento, il pomeriggio si metteva a battere anche sull’abbaino che avevo sul tetto. A un certo punto, ho iniziato a chiedermi se volesse dire qualcosa e mi venne da pensare che forse dovessi fare un progetto sul risveglio di coscienza.
Quando mi richiamarono dal teatro per l’ennesima volta, invece di rifiutare di nuovo, dissi che avrei fatto un concerto lì solo se fossi riuscita a fare qualcosa di grandioso. Non avevo niente, nemmeno una nota, avevo solo l’idea. Chiamai il coro, i musicisti per il quintetto d’archi e avevo già fissato le date per i concerti. Poi passò l’estate, io avevo molto da fare, e non avevo ancora una nota: i musicisti che avevo chiamato mi chiedevano le musiche. Dopodiché mi misi a lavorare, ispirandomi anche alle poesie di Emily Dickinson, Jalāl al-Dīn Rūmī, Rainer Maria Rilke: da quel momento è stato un fiume, nonostante la complessità dal punto di vista musicale, come se il fatto di chiarire la mente avesse fatto sì che le cose arrivassero. Ad aprile dell’anno successivo ci esibimmo poi con questo grande lavoro.
Lasciaci un messaggio per i lettori, se ti va.
L’elemento della gioia. Nella Memoria degli Alberi c’è un pezzo che si chiama Io non smetterò e recita “io non smetterò mai di allenarmi a essere felice”. Penso che questo sia il mantra più potente che possiamo coltivare in questo periodo buio, così pieno di contraddizioni e, allo stesso tempo, di grandi mutamenti in tutti gli ambiti. Dobbiamo essere disponibili a cambiare e, forse, quest’idea di allenarsi a essere felici ci può aiutare. Nel mio caso, questo si traduce anche nel fare musica in un certo modo. Poi, ognuno lo può esprimere come vuole, ma il motore in questo momento può essere anche questo.
DISCOGRAFIA
Shalom (RadiciMusic Records, 1996)
Maremma – Leggende italiane (RadiciMusic Records, 2000)
Strumenti di pace – Live (RadiciMusic Records, 2000)
Coscienza di sole – Original Motion Picture Soundtracks (RadiciMusic Records, 2012)
Il risveglio – Live (RadiciMusic Records, 2012)
Memoria degli Alberi (RadiciMusic Records, 2024)