Quando il mantice fece la voce grossa – Note sulla prima fisarmonica amplificata italiana

210

Ammetto, sono affascinato dagli oggetti che vengono dal passato, di cui cerco spesso di ricostruire la storia. Chi e quando li ha costruiti? A chi sono appartenuti? E via, alla ricerca di fonti (anche semplici tracce) utili per l’indagine. Emerge, per esempio, la storia di un mio pianoforte, acquistato da un ingegnere alle prese con la manutenzione del canale di Suez, strumento che poi, a mano a mano, nella seconda guerra mondiale, si è spostato dalla Sicilia a Varese, seguendo la marcia degli Alleati; oppure quella di un rarissimo libretto del Cinquecento, misteriosamente acquistato negli anni Venti del Novecento da Walter Toscanini (anche qui siamo in ambito musicale, essendo figlio del direttore d’orchestra) che aveva una libreria antiquaria a Milano.
Tempo fa, documentandomi per scrivere una storia delle fisarmoniche a Vercelli, mi sono imbattuto in una Fratelli Crosio di Stradella, integra ma scordatissima. Pur slegata dal mio filone di ricerca, mi ha incuriosito perché l’ho subito identificata nel modello che appare nella prima edizione (Ricordi, 1942) del Metodo completo teorico-pratico di Luigi Oreste AnzaghiQuando il mantice fece la voce grossa - Note sulla prima fisarmonica amplificata italiana. Smontata per pulirla e, soprattutto, per accordarla, mi ha colpito un elemento atipico: i somieri e l’interno delle casse armoniche puntigliosamente timbrati con la dicitura “Radio Stader di Carlo Favilla via Maestri Campionesi 17 Milano” Quando il mantice fece la voce grossa - Note sulla prima fisarmonica amplificata italianae la minuscola nota di possesso a matita “Elvio Favilla” manoscritta sul bordo della cassa armonica . Il cognome curioso mi ha subito ricordato le parole di Adriano Mazzoletti in Il jazz in Italia (una vera miniera di informazioni) “[…] il tecnico del suono Carlo Favilla, che costruì al figlio Elvio la prima fisarmonica amplificata”[1]; […] Quando il mantice fece la voce grossa - Note sulla prima fisarmonica amplificata italiana“A non subire l’influenza di Kramer fu invece Elvio Favilla, il primo in Italia a suonare la fisarmonica elettrica”[2]. Su un angolo della cassa armonica, coperto dal traforo, c’è ciò che rimane del sistema di amplificazione: due perni passanti, artigianalmente isolati dal fondo con due frammenti di bachelite cha facevano da ponte al cavo microfonico.Quando il mantice fece la voce grossa - Note sulla prima fisarmonica amplificata italiana
Con l’aiuto di ulteriori citazioni nel libro di Mazzoletti e con ricerche in Internet, ho potuto ricostruire la biografia del musicista, ritracciarlo e addirittura fargli visita portandogli il suo vecchio strumento. Elvio Favilla (Pietrasanta, LU, 1926) si formò da autodidatta nei difficili anni della guerra. Iniziò con una piccolissima fisarmonica scambiata alla borsanera dal padre Carlo (tecnico del suono con trascorsi alla Geloso): in sei mesi era capace di armonizzare i motivi che ascoltava alla radio e quindi premiato con strumento di maggior pregio quale la Fratelli Crosio. Quando il mantice fece la voce grossa - Note sulla prima fisarmonica amplificata italianaL’amplificazione è antecedente al 1946, data in cui Elvio Favilla suonava nell’Orchestra del Momento assieme, tra gli altri, a Mario Pezzotta (trombonista cui ho dedicato il mio metodo per bassi, edizioni Bèrben) e Giorgio Gaslini (recentemente scomparso, suonava un pianoforte pure amplificato da Favilla). Furono anni intensi che lo videro dirigere la colonna sonora di Racconti di giovani amori di Ermanno Olmi, dedicarsi allo studio del pianoforte e essere assunto come arrangiatore e direttore d’orchestra alla Voce del Padrone. Musica, certo, ma anche altre passioni tra cui quella per la radio, e con questo vengo alla visita al musicista, che mi ha accolto nel suo studio con un monumentale impianto da radioamatore. Ha riabbracciato con curiosità il suo vecchio strumento, caratterizzato da serramantice interno, cambio voci e bottoniera con tasti a fungo e voci “Clarino, Fagotto, Bandonio, Violino, Tutti”, identificate con perfetta ottemperanza alle disposizioni linguistiche di allora e autarchicamente scritte su sottilissima velina.

 

[1] Adriano. Mazzoletti, Il jazz in Italia. Dallo swing agli anni Sessanta, vol. 2, tomo 1, Torino, EDT, 2010, p. 193.
[2] Ibidem, p. 8 (l’espressione “fisarmonica elettrica” è un po’ fuorviante).

 

Ringraziamo Pietro Di Salvatore e Matteo Rossi per averci permesso di utilizzare la locandina presente nella Pagina Facebook Teche ’20/’60 Maestri del jazz italiano.