“Lo specchio” della musica

Dario Miozzi, “Svjatoslav Richter, pianista. Vita e arte di un eccentrico protagonista della musica del Novecento”

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Richter Sviatoslav - pianista - Vita e arte di un eccentrico protagonista della musica del NovecentoDario Miozzi racconta, con notevoli capacità narrative, la vita – umana e artistica – di Svjatoslav Richter (1915-1997), uno dei massimi pianisti del Novecento. Tra la Russia zarista e quella di Boris Eltsin, la “stravagante” biografia di Richter si dipana, e trova un equilibrio, seppur fragile, tra l’insofferenza per qualsiasi disciplina e i delicatissimi rapporti col potere sovietico.

Professor Miozzi, iniziamo dal sottotitolo del suo recente libro: perché definisce Svjatoslav Richter un “eccentrico”? A causa della sua indole o del suo stile interpretativo?

Quella che in genere viene indicata come eccentricità, ossia una diversità nella sensibilità e nei comportamenti sociali, tratti che in genere distinguono gli artisti, era presente al massimo grado nella personalità umana e artistica di Richter. Non fu un bambino prodigio, ma negli anni di gioventù sviluppò un talento naturale per la musica e per il pianoforte, favorito da una memoria formidabile e da mani in grado di raggiungere sulla tastiera l’estensione di una dodicesima. Suo padre era un pianista professionista, che gli fece amare il genio costruttivo di Bach e la grandezza drammatica di Wagner, ma non riuscì mai a imporre un metodo di studio al figlio che, insofferente a ogni disciplina, si applicava in modo disordinato e preferiva suonare per suo diletto qualsiasi genere di musica gli piacesse. Slava Richter fu di fatto un autodidatta.

Quando nel 1937 Richter si trasferì a Mosca, proveniente dalla lontana Odessa, fu ammesso per un’audizione in Conservatorio nell’aula del celebre didatta Heinrich Neuhaus, aveva già ventidue anni e non possedeva alcun titolo di studio musicale; ciò nondimeno, dopo averlo ascoltato, Neuhaus, sbalordito dalle sue eccezionali qualità, lo giudicò subito un pianista maturo, al quale aveva ben poco da insegnare.

L’eccentricità dell’uomo era determinata dalla costante instabilità dei suoi umori –  la si può riscontrare sfogliando i suoi diari (1970-1995), in cui abbondano i paradossi e le contraddizioni nei pensieri personali e nei giudizi sui compositori e sugli interpreti – dovuta a uno stato di intermittente depressione che lo accompagnò per tutta la vita. Nel corso della sua carriera all’estero, dagli anni Sessanta in poi, vi furono diverse pause dovute sia a questa sua condizione di instabilità psichica, sia al manifestarsi di vari problemi fisici (cardiopatia, deficit uditivi e altro).

Il pianista ucraino viveva in modo eccentrico anche la sua professione: insofferente a ogni regola dell’organizzazione concertistica, persino nella formulazione dei programmi teneva conto solo delle sue predilezioni del momento. Nell’ultimo periodo della sua carriera – dalla metà degli anni Settanta al 1995, anno del suo ritiro – tentò con ostinazione di gestire in modo autonomo la propria attività: sembra un paradosso poco credibile, ma uno dei più acclamati pianisti della propria epoca lottava contro il sistema che lo aveva reso celebre in tutto il mondo. In questo contesto rientra il “teatrino” da lui escogitato allorché, non potendo più fidarsi della sua memoria e del suo orecchio un tempo infallibili, decise di suonare con la sala al buio, con la musica sul leggio e un faretto che la illuminava dal basso.

Nel libro racconta, a mio avviso con notevoli capacità narrative, l’intreccio tra le vicende – private e artistiche – di Richter e quelle del potere sovietico. Come si manifestò e si sviluppò, nel corso dei decenni, questo rapporto? Stalin e i suoi successori esercitarono pressioni politiche su di lui? E, se sì, Richter riuscì a mantenere una propria autonomia artistica?

La vicenda dei rapporti di Richter con Stalin e con il regime sovietico è un argomento controverso, che presenta ancora oggi delle zone d’ombra. Pare che sin dai primi anni Quaranta abbia goduto di una protezione personale da parte di Stalin, dovuta all’ ammirazione della figlia prediletta del dittatore, Svetlana, che si appassionava ai suoi concerti moscoviti. Questa voce trova conferma in alcuni fatti, altrimenti inspiegabili: negli anni dell’invasione nazista Richter non svolse un solo giorno di servizio militare in difesa del proprio Paese, ma continuò a dar concerti in giro per la Russia. Inoltre, pur essendo di origini tedesche per parte di padre, non fu deportato a Est, nell’area della catena degli Urali, come invece accadde alla quasi totalità di cittadini russo-tedeschi, tra i quali anche il suo maestro Neuhaus. Appare tuttavia sconcertante il fatto che, a fronte di questi privilegi, Richter abbia dovuto adattarsi per più di dieci anni a vivere a Mosca come un homeless, senza un proprio alloggio; e ciò anche dopo aver vinto nel 1945 il Concorso Pansovietico e aver ricevuto nel 1949 il prestigioso Premio Stalin. Dopo la morte del dittatore, la nomenklatura del regime continuò a considerarlo il più importante pianista dell’Unione Sovietica. Ma proprio per questa ragione, durante gli anni Cinquanta, mentre al pianista Emil’ Gilels, ai violinisti Ojstrach e Kogan e al direttore d’orchestra Kondrašin fu consentito di esibirsi in Occidente, ciò non avvenne per Richter, il quale poté tenere concerti solo nei Paesi dell’Est europeo satelliti della Russia: se ne temeva, ma a torto, una sua fuga all’estero. Richter aveva già compiuto quarantacinque anni quando Chruščëv autorizzò la sua prima tournée in Occidente (USA, autunno 1960).

Quali sono state le fonti della sua ricerca? E che cosa emerge di inedito dalla loro lettura o rilettura?

Nei miei anni di insegnamento di Storia della Musica ho sempre avuto l’obbiettivo di illustrare ai miei studenti le vicende della musica occidentale ponendo in evidenza il quadro storico-politico e artistico-culturale in cui esse si sono svolte. Lo stesso criterio ho utilizzato in questo mio saggio su Svjatoslav Richter, inserendo le sue vicende biografiche e artistiche all’interno del convulso seguito di avvenimenti della storia russa del Novecento: dall’ultimo zar a Eltsin. Nel far questo, oltre ai testi citati all’inizio del libro, mi è stato utile il costante riferimento alla mia biblioteca personale sulla storia politica, sociale e artistico-culturale della Russia zarista e sovietica.

Quali elementi hanno caratterizzato, in particolar modo, la tecnica e lo stile interpretativo di Richter?

Come ho appena detto, Richter non ebbe mai una vera disciplina di studio, un metodo cui attenersi. Egli stesso non aveva molto da dire in proposito: affermava di non avere mai svolto i canonici esercizi di tecnica pianistica (scale, arpeggi, etc.), di leggere i nuovi pezzi ripetendo una pagina fino a quando non l’aveva ben memorizzata, per poi passare alla successiva; il che nel suo caso avveniva con estrema rapidità. Le ore che Richter dedicava allo studio erano comunque variabili e non è possibile stabilirne la quota giornaliera; ciò anche perché lui non gradiva discutere su questo argomento. Lo stile interpretativo di Richter era il frutto di una predisposizione naturale per il pianoforte, ma anche di una superiore energia psico-fisica, che negli anni migliori gli consentiva di dominarne ogni aspetto tecnico; durante i suoi concerti, però, correva sempre il rischio di improvvisi cedimenti nervosi (amnesie, perdita di controllo della dita sulla tastiera, poca partecipazione interpretativa). Poi, quando tali energie diminuirono, egli dovette prenderne atto e modificò il suo stile, che divenne più sobrio e più controllato.

Il repertorio di Richter è a dir poco “eccentrico”, come la sua personalità. Quali furono i suoi autori preferiti, oltre, naturalmente, a Prokof’ev?

Il repertorio di Richter era enorme, ma ciò che sorprende è che – a parte i due libri del Clavicembalo ben temperato di Bach, ovvero la sua Bibbia musicale – negli ottanta programmi diversi che Richter giunse a eseguire nel corso della sua lunga carriera non figurano cicli integrali di nessun autore. I suoi compositori preferiti furono Beethoven, Chopin, Liszt, Schumann, Brahms, Debussy, Ravel, Rachmaninov e in parte Šostakovič. La musica di Prokof’ev ebbe un influsso determinante sulla maturazione artistica di Richter, che lo considerava il continuatore del sonatismo beethoveniano in veste russa.

Oggi, chi potremmo definire i suoi eredi?

È noto che Richter non volle mai insegnare, e rifiutò sempre di tenere corsi di perfezionamento e Master Class. Non ebbe quindi una scuola e degli eredi diretti, ma amava molto seguire e in alcuni casi favorire la carriera dei giovani pianisti di maggior talento, come Elizaveta Leonskaja o Andrej Gavrilov; con quest’ultimo intrattenne per qualche tempo un intenso rapporto di amicizia e di collaborazione artistica, che però si interruppe in modo non sereno a causa delle arroganti pretese del giovane pianista e delle insofferenze dell’anziano Maestro.

Richter ebbe un profondo legame con l’Italia…

Il pianista ucraino amava tutto dell’Italia: il clima, il paesaggio, i capolavori artistici sparsi un po’ ovunque lungo la penisola, e naturalmente il buon cibo; e forse lo attraeva il contrasto tra un Paese di dimensioni tanto ridotte, nel quale si trova tuttavia concentrato ogni genere di bellezza, rispetto alla smisurata estensione della Russia.

Richter era davvero così assillato dalla “fedeltà al testo”?

Richter ripeteva spesso che l’esecutore deve essere “lo specchio” della musica, deve solo riprodurre ciò che è scritto sulla carta; aggiungeva inoltre che cercare di “interpretare” la musica che si esegue non è eticamente corretto, in quanto si rischia di tradire le intenzioni del compositore. La sua era una dichiarazione sincera, nel senso che la  prodigiosa rapidità di apprendimento della musica gli permetteva un contatto immediato con i testi che studiava, senza aver bisogno di rimaneggiarli o di modificarli. Accadeva spesso, però, che durante i suoi concerti Richter “ricreasse” con il suo genio interpretativo la pagina scritta. E in queste imprevedibili devianze interpretative si può cogliere l’originalità inconfondibile del suo stile

Nel “Preambolo siciliano” del suo libro, racconta che, fin dall’infanzia, quella di Richter è stata un’importante figura di riferimento per la sua formazione musicale. Oggi, quale incisione consiglierebbe a un giovane che volesse scoprire e amare questo grande pianista?

Consiglierei proprio quelle ho indicato nell’ Appendice del libro, che contiene una scelta dei miei vinili richteriani preferiti; si tratta di incisioni oggi quasi tutte disponibili sul web.

Dario Miozzi ha insegnato Storia della Musica al Conservatorio “Vincenzo Bellini” di Catania. È stato inoltre docente della stessa disciplina e di altri insegnamenti e laboratori (Storia dello Spettacolo, Musica e Cinema, Etnomusicologia, Musica per la Multimedialità) nelle Facoltà di Scienze della Formazione e di Scienze Politiche di Catania, e nella Libera Università “Kore” di Enna. Ha rivolto i suoi studi alla storia del melodramma italiano, con particolare riferimento alla collocazione di Vincenzo Bellini nella storia della cultura italiana, dall’Unità al fascismo. Ha inoltre partecipato a convegni e conferenze su Maria Callas. Nel 2024, ha curato, con Giuseppe Lazzaro Danzuso, il libro Catania, il suo Teatro e il miracolo Callas. Si è a lungo occupato, con saggi, interviste e un convegno, dei compositori siciliani Francesco Pennisi e Aldo Clementi. È autore, con Giuseppe Cantone, del documentario Per Aldo Clementi, prodotto nel 2007 dal Conservatorio di Catania. Sono numerosi i suoi contributi nel campo della storia della letteratura e dell’interpretazione pianistica (su Liszt, Thalberg, Busoni, Benedetti Michelangeli e Pollini). Ha svolto la critica musicale per le riviste “Sipario”, “Piano Time”, “Il Giornale della Musica” e per il terzo programma radiofonico della Rai. Oggi, è presente con articoli e recensioni sulla rivista “MUSICA”.

 

Dario Miozzi, Svjatoslav Richter, pianista. Vita e arte di un eccentrico protagonista della musica del Novecento

Presentazione di Riccardo Muti

Editore: Zecchini, Varese

Anno di edizione: 2026

Pagine: 190, brossura, € 29,00

 

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