A raccontarci il proprio complesso e affascinante universo musicale, questa volta, è Eva Parmenter: organettista portoghese con la musica nel DNA, potremmo dire. A partire dai primissimi passi con la cassetta di Ella Fitzgerald ascoltata in macchina fin da bambina e con i musicisti che hanno cominciato a frequentare la sua casa d’infanzia, il suo è stato un percorso in continua crescita alimentato dagli incontri con numerosi artisti internazionali, con alcuni dei quali sono nati collaborazioni e progetti su diversi fronti musicali.
Eva è anche insegnante di organetto, con lezioni anche online, e organizza workshop specifici.
Ringrazio infinitamente Eva Parmenter, per avermi concesso questa intervista.
Buona lettura!
Raccontaci i tuoi inizi e quando hai deciso di fare della musica la tua professione.
Io sono figlia di un uomo inglese, deceduto nel 2014, ma che è sempre qui con me. Se porto ovunque la mia musica con molta passione è grazie a lui, che era un bassista e chitarrista.
Lui era nato nel 1948, quarant’anni prima di me, e questo ha fatto sì che avesse riferimenti come i Beatles, Johnny Mitchell, Jimi Hendrix, Frank Zappa, e anche Bob Dylan. Era una persona a cui piaceva un universo musicale molto ampio e, oltre a suonare, cantava. La prima cosa che mi ha ispirato a fare è stata proprio il canto, anche se non l’ho mai studiato veramente ma ho solo seguito dei seminari.
Ci sono delle storie molto carine che mi ricordo. Mio padre costruì una casa in campagna, in una regione nel nord del Portogallo, dove ho vissuto la mia infanzia e fatto i miei primi studi musicali. All’epoca, avevamo una macchina con il tettino apribile e mi ricordo che stavo in piedi, con la testa fuori, a cantare insieme a lui con la cassetta di Ella Fitzgerald in sottofondo mentre percorrevamo una strada sterrata. Poi, a volte, venivano degli amici a suonare a casa e io mi mettevo lì insieme a loro con una piccola percussione. Non volevo andare a letto, nonostante mia madre volesse che andassi a dormire perché la mattina dopo sarei dovuta andare a scuola.
Un altro bel ricordo è di quando mio padre mi portò un pianoforte dall’Inghilterra. Si trovava lì per un viaggio di lavoro e vide un annuncio su una porta, di persone che volevano dare via un pianoforte perché dovevano cambiare casa. Per l’occasione comprò un piccolo furgone su cui portò questo Plymouth via terra, attraversando il Canale della Manica. Era lui stesso ad accordarlo: era un genio del lavoro manuale, imparava tutto. Essendo un piano vecchio, però, doveva stare all’intonazione 415, che era un’intonazione barocca. Questo faceva sì che io non lo potessi suonare con altri strumenti, almeno che non suonassero mezzo tono sotto.
All’età di nove anni, i miei genitori mi iscrissero a lezione di piano in un’accademia di un paese vicino a Viseu, dove vivevamo.
Sempre in quel periodo, ebbi l’opportunità di andare per la prima volta al Festival Andanças (nato nel 1996 e organizzato dall’associazione PédeXumbo), che è estremamente importante per me. Per una coincidenza di contatti, gli organizzatori arrivarono alla mia famiglia e mia mamma e mio papà li aiutarono a trovare un luogo per il festival (alla sua seconda edizione) accogliendo anche i musicisti che ne avrebbero fatto parte, molti dei quali venivano dall’estero.
Il Festival Andanças si ispirava a un altro festival molto importante, che è quello di Gennetines, in Francia, a cui ho partecipato per molti anni come professoressa di danza, prima, e come musicista, poi.
A un certo punto, mi sono trasferita ad Aveiro, dove ho continuato a suonare il piano e, all’età di tredici, quattordici anni, mi sono iscritta al conservatorio. Lì ho cominciato a suonare il clavicembalo con Alvaro Barriola perché, a quell’età, era molto difficile entrare per il pianoforte.
Nel frattempo, non ho mai smesso di frequentare i festival folk in cui, invece di suonare il clavicembalo che era molto difficile da portare in festival del genere, suonavo un flauto dolce di legno che era a casa di mia mamma. Con questo flauto ho fatto anche le mie prime jam nel Festival Andanças.
Sempre durante un festival, verso la fine dei miei studi, ho conosciuto Aurélien Claranbaux, che per primo mi ha ispirato a iniziare con l’organetto. La storia divertente è che mio padre andò in viaggio di lavoro in Germania, dove incontrò un costruttore di clavicembali. Mi chiamò chiedendomi se ne volessi uno ma, in quel momento, non ero molto motivata a suonare quello strumento, che tra l’altro era molto caro. Piuttosto, ero rimasta incantata dall’organetto. Per cui mio padre partì dalla Germania e, sempre via terra, andò in un negozio di strumenti in Francia dove mi prese, a sorpresa, un organetto. In questo negozio incontrò, all’epoca, Antoine Errotaberea, altra persona molto importante per me. Adesso costruisce strumenti ed è proprio lui che, successivamente, ha messo mano al mio attuale strumento.
Appena mio padre mi portò l’organetto fui felicissima e iniziai subito a suonare le melodie che più mi piacevano. Non erano le più semplici con cui iniziare, ma già le sapevo suonare con il flauto e dovevo solo aggiungere i bassi. Tutto questo per dire che è sempre stato mio padre a portarmi gli strumenti che poi io ho continuato a suonare, per lo più da autodidatta.
A diciannove anni, decisi di cominciare a studiare danza iscrivendomi, e poi laureandomi, alla FMH di Lisbona, principalmente perché non c’era un corso pratico di organetto.
In quel periodo, andavo spesso a suonare da Artur Fernandes, organettista e membro di Danças Ocultas: un bellissimo progetto, anch’esso di ispirazione per me.
A Lisbona, creai un duo insieme a Miguel Gelpi che diventò, poi, il quartetto Caravana.
Nel corso della mia formazione ho cercato sempre di andare da musicisti che mi ispiravano, con cui ho fatto vari stage.
A tal proposito, nel 2008, dopo soli due anni di organetto, feci il primo stage avanzato in Francia, organizzato dall’associazione MusTraDem. Qui, incontrai Stéphane Milleret e Norbert Pignol a cui, poi, mi sono ispirata per il sistema di note che uso tutt’ora. L’altro sistema di note molto importante per me è quello di Nicola Francesco Haym.
Non ho mai avuto un organetto a due file e otto bassi. Anche quello che suono attualmente ha diciotto bassi, cromatico in apertura, e porta il marchio Marc Serafini di Tolosa. Tengo particolarmente a questo strumento perché, come dicevo, ci ha messo mano Antoine Errotaberea, che mio padre incontrò per la prima volta in quel negozio in cui mi comprò il primo.
Arrivò per la primissima volta nelle mie mani nel 2011, in occasione del Festival Boulegan à l’Ostal.
Proprio in quegli anni, incontrai un altro amico che mi ha ispirato molto (ci siamo ispirati a vicenda), con cui poi ho cominciato a suonare: Raphaël Decoster, membro del gruppo Zlabya.
Fin dai tuoi esordi con questo strumento, quindi, hai suonato con artisti internazionali. Ci sono delle collaborazioni che ti hanno particolarmente arricchita? Da alcune di queste, poi, sono nati veri e propri progetti musicali…
Sì, avrei una lista infinita di artisti con cui ho collaborato e da cui ho preso ispirazione. Per iniziare, c’è Denys Stetsenko, musicista ucraino di formazione classica con cui suono da molto tempo nel progetto Parapente700 (2012) e con cui ho un album omonimo. Insieme abbiamo suonato ovunque in Italia, come dal nord al sud del Portogallo.
Tugoslavic Orkestar, con cui ho un album, è stato invece il mio primo progetto di musica balcanica ed è stato fondato da Federico Pascucci, cresciuto essenzialmente con il jazz. Con lui, tra l’altro, suoneremo insieme in una data importantissima per me, l’8 agosto, con il mio quartetto Eva Parmenter Quartet. Oltre a lui, ci saranno anche Felipe Bastos alla batteria e Caio Constantino, musicista brasiliano con cui ho condiviso molti bei momenti nei caffè di Lisbona a improvvisare concerti con i nostri strumenti.
Poi c’è il nuovo progetto balkan Oyün, nato da un’idea del mio caro amico romano Andrea Ferrarese che ha messo insieme musicisti come Manu Diaz, grande sassofonista cileno, Salvatore Cortone, che suona molto bene l’armonica, e Simone Nola, batterista e percussionista.
Ho un carissimo amico israeliano, che sta a Barcellona, Ofer Ronen, che ha fatto degli studi in flamenco e musica orientale, suona l’oud e la chitarra flamenco. Un altro molto importante, che ancora non ho nominato, è Juan De La Fuente, spagnolo che vive a Porto, con cui ho suonato spesso insieme.
Del mio circuito di musicisti e amici fanno parte anche Martín Sued, argentino che suona il bandoneón, musicista fantastico, e Yamandu Costa, altra grandissima ispirazione, per cui ho fatto anche una composizione che si chiama Costa Brava.
Non possono poi mancare musicisti come Gabriel Meidinger e Ray Riveros, con cui sono stata anche in Turchia per una tournée sui Balcani.
Attualmente ho anche un progetto in duo, Eva Parmenter e Caio Constantino, con cui ho appena registrato un album, non ancora uscito. Si tratta di un progetto di musica brasiliana a cui mi sto dedicando molto. Ovviamente, essendo io portoghese, è un tipo di musica a cui sono sempre stata esposta, fin da bambina. Questa passione, si è poi alimentata attraverso l’incontro con la musica di artisti brasiliani come Hamilton de Holanda, che però non conosco personalmente, e Bebê Kramer (entrambi hanno suonato con Yamandu Costa). Con Caio stiamo preparando anche uno spettacolo che abbia come protagonisti il forró e il folk da ballo. Lui suona molto lo choro e ha voluto aprirmi a questo genere, nonostante sia molto difficile da fare con l’organetto, ed è bellissimo. In questo momento lui sta creando anche un progetto in Francia, quindi andrò a fare dei concerti lì, e tornerà a essere un Paese dove voglio suonare molto.
Tra l’altro, a fine luglio suonerò con Denys (Parapente700) al festival di Gennetines, di cui ho già parlato. Poco dopo andrò a Tradidanças, a São Pedro do Sul (Portogallo), dove facevano il Festival Andanças. Per cui, possiamo dire che il cerchio si chiude.
Hai un disco in fase di registrazione proprio con Caio Constantino. Cosa dobbiamo aspettarci? Senza rivelare troppo.
Vorrei inserire nel progetto nomi come Zeca Afonso, che è stato un cantautore estremamente importante della resistenza portoghese, vissuto durante e dopo la dittatura, Pixinguinha e Chico Buarque (brasiliani). Mi piacerebbe anche inserire qualcosa di Dominguinhos, altro grande musicista brasiliano, se fosse possibile. Oltre a questi grandi nomi, ci saranno composizioni mie e una di Caio dove io canto (voce e chitarra a sette corde).
Sarà un incontro tra musica portoghese e musica brasiliana, con anche qualche influenza francese.
Altri progetti futuri?
Tra i progetti futuri ci sono sia un album solo con collaborazioni (che in realtà ho già fatto, ma non sono andata avanti per la mancanza di un produttore), sia un album con il mio quartetto.
In che modo le tue origini portoghesi influenzano la tua musica e il tuo modo di suonare?
Parlando tecnicamente dell’accordatura dello strumento, nelle regioni a nord del Portogallo, spesso, si hanno molte voci e molti registri tendendo ad aprirli: questo fa sì che non siano esattamente intonati ed emettano un suono più forte e più stridente. Probabilmente, questo modo di suonare, si deve al fatto che si suonasse a mo’ di sfida, dove una voce doveva prevalere sulle altre. Ciò, esteticamente parlando, non è molto affine ai miei gusti: infatti, io ho due voci e tre registri, che è un po’ il modello di base delle mie ispirazioni musicali. Poi, ovviamente, da mio padre ho preso la voglia di aprirmi a una conoscenza ampia della musica. Ho anche una grandissima curiosità per la musica di radice e per i processi trasformativi di questi linguaggi: processi che, a volte, portano a fusioni con il jazz, o a musica improvvisata, diciamo così. C’è la musica brasiliana, poi c’è la musica africana, con un ritmo potentissimo e molto importante per noi portoghesi. Io stessa dico nella mia biografia che ho influenze provenienti dalla musica delle ex colonie: Capo Verde, Angola, Mozambico… Un’altra influenza importantissima per la mia musica viene sicuramente dalla Francia: dal festival di Gennetines a tutti i musicisti di cui ho già parlato, compreso Martin Coudroy, che suona molta musica svedese e che mi piace molto. Anche nel repertorio di Parapente700, c’è della musica svedese.
Anche l’Italia fa un po’ parte del tuo curriculum, e parli anche molto bene l’italiano. Che rapporto hai con il nostro Paese e con i musicisti italiani?
Oltre ad aver suonato molto in Italia e al progetto Balkan Oyün, che è un progetto, di base, italiano (io e Manu Diaz siamo gli unici due non italiani del gruppo), ho collaborato molto anche con Fausto Romano, attore, regista e scrittore. Ho fatto la musica di un suo spettacolo basato su un libro di racconti di Italo Calvino, in occasione del Festival del Cinema Italiano e ho fatto la musica anche per un altro suo spettacolo in occasione della riapertura del Teatro Cavallino Bianco di Galatina, oltre che per un suo film.
Mi piace molto il cinema italiano: da Pasolini e Fellini a film come La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana, fino ad attori come Alberto Sordi.
Parlando di musica, non posso non citare figure come Fabrizio De André, ma anche Daniele Sepe.
Lasciaci un messaggio per i lettori, se ti va.
Mi viene in mente un pensiero legato al mio approccio allo choro, che inizialmente è stata un po’ una sfida per me, essendo, come ho detto, un genere molto difficile da suonare con l’organetto. Ma non importa lo stile, si tratta delle passioni che uno ha, dell’amore e della dedizione che ognuno mette in quello che fa. È importante non essere troppo esigenti con se stessi, perché questo a volte può bloccare. Quello che conta è fare le cose con il cuore e con il giusto tempo.
Supponendo che ci siano varie porte che possiamo scegliere di aprire, io scelgo quella con il “mostro” più difficile da affrontare perché, in questo momento, ho deciso di prendere quella direzione, come una sfida, spinta da moltissimo amore per la musica e dedizione nel donare alle persone la cosa più bella che ho dentro. Se abbiamo questa passione per la musica e abbiamo qualcosa da comunicare, diventiamo come un veicolo di ciò che abbiamo già dentro e tutto questo ha un potere fortissimo.