Theodore Walter “Sonny” Rollins ha compiuto novantacinque anni il 7 settembre del 2025. Padre e madre appassionati di musica da ballo caraibica, un fratello violinista classico e uno zio sassofonista, che contribuirà fortemente a orientare i gusti musicali del nipote, che, imbracciato quello stesso strumento a undici anni, non lo lascerà mai più. Su Sonny Rollins e sul suo libro Taccuini (il Saggiatore, 2025) ho conversato con Marco Bertoli, esperto di jazz e traduttore italiano del libro stesso.
Marco, nel jazz, la letteratura autobiografica è particolarmente ricca. Per i nostri lettori ricordo solamente alcuni dei numerosi musicisti – e musiciste – che si sono dedicati alla memoria delle proprie vicende personali e artistiche, raccontandole in prima persona, magari con l’aiuto di scrittori o ricercatori professionisti: Jelly Roll Morton, Louis Armstrong, Billie Holiday, Sidney Bechet, Duke Ellington, Miles Davis, Charles Mingus, Dexter Gordon e tanti altri ancora. Taccuini di Sonny Rollins è qualcosa di molto diverso da queste autobiografie, che, spesso, si abbandonano all’agiografia di sé stessi. Mi sembra, piuttosto, la trascrizione per impressioni di un percorso interiore molto profondo…
Prima di risponderti nel merito, permetti che ai libri biografici o autobiografici che hai ricordato aggiunga quello che a mio giudizio è il più bello e che purtroppo, a dispetto di tutto il mio impegno, non ha ancora avuto versione italiana – chissà che questa intervista non accenda la curiosità di qualche editore! Ti parlo di Straight Life di Art Pepper, una delle maggiori autobiografie americane. I Taccuini di Rollins, dei quali il curatore Sam H. Reese ha operato la ristretta scelta ora proposta in italiano dal Saggiatore, come osservi tu sono tutt’altra cosa. Rollins, uno di quegli artisti dall’indole marcatamente speculativa e introspettiva, cominciò sul finire degli anni Cinquanta, in corrispondenza con il suo famoso anno sabbatico sul ponte di Williamsburg, a tenere dei taccuini o diari per uso esclusivamente personale: dapprima appunti di carattere musicale, segnatamente su aspetti tecnici del saxofono anche molto capziosi (nel tradurre i quali mi sono avvalso dei consigli del saxofonista e compositore Marco Visconti Prasca, nonché dei revisori Carla Sala e Veniero Rizzardi) che con gli anni e con l’ampliarsi degli interessi culturali e spirituali di Rollins sono arrivati a comprendere riflessioni di carattere filosofico, sociologico – sulla professione del musicista, sulla posizione dell’artista afroamericano nella società, sulla società in generale – , religioso e perfino dietetico.
Non essendo questi appunti destinati alla pubblicazione, essi non si pongono scrupolo di chiarezza e spesso sono decisamente oscuri, o troppo compendiosi, soprattutto laddove Rollins, come del resto tanti musicisti fanno, adopera termini di sua invenzione, un vero idioletto, nel parlare di musica. Tanta fatica in più per il traduttore…
Nel 2017 Rollins ha fatto dono di questi taccuini, che occupano sei scatoloni, alla New York Library. Quanto riportato nel libro, dunque, non ne costituisce che una piccola parte, ma probabilmente la più interessante per il pubblico degli appassionati.
Qual è stato il percorso artistico di Sonny Rollins? Un percorso, mi sentirei di affermare, alla perenne ricerca della perfezione…
Rollins entrò nella professione della musica dalla porta principale: la sua prima seduta discografica, del 1949 (aveva diciannove anni) lo vide sideman di Bud Powell e a fianco di Fats Navarro; poco dopo partecipò alla famosa seduta di Miles Davis in cui Parker suona il sax tenore (The Serpent’s Tooth) e nel primo LP a proprio nome, del 1954, fu accompagnato nulla meno che dal Modern Jazz Quartet. Esordì insomma da enfant prodige, se vogliamo, che è sempre un inizio periglioso. Ma Rollins non se ne fece ostacolare, dal momento che, anche a dispetto di notevoli problemi personali, le prime sue prove a proprio nome mostrano un musicista di eccezionale personalità e di preparazione a tutta prova.
Laddove un altro avrebbe potuto considerarsi “arrivato” all’età di venticinque anni, Rollins era gravemente insoddisfatto dei propri risultati musicali e della sua condotta personale, due aspetti che considerò sempre inestricabili. Per questo, dopo essersi liberato del gravame della dipendenza da eroina e aver registrato un capolavoro del jazz moderno come Saxophone Colossus, scomparve dalla scena pubblica dalla metà del 1959 al 1961 inoltrato per dedicarsi a un regime severo di studio della musica (le leggendarie sessioni di studio sul ponte di Williamsburg, dove talvolta lo raggiungeva Steve Lacy) e di esercizio fisico.
Nella sua ricerca musicale e spirituale, Rollins incontra anche la pratica dello yoga e dello zen. Queste discipline influenzarono le sue composizioni? E, se sì, con quali analogie e differenze rispetto ai simili percorsi intrapresi da Coltrane, Pharoah Sanders, Yusuf Lateef e altri musicisti?
Da questo punto di vista io vedo poca somiglianza del percorso di Rollins con quello di Coltrane e Sanders: da una parte i suoi interessi filosofici e spirituali furono sempre più approfonditi e costanti dei loro, dall’altra non si sono mai riflessi direttamente sulla sua pratica musicale, o sia: Rollins non ne fece mai soggetto o programma della sua musica, che è piuttosto un prodotto organico delle sue riflessioni e della sua evoluzione umana, ma mai un semplice rispecchiamento. Mi sembra assai più affine al suo, pur con molte differenze, l’atteggiamento di Yusef Lateef, un altro musicista con l’inclinazione metodica dello studioso, e del resto molto ammirato da Rollins.
Nell’introduzione al libro, Sam V. H. Reese fa spesso riferimento ai rapporti di Rollins con Mingus e Sun Ra. Quali furono i terreni di confronto e di incontro con questi due straordinari musicisti?
Nei taccuini ricorre più di una volta la chiosa: “Di questo voglio parlare con Mingus”, indizio di una sicura vicinanza e reciproca ammirazione dei due, che tuttavia non ha lasciato testimonianza discografica. È difficile immaginare due personalità più diverse, umanamente, ma segnate entrambe da una serietà morale inflessibile nei confronti della musica.
Lo stesso si potrebbe dire a proposito di Sun Ra; musicalmente i due non sono avvicinabili, e basti considerare quanto diverso sia stato il loro approccio all’informale, mi riferisco al quartetto con Don Cherry che Rollins portò in Europa alla metà degli anni Sessanta; ma come Rollins, anche Sun Ra era vorace lettore e incline alle dottrine esoteriche (Rosacroce), che in lui assunsero l’aspetto spettacolare e anche pittoresco che sappiamo.
Che prosa è quella dei Taccuini di Sonny Rollins? C’è qualche elemento che potrebbe essere ricondotto al suo modo di suonare?
Come ho detto poco fa, è una prosa utilitaria, a uso personale, che non prevede altro lettore che il suo autore; per questo sempre compendiosa, a momenti stenografica, ma di quando in quando con aperture liriche (a momenti espressamente poetiche). In questo si può riconoscere un’affinità con gli assoli di Rollins, laddove alterna incisi ritmici ripetuti con variazioni sottili e infinite a frasi più ampie e sfogate.
Sonny Rollins si schierò apertamente dalla parte delle lotte per i diritti civili dei neri d’America. Come tradusse in musica questo impegno?
Naturalmente con la Freedom Suite, uno dei dischi più famosi, registrata per la Riverside nel 1958, poco prima dell’anno di ritiro, in trio con Oscar Pettiford e Max Roach. Anche qui voglio osservare come Rollins non abbia preteso di caricare la musica per sé di connotazioni politiche, che sono invece espresse a chiarissime lettere, e con prosa alta e nobile, nelle liner notes del disco: “America is deeply rooted in Negro culture; its colloquialisms, its humor, its music. How ironic that the Negro, who more than any other people can claim America’s culture as his own, is being persecuted and repressed; that the Negro, who has exemplified the humanities in his very existence, is being rewarded with inhumanity”.
Oltre a libro, quali album – o brani – consiglieresti ai lettori di “Strumenti&Musica Magazine” per avviarli alla conoscenza di Sonny Rollins?
È opinione comune, e a mio avviso fondata, che dopo gli anni Sessanta la qualità della produzione musicale di Sonny Rollins, fatta salva la sua sempre altissima perizia strumentale, sia calata, arrivando sul finire del Settanta, ahinoi, a dischi anche piuttosto imbarazzanti (ma io salvo Horn Culture del 1973). Prima di allora, come si pesca si pesca bene; se proprio vuoi che dica qualche titolo, saranno quelli ovvii: Work Time del 1956, Tenor Madness dello stesso anno, dov’è affiancato a John Coltrane (si noti che, pur essendo di Coltrane quattro anni più giovane, nel 1956 dei due il veterano era Rollins); Thelonious Monk and Sonny Rollins, Prestige, 1956, un incontro perfetto; A Night at Village Vanguard del 1957, a mio giudizio il più bel live del jazz moderno; Saxophone Colossus, Prestige, 1957: è qui, in Blue 7, l’assolo di Rollins che fu oggetto nel 1958 di un famoso studio di Gunther Schuller, Sonny Rollins and the Challenge of Thematic Improvisation, un classico della musicologia jazzistica; i Blue Note Sonny Rollins vol. I and II, quindi The Bridge, RCA, 1962, l’album del ritorno dal ponte; la citata Freedom Suite; Sonny Rollins on Impulse! del 1964; East Broadway Run Down, Impulse!, 1967, in trio con la ritmica del quartetto di Coltrane, Jimmy Garrison ed Elvin Jones.
Marco Bertoli è nato a Milano e abita a Genova. Appassionato di jazz fin da quasi tutta la vita, si è laureato in lettere e ha studiato pianoforte e composizione. Traduttore editoriale dall‘inglese e dal francese, ha tradotto per Minimum Fax diversi volumi di argomento jazzistico fra i quali la biografia di Charlie Parker Fulmini a Kansas City di Stanley Crouch e quella di Thelonious Monk Monk, Storia di un genio americano di Robin Kelley, e per Il Saggiatore la biografia di Robert Johnson Il diavolo, probabilmente di Bruce Conforth e Gayle Dean Wardlow e la selezione dei Taccuini di Sonny Rollins oggetto di questa intervista. È stato per oltre dieci anni collaboratore della rivista “Musica Jazz” per cui ha prodotto recensioni discografiche e concertistiche, recensioni librarie, saggi e ha condotto interviste (con Ahmad Jamal, Tom Harrell, Ethan Iverson fra gli altri). Mantiene dal 2010 il blog di argomento jazzistico “Jazz nel pomeriggio”.
Sonny Rollins, Taccuini
Traduzione di Marco Bertoli
Editore: il Saggiatore, Milano
Anno di edizione: 2025
Pagine: 200, brossura, € 19,00
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Foto: NYCultureBeat, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons