Tutto parte dall’organetto

Intervista a Carlo Boeddu

80

Carlo BoedduCarlo Boeddu è da sempre attivamente impegnato nella conservazione e diffusione della cultura tradizionale sarda: lo fa con il suo organetto e con la musica dei Ballade Ballade Bois, ma anche attraverso l’insegnamento e la promozione di progetti mirati. La sua passione nasce quando era ancora un bambino, immerso nell’atmosfera delle feste paesane, e lo porta, nel corso dei suoi oltre trent’anni di carriera, a salire su palchi nazionali e internazionali. Ripercorriamo i suoi inizi, passando per i numerosi progetti all’attivo. Ringrazio moltissimo Carlo Boeddu per avermi concesso questa intervista. Buona lettura.

Quando hai iniziato a suonare l’organetto diatonico?

In realtà, è una storia che inizia ancora prima di prendere in mano uno strumento. Sin da piccolo sono cresciuto tra i suoni e i passi dei balli sardi: li ascoltavo, li vivevo nelle feste, nelle piazze, nelle musicassette dei grandi suonatori del passato. Quelle melodie mi appartenevano già, anche se ancora non sapevo che un giorno sarebbero diventate la mia strada. Il momento decisivo arrivò a quattordici anni, quando, grazie all’amico Marcello Marras, abbracciai per la prima volta un organetto: fu amore immediato. Da lì, iniziai a studiare le suonate con una passione totale, quasi istintiva. Erano anni diversi da oggi: non esistevano scuole o corsi e la maggior parte di noi era autodidatta. Ma c’era una forza enorme, una passione capace di superare ogni ostacolo. All’inizio, il mio sogno era semplice: riuscire a suonare i balli della mia terra, il centro della Sardegna. Poi, passo dopo passo, ogni traguardo diventava un nuovo punto di partenza. Proprio come in un videogioco: superato un livello, sentivo il bisogno di affrontare il successivo. Così, iniziai a suonare con alcuni dei più importanti gruppi folk sardi, viaggiando per l’Europa, l’America Latina e il Medio Oriente, portando la nostra musica nelle piazze e nei festival. Piano piano, quella che era nata come una passione, si trasformò in una vera professione.

Arrivarono anche le prime chiamate da solista fuori dall’isola. Tra i primi a credere in me fu Bernardo Beisso, musicista e organizzatore di festival folk. Iniziai così un nuovo percorso, fatto di concerti in tutta Italia e in Europa e, ancora una volta, era come aver raggiunto un nuovo livello, ma con la voglia di andare sempre oltre. Infatti, nel 2009, diedi vita al gruppo Ballade Ballade Bois: un nuovo capitolo, un nuovo viaggio, sempre guidato dalla stessa passione che mi accompagna fin da bambino.

In questi trent’anni hai dato vita a diversi progetti, vuoi raccontarceli?

Certo. Tutto è nato da un’immagine che non mi ha mai lasciato. Era il 2003 e stavo suonando a una festa campestre, “s’Annosata”, a Bitti (Nuoro). Quella notte, per ore, la piazza si riempì solo di donne, di tutte le età, unite dal ballo, dalla musica e da qualcosa di profondo e antico. Quella scena mi colpì profondamente. Pochi giorni dopo, leggendo Canne al vento di Grazia Deledda, mi ritrovai davanti alla descrizione di un ballo tutto al femminile. Fu come un segno. Da lì, nacque l’associazione folclorica e culturale “Nugoresas”: il primo gruppo sardo tutto al femminile, ancora oggi attivo. Qualche anno dopo, nel 2008, è arrivato un altro passo importante: l’insegnamento. Ho iniziato nella Scuola Civica “Antonietta Chironi” con il desiderio di trasmettere ciò che avevo imparato, ma soprattutto la passione per questa musica. Da lì, sono nati altri progetti: le scuole “Su Sonette” a Burgos (Sassari) e “Sonos” a Zuri (Oristano). Realtà diverse, ma unite dallo stesso spirito: far vivere e crescere la tradizione. Ancora oggi, continuo a insegnare in tutte e tre le scuole perché, in fondo, ogni allievo è un nuovo inizio, un modo per far andare avanti questa storia.

Carlo Boeddu (PH Giacomo Lai)Una delle tue formazioni è, appunto, quella dei Ballade Ballade Bois. A cosa si deve la scelta di inserire strumenti come chitarra e percussioni?

Dopo circa quindici anni da solista, ho sentito il bisogno di condividere la musica. Suonare da solo mi aveva dato tanto, ma il desiderio di dialogare con altri strumenti era sempre più forte. Iniziare a suonare con chitarre, voci, e altri strumenti della nostra tradizione, è stato qualcosa di naturale, ma allo stesso tempo profondamente coinvolgente: ogni suono diventava risposta, ogni melodia un incontro. La vera novità è arrivata con le percussioni. Per la prima volta abbiamo inserito il cajón nei balli sardi: una scelta allora innovativa, che oggi è diventata una presenza familiare in molti gruppi. Prima ancora di salire su un palco, però, avevamo già suonato tantissimo insieme nelle nostre “rebotas”: quelle infinite cene fatte di musica, risate, buon cibo e vino. È lì che è nato davvero il suono del gruppo. Proposi questa formazione alla festa di “Santu Micheli” a Ghilarza (Oristano) e, il 10 maggio 2010, facemmo il nostro primo concerto. Da quel giorno è iniziato un percorso straordinario: piazze in tutta la Sardegna e concerti in giro per l’Europa. Nel tempo, abbiamo avuto la fortuna di collaborare con tantissimi gruppi di musica tradizionale e con artisti di grande spessore, come Gavino Murgia, Kepa Junkera e Riccardo Tesi.

In questi anni, abbiamo portato la nostra musica nelle feste tradizionali, nei festival folk e jazz, e anche in diverse trasmissioni televisive. Ma, in fondo, lo spirito è rimasto lo stesso, quello delle prime serate, quando tutto nasceva semplicemente dal piacere di suonare insieme.

Che ruolo ha l’organetto nel gruppo e come si integra con gli altri strumenti?

L’organetto detta i tempi, guida le melodie e dà forma alle suonate. Le frasi principali affondano le radici nella tradizione, ma c’è sempre spazio per creare nuove sfumature. Tutto parte da lì. Intorno, gli altri strumenti e le voci entrano in dialogo dando vita a un continuo intreccio di suoni e improvvisazioni. È una musica viva, che si costruisce momento dopo momento, ma che resta sempre legata a chi la rende davvero completa: i balladores, i ballerini. Sono loro i veri protagonisti. Noi musicisti dobbiamo ascoltare, osservare, accompagnare. Dobbiamo “ricamare” le suonate, rispettando le regole delle danze e lasciandoci guidare dall’energia del ballo. Perché, alla fine, la nostra musica nasce per loro, e con loro prende vita.

Quanto è conosciuta la musica tradizionale sarda fuori dall’isola?

Negli ultimi decenni c’è stata una vera e propria riscoperta della nostra musica e del nostro repertorio coreutico, anche fuori dall’isola.È stato, ed è tuttora, uno degli obiettivi che ci siamo posti con il gruppo: far conoscere questa ricchezza attraverso concerti, spettacoli e stage di danza. E, ogni volta che portiamo la nostra musica fuori dalla Sardegna, ci rendiamo conto di quanto riesca a emozionare e coinvolgere. Proprio da questa esigenza è nata un’altra scommessa: il festival “Dantzas”, da noi ideato, che ogni anno richiama centinaia di ballerini da diverse parti d’Europa e che ha già raggiunto il decimo anno di attività.

D’altronde, parliamo di un patrimonio immenso: dal canto a tenore, riconosciuto patrimonio dell’UNESCO, alle launeddas, uno degli strumenti a fiato più antichi al mondo, già presenti in epoca nuragica. E poi, il repertorio delle danze: più di ottanta balli diversi, ognuno con la propria identità, il proprio ritmo e la propria storia. Insomma, siamo davvero un’isola felice, ricchissima. E, forse, è proprio quest’autenticità che riesce a parlare a tutti, anche lontano da qui.

Carlo Boeddu (PH Giacomo Lai)Progetti futuri?

Sicuramente continuare a divulgare e trasmettere questa tradizione, attraverso l’insegnamento dello strumento e delle danze. Proprio per il ballo, insieme a mia moglie Barbara Bussa, ho dato vita al progetto “Tundu su Ballu”, con cui organizziamo stage e momenti di formazione, creando occasioni di incontro e condivisione. Da questo percorso è nato anche “Radichinas”, un incontro convegnistico annuale dedicato alle nostre radici: uno spazio di confronto, studio e valorizzazione della tradizione. L’obiettivo è sempre lo stesso: custodire, ma allo stesso tempo far vivere, la nostra cultura perché possa evolversi senza perdere la sua identità. Perché la tradizione non è qualcosa da conservare soltanto, ma qualcosa da vivere, ogni giorno.

Lasciaci un messaggio per i lettori, se ti va.

Ripensando a questi trent’anni di musica, mi ritengo un privilegiato. Essere “sonadore” in Sardegna non significa solo essere un musicista, ma essere parte integrante di tante comunità che ti accolgono con affetto e con cui nasce un legame fatto di stima e amicizia. Mi auguro di riuscire a trasmettere tutto questo a mio figlio Giovanni, che già suona da diversi anni, e a tutti gli allievi che ho e che avrò.

Dentro una suonata, dentro un ballo, c’è molto più di quello che sembra: c’è la storia di un popolo, ci sono le emozioni di chi ci ha preceduto, c’è un’identità che continua a parlare con un linguaggio forte e autentico. La speranza, e il vero progetto per il futuro, è continuare a custodire e condividere tutto questo, perché la tradizione cresce solo se viene vissuta insieme. Io continuerò a fare la mia parte, con la stessa passione con cui tutto è iniziato.

 

DISCOGRAFIA:

Tres (Mankosa, 2020)

Ballade ballade bois, Live@Milano – Folk Ambroeus (Rox records, 2019)

 

FACEBOOK

SPOTIFY CARLO BOEDDU

SPOTIFY BALLADE BALLADE BOIS