Un percorso artistico in continua evoluzione
Il fisarmonicista e polistrumentista Francesco Di Cristofaro è in costante crescita musicale attraverso una visione stilistica orientata verso il sincretismo
Francesco Di Cristofaro è un fisarmonicista e polistrumentista dalle mille risorse artistiche. La sua idea di musica si fonda sul principio della curiosità, dell’irrefrenabile desiderio di ricerca, sperimentazione, innovazione, sull’amore per le sonorità mediterranee. Le varie collaborazioni con musicisti provenienti da lidi stilistici diversi, nonché le frequentazioni con artisti differenti anche per provenienza geografica, sono state fondamentali nel corso della sua carriera. Così, Di Cristofaro si descrive dal punto di vista umano e artistico.
Inizialmente ti dedichi allo studio del pianoforte e della fisarmonica, per poi diventare un sopraffino polistrumentista. Qual è stata la ragione principale che ti ha spinto ad approfondire la conoscenza anche di altri strumenti?
Ho iniziato lo studio del piano all’età di cinque anni grazie a mio zio, Alfonso Aversano, insegnante di pianoforte. Successivamente, durante l’adolescenza, mi sono avvicinato a strumenti come la fisarmonica e il flauto traverso. La curiosità verso le musiche di matrice extraeuropea mi ha portato ad approfondire la conoscenza del flauto bansuri e della musica classica dell’India del Nord, frequentando il corso di laurea in Musiche Extraeuropee a indirizzo indologico presso il conservatorio di Vicenza. Da quel momento è nato il mio interesse per l’etnomusicologia e per le diverse forme di musica di tradizione orale, a partire da quella del mio territorio, la Campania, fino ad abbracciare tutto il Mediterraneo. Per diversi anni mi sono dedicato allo studio delle cornamuse dell’area iberica, soprattutto galiziana e portoghese, viaggiando molto in quei territori e approfondendone sia i linguaggi che i repertori. È un percorso di studio e viaggio in costante evoluzione, alimentato soprattutto dalle collaborazioni con musicisti di differenti estrazioni stilistiche e geografiche.
A proposito di altri strumenti, a prescindere dal pianoforte e dalla fisarmonica, nel tempo hai maturato un notevole interesse per la world music, per la musica mediterranea, per la musica etnica. Quali sono gli elementi caratterizzanti di questi generi che ti affascinano in modo particolare?
Le molteplici possibilità timbriche e la straordinaria fusione di linguaggi che caratterizzano il Mediterraneo, e non solo, rappresentano sicuramente uno degli aspetti più affascinanti di queste musiche. Si tratta di tradizioni legate a popoli con storie antiche, che emergono attraverso repertori, timbri e strumenti. Questo è senza dubbio il motivo principale che continua ad alimentare la mia passione.
Fra i tuoi vari progetti spicca Brigan, un collettivo di musicisti con i quali (ri)leggi alcuni repertori tipici del Mediterraneo, della musica iberica e non solo. Dal punto di vista comunicativo e timbrico, qual è il mood che identifica questa formazione?
Brigan è un progetto nato nel 2009 che ha attraversato numerose fasi. Inizialmente era legato a strumenti prevalentemente acustici, provenienti dal territorio italiano e dall’area celtica. In seguito, grazie a una serie di collaborazioni soprattutto con l’area iberica, abbiamo introdotto ulteriori timbri, come quelli delle cornamuse galiziane e portoghesi, che suono da diversi anni. L’idea alla base del progetto è sempre stata quella di far dialogare la musica del Sud Italia con quella del Nord della Spagna, tradizioni sorprendentemente affini nonostante la distanza geografica. Dal 2019 abbiamo scelto di integrare questa base acustica con elementi elettroacustici ed elettronici, con l’obiettivo di creare un sound ibrido che unisse strumenti di diversa provenienza mediterranea ai suoni contemporanei, anche attraverso l’uso dei nuovi media. Da quel momento abbiamo iniziato a raccontare la nostra terra costruendo un immaginario narrativo legato a Terra Felix, tra la periferia nord di Napoli e il casertano. Non si tratta di una semplice riproposizione folk “da cartolina”, ma di una visione personale fatta di simboli, storie e vicende che rendono unico questo territorio. Ad oggi abbiamo pubblicato cinque dischi, collaborato con numerosi artisti e portato la nostra musica in concerto in tutto il mondo.
Nel corso della tua brillante carriera, come hai già detto, hai avuto la possibilità di esibirti in tutto il mondo, in Paesi come India, Cina, Germania, Algeria, Israele, Portogallo, Spagna, Romania, Svizzera, Croazia, Francia e altri ancora. Sotto l’aspetto umano e artistico, c’è una nazione fra queste che ti ha gratificato di più?
Ogni luogo lascia tracce, storie da raccontare e da assorbire. Sicuramente i Paesi del Centro e Nord Europa si distinguono per una sensibilità, un rispetto e un’abitudine all’ascolto davvero invidiabili. Dal punto di vista umano, invece, l’accoglienza ricevuta in Cile durante il tour del 2025 è stata una delle esperienze più gratificanti che abbia vissuto finora.
(Ri)tornando alla fisarmonica, quale modello utilizzi in studio di registrazione e nei concerti?
Da circa quindici anni, sia live che in studio, utilizzo diversi modelli della Victoria.
Venendo invece alla tua discografia, sono freschi di pubblicazione due album. Potresti descriverne i tratti distintivi?
I due dischi pubblicati negli ultimi mesi sono Voci di mare e di vento di Brigan e Pacienza, pane e tiempo a mio nome. Il primo è il frutto di una residenza artistica svolta lo scorso anno a Gamvik (Norvegia, ndr), il villaggio più a nord d’Europa. È stata un’esperienza straordinaria, sia dal punto di vista geografico sia umano, che ha dato vita a un incontro inaspettato tra i suoni e le voci del Mediterraneo e quelli del mondo artico. Il progetto vede la collaborazione del musicista sami Torgeir Vassvik ed è accompagnato da un vero e proprio diario di viaggio e da un reportage fotografico. Il secondo, invece, è un lavoro a mio nome ed è un omaggio al testo Morte dell’inquisitore di Leonardo Sciascia, il mio scrittore preferito. Racconta una vicenda legata all’Inquisizione nella Sicilia del Seicento, attraverso cui Sciascia analizza le dinamiche di potere e di censura politica e sociale. Ho cercato di tradurre questi temi in musica, attraverso i suoni e alcuni testi interpretati dalla voce del musicista siciliano Cesare Basile.
Da qui alla fine dell’anno, cosa c’è scritto nel tuo calendario artistico?
Continuerò a lavorare nei diversi ensemble, tra cui quelli con Peppe Barra, Flo e Brigan, oltre ad altre collaborazioni attualmente in fase di definizione. All’attività concertistica e di studio affianco anche la direzione di Liburia Records, l’etichetta che ho fondato nel 2019 e che si occupa di world music e sperimentazione. Continueremo ad ampliare il catalogo con nuove uscite, che negli ultimi tempi ci stanno dando grandi soddisfazioni.