Domenico Saccente: inneggiare alla libertà comunicativa e a nuove sonorità

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Domenico Saccente - Intervista Strumenti&Musica 2020Curioso sperimentatore, musicista totale e di puro talento, Domenico Saccente è un giovane fisarmonicista estremamente eclettico ed estroso, che ama spaziare con naturalezza e disinvoltura fra una pletora di generi musicali. Attraverso questa intervista, Saccente ripercorre le tappe principali che hanno segnato, fino a oggi, il suo affascinante percorso artistico.

A otto anni studiavi contemporaneamente fisarmonica e pianoforte. Oggi, da grande, senti di avere una particolare predilezione per uno dei due strumenti?

«No, mi considero semplicemente un “musicista a tastiera”, amante di entrambi questi due strumenti che, pur essendo molto simili, possono sviluppare un contesto musicale in maniera differente. Non prediligo l’uno o l’altro, ma ci sono situazioni in cui la fisarmonica, dal mio punto di vista, è più consona nell’insieme sonoro. E viceversa, in altri contesti, lo è il pianoforte».

Seppur giovane, annoveri nel tuo curriculum prestigiose collaborazioni al fianco di musicisti blasonati in ambito nazionale e internazionale. C’è un artista, fra quelli con i quali hai condiviso il palco fino a ora, che più ti ha segnato umanamente e musicalmente?

«Ho avuto il piacere e l’onore di arricchire il mio curriculum artistico collaborando con personalità musicali importantissime. Questo, per me, è stato non solo un traguardo professionale, ma soprattutto umano. Questo perchè sono riuscito a studiare, comunicare e scambiare informazioni con moltissimi musicisti di cui per anni ho ascoltato dischi e assistito a concerti, sognando un giorno di suonarci assieme. Sarebbe bello fare i nomi di tutti i grandi con cui ho condiviso il palco, che ringrazio molto perché tutto ciò è stato per me, e continua ad esserlo, fonte di studio e perfezionamento. Considero uno dei miei mentori Christian Burchard, fondatore del gruppo tedesco Embryo, che per trent’anni ha collaborato con Mal Waldron, conosciuto da adolescente e frequentato musicalmente per diversi anni».

Nel corso delle tue varie esperienze concertistiche ti sei esibito anche all’estero: Palestina, Germania, Portogallo, Austria, Polonia, Svizzera, Isole Canarie. Quali sono i ricordi o gli aneddoti relativi a questi live fuori dai confini nazionali ai quali sei particolarmente legato?

«Ogni luogo dove ho avuto la fortuna di suonare ha lasciato dentro di me ricche esperienze e bellissimi ricordi. Dal punto di vista umano, il tour in Palestina (nel 2009) è stata un’esperienza musicale differente, poiché ho vissuto da vicino una questione politico-sociale molto complicata. Invece, parlando sotto l’aspetto artistico, la mia partecipazione ai festival di musica improvvisata o di avant-garde jazz in Europa mi ha dato modo di confrontarmi direttamente sul palco con musicisti di grande spessore del circuito free. Un aneddoto, per esempio, potrebbe essere l’incontro con Silvia Bolognesi, contrabbassista italiana della formazione Art Ensemble of Chicago, in un festival in Austria. Per pura coincidenza, in quel periodo stavo lavorando sulla mia tesi di laurea in jazz, appunto un elaborato incentrato sulla musica degli Art Ensemble of Chicago. Per cui, l’incontro con Silvia Bolognesi è stato fondamentale per la stesura della tesi stessa, nonché per avermi messo in contatto con il grandissimo e storico batterista/percussionista Famoudou Don Moye».

Domenico Saccente - Intervista Strumenti&Musica 2020Durante il tuo percorso artistico hai intrapreso una strada che ti ha consentito di scoprire il free, l’avanguardia, la sperimentazione sonora, la world music. In che modo si è innescato questo interessantissimo processo evolutivo?

«È stato un percorso intenso che ricordo sempre con grande piacere. Avevo appena sedici anni, quando ho iniziato a frequentare uno storico gruppo altamurano chiamato Kerlox Dub Band, attualmente Kerlox Dynamic Band, formazione nota per le sue tendenze alla world music, al jazz, alla musica contemporanea e improvvisata, ma anche a quella mediterranea e ad altri generi. Qui ho stretto una profonda amicizia con il suo fondatore, Carlo Mascolo, il quale mi ha introdotto in questi nuovi mondi musicali. All’inizio devo ammettere che è stato un lavoro piuttosto arduo, che ha richiesto un ascolto profondo e immensurabile in primis di molti dischi, ma anche dei grandi musicisti che praticavano già questo genere, i quali nonostante fossi ancora un ragazzino, hanno creduto in me invitandomi in parecchi festival e consentendomi di ascoltare e praticare il più possibile il genere sino a farlo mio».

Soffermandoci sulla fisarmonica, quale modello utilizzi in studio di registrazione e dal vivo?

«Da circa tre anni collaboro con l’azienda Ottavianelli Accordions. Utilizzo lo stesso strumento sia per il live che in studio di registrazione. Si tratta di un modello “Jazz Wood”. È una fisarmonica dal suono particolare. Una delle peculiarità di questo strumento è l’elevata compressione e l’immediata risposta delle voci al tocco. Esattamente in questo periodo sto lavorando per l’uscita del prossimo disco in duo con il sassofonista brasiliano, Yedo Gibson, registrato proprio con la mia fisarmonica Ottavianelli a Lisbona».

Nel 2018, insieme a Patrizia Oliva, Carlo Mascolo e Felice Furioso, hai realizzato un disco intitolato “4!”. Potresti descrivere la genesi, il mood e le principali caratteristiche di questo album?

«C’è una dedica riportata all’interno di Factorial: ‘Improvised music dedicated to who fight for freedom’. Qui si intuisce molto riguardo i contenuti sonori che il 4! (formazione composta da Patrizia Oliva alla voce e all’elettronica, Carlo Mascolo al trombone preparato, Felice Furioso alla batteria, percussioni e oggetti e dal sottoscritto alla fisarmonica e al pianoforte preparato) propone in nove brani dal carattere totalmente free, improvvisato. A colpire, tra i vari aspetti espressivi dell’album, è il perimetro sonoro mutevole che i musicisti tracciano, utilizzando accostamenti timbrici originali. Una miscela di sicuro impatto, capace di ipnotizzare e trascinare l’ascoltatore in spazi sonori e carichi d’introspezione».